Io non mi mossi.
Perché sapevo che qualunque movimento avrebbe significato qualcosa.
E forse anche l’immobilità.
«Ale?»
«Mh?»
«Tu pensi che io sia stupida?»
Mi voltai appena, senza staccarla.
«No.»
«Neanche un po’?»
«Penso che tu sia testarda, orgogliosa, casinara, verbalmente violenta e pericolosa con i ghiaccioli.»
Lei fece un suono quasi divertito contro la mia spalla.
«Ma stupida no.»
«Lui dice che io faccio la forte ma poi mi faccio manipolare da chiunque mi dia attenzioni.»
Il mio petto si strinse.
«Lui confonde “attenzioni” con “respiro”.»
Simona rimase in silenzio.
Poi la sua mano, sul mio fianco, si chiuse appena nella stoffa della maglietta.
«Mi piace come respiri tu.»
Non credo che si accorse subito di averlo detto.
Io sì.
Ogni parte del mio corpo sì.
Il silenzio dopo quella frase cambiò temperatura.
Simona si staccò di un centimetro, forse per correggersi, forse per guardarmi, forse per scappare.
Non fece in tempo.
I nostri visi erano troppo vicini.
Troppo.
Aveva gli occhi ancora lucidi, ma meno persi. Le labbra appena socchiuse, più rosse per il freddo del ghiacciolo. Una ciocca di capelli asciutti le era rimasta attaccata alla guancia. Io alzai una mano, piano, e gliela spostai dietro l’orecchio.
Un gesto stupido.
Piccolo.
Ma Simona chiuse gli occhi.
Come se quel tocco le avesse tolto l’ultima forza rimasta.
«Non fare così,» sussurrò.
«Così come?»
«Dolce.»
«Sto solo spostando capelli.»
«No.»
Aprì gli occhi.
«Tu sai fare le cose normali in un modo che sembra pericoloso.»
Mi uscì un sorriso storto.
«Tu invece sei pericolosa anche quando mangi ghiaccioli.»
La sua bocca tremò.
Stavolta non per piangere.
Le mie dita erano ancora vicino al suo viso. Avrei dovuto abbassare la mano.
Non lo feci.
Lei guardò la mia bocca.
Un istante.
Poi un altro.
Fu lei ad avvicinarsi.
O forse fui io.
O forse ci incontrammo in quel punto preciso dove nessuno dei due poteva più fingere di essere stato trascinato.
Il bacio non esplose subito.
Fu piccolo.
Quasi una domanda.
Le sue labbra sfiorarono le mie con una cautela così strana, così diversa da lei, che per un secondo mi fece più male che desiderio. Simona, che urlava contro tutti, che mordeva il mondo, che non chiedeva mai permesso, mi baciò come se avesse paura di rompere qualcosa.
Io rimasi fermo.
Non per rifiutarla.
Per lasciarle spazio.
Lei si staccò appena, respirando contro la mia bocca.
«Ale…»
Non sapevo se fosse un avvertimento o una richiesta.
Poi mi baciò di nuovo.
E stavolta la domanda diventò risposta.
La sua mano salì sulla mia nuca, infilando le dita tra i capelli ancora umidi della doccia. Mi tirò verso di lei con un’urgenza improvvisa, quasi arrabbiata con se stessa per aver esitato. Io cedetti. Le mie mani andarono alla sua vita, sopra la maglietta larga, e il suo corpo fece un piccolo movimento verso il mio, come se avesse aspettato quel contatto per tutta la sera.
La baciai anch’io.
E fu un errore bellissimo.
Simona sapeva di limone, sale e rabbia consumata. Aveva la bocca calda nonostante il ghiacciolo, il respiro ancora irregolare, le labbra che cercavano le mie prima con fame, poi con paura, poi di nuovo con fame. La sua maglietta, la mia maglietta, si arricciò sotto le mie dita quando la strinsi appena sui fianchi.
Lei ansimò piano.
Un suono breve, trattenuto, subito ingoiato nel bacio.
Mi salì addosso.
Non del tutto. Non con decisione teatrale.
Semplicemente si avvicinò troppo, spingendomi indietro sul letto con il peso del suo corpo. Io mi ritrovai mezzo sdraiato contro il cuscino, e lei sopra di me di lato, un ginocchio tra le mie gambe, una mano sul mio petto. La maglietta le era salita sulle cosce, scoprendo pelle calda e liscia. Il suo corpo non era nudo, non davvero, ma era vicino abbastanza da farmi perdere lucidità.
«Simo,» sussurrai.
Lei mi baciò per zittirmi.
Come prima.
Come sempre.
Solo che stavolta non era una battuta.
Le sue dita scivolarono sul mio collo, poi lungo la mascella. Mi toccava come se volesse memorizzarmi. Come se stesse cercando un posto dove appoggiare tutta la rabbia, tutta la vergogna, tutto il rumore che Edoardo le aveva lasciato dentro. Io le accarezzai la schiena, sopra il cotone sottile, sentendo il calore della pelle attraverso la stoffa, il modo in cui tratteneva il respiro ogni volta che la mia mano scendeva appena.
Non dovevo farlo.
Lo sapevo.
Lei lo sapeva.
E proprio per questo ogni centimetro sembrava bruciare di più.
Simona si staccò dalla mia bocca solo per respirare.
Restò con la fronte contro la mia, gli occhi chiusi, il petto che si alzava e abbassava contro di me.
«Cazzo,» sussurrò.
«Sì.»
«Risposta articolata.»
«Sto facendo del mio meglio.»
Lei rise contro la mia bocca.
Poi il riso morì in un altro bacio.
Più profondo.
Più sporco di desiderio.
Le mie mani le strinsero i fianchi. Lei si mosse contro di me, un movimento involontario, breve, abbastanza da farci bloccare entrambi per un istante. Il suo respiro si spezzò.
Aprì gli occhi.
E lì vidi il momento esatto in cui capì.
Non che mi desiderava.
Quello lo sapeva già.
Capì quanto.
Capì che non era più solo conforto. Non era più solo panico. Non era più solo “ho bisogno di qualcuno che mi tenga stretta”.
Era voglia.
Voglia vera.
Di me.
Quella consapevolezza le attraversò il viso come una paura nuova.
Io alzai subito le mani di un centimetro.
Non staccandola.
Solo lasciandole scelta.
Simona mi guardò, il respiro corto, le labbra arrossate, gli occhi lucidi e scuri.
«Fermati.»
Mi bloccai subito.
Come se mi avessero spento.
Le mani ferme sui suoi fianchi.
Il corpo immobile sotto il suo.
Il cuore invece no. Il cuore mi martellava talmente forte che ero sicuro lo sentisse anche lei.
«Scusa,» dissi.
La parola uscì rauca.
Lei scosse la testa, ancora sopra di me, ancora troppo vicina.
«No.»
Deglutì.
«Non perché non mi piace.»
Il silenzio si allargò.
Il mio respiro rimase incastrato.
«Allora perché?»
Simona chiuse gli occhi.
Quando li riaprì, non c’era più ironia.
Non c’era più maschera.
Solo lei.
Spaventata da sé stessa.
«Perché mi piace troppo.»
La frase mi colpì più di qualsiasi bacio.
Simona si spostò piano, sedendosi sul bordo del letto accanto a me. Io rimasi mezzo sdraiato, ancora immobile, come se muovermi potesse far ripartire qualcosa che lei aveva appena avuto la forza di fermare.
Lei si passò entrambe le mani tra i capelli, tirandoli indietro.
La maglietta le ricadde sulle cosce.
Il bungalow sembrava pieno del nostro respiro.
«E stasera…» iniziò.
Si fermò.
La sua voce tremò.
«Stasera non so se sono io a volerti… o se sto solo cercando un modo per non sentire lui.»
La guardai.
Non c’era niente da rispondere subito.
Niente di intelligente.
Niente che non rischiasse di sporcare quel momento.
Mi tirai su piano, sedendomi accanto a lei. Lasciai spazio tra noi. Poco, ma abbastanza.
«Hai fatto bene a fermarti.»
Lei rise piano, senza allegria.
«Detto così sembra che stessi per rubare una macchina.»
«Peggio. Stavi per baciare me.»
«Tragedia nazionale.»
«Minimo lutto cittadino.»
Le tremò la bocca.
Poi gli occhi le si riempirono di nuovo.
«Mi odio per averti fermato.»
«Io no.»
Mi guardò.
«No?»
«No.»
«Bugiardo.»
«Okay, il mio corpo ha presentato una mozione contraria.»
Lei rise tra le lacrime.
«Sei un cretino.»
«Ma io no.»
Il sorriso le si spense lentamente.
«Io sono contento che ti sei fermata, Simo.»
Lei mi fissò, fragile.
«Perché?»
«Perché non voglio essere il rumore con cui copri lui.»
La frase uscì più seria di quanto mi aspettassi.
Simona abbassò gli occhi.
«E cosa vuoi essere?»
La domanda rimase lì.
Enorme.
Pericolosa.
Avrei potuto rispondere in mille modi stupidi, vigliacchi, comodi.
Voglio essere il tuo socio.
Voglio essere uno che ti aiuta.
Voglio essere un problema in meno.
Invece dissi la cosa più semplice.
«Qualcosa che scegli quando c’è silenzio.»
Simona non parlò.
Mi guardò soltanto.
Per un secondo ebbi paura che quella frase fosse troppo. Che la spaventasse. Che la facesse scappare nel suo letto, sotto le lenzuola, dietro una battuta, dietro Edoardo perfino.
Invece si avvicinò piano.
Non per baciarmi.
Appoggiò la testa sulla mia spalla.
«Allora resta zitto un po’, per favore.»
Sorrisi.
«Questo posso farlo.»
«Non troppo. Mi inquieti quando non dici cazzate.»
«Equilibrio difficile.»
Lei mi prese una mano.
Non intrecciò subito le dita.
Prima la guardò, come se stesse valutando la gravità del gesto.
Poi lo fece.
Le sue dita si infilarono tra le mie, calde, ancora un po’ appiccicose di ghiacciolo.
Restammo seduti così, sul letto, con il pacco di ghiaccioli che si scioglieva piano sul comodino, il telefono spento come un cadavere nero e il campo fuori che continuava a respirare nella notte.
Non successe niente.
Niente di quello che avrei voluto.
Niente di quello che avrei potuto rovinare.
E proprio per questo mi fece più paura.
Perché con Simona, anche fermarsi sembrava un modo diverso di cadere.
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