«Mmm… sì… continua così…», sussurrava, il tono impastato dal piacere e dalla distrazione.
Ci volle poco. Il suo corpo si irrigidì e le cosce mi strinsero leggermente mentre un lungo sospiro le sfuggì dalle labbra, le guance appena arrossate. Un attimo dopo, senza nemmeno degnarmi di uno sguardo, prese fiato e abbassò il volume della tv.
«Vieni qui», ordinò con voce roca.
Mi sollevai, con le labbra ancora umide e l’amaro in gola. Lei mi fece sedere accanto, senza fretta. Con una mano distratta mi sbottonò i pantaloni, tirandoli giù quel tanto che bastava.
«Te lo sei meritato…», mormorò.
Lara non spostò nemmeno lo sguardo dalla tv. Con la mano morbida e pesante prese a muoversi su di me, distratta, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Era un gesto meccanico, privo di qualsiasi reale interesse. Le dita stringevano quel tanto che bastava, il ritmo lento, pigro, come se lo facesse solo per rispettare un accordo non detto.
Io fissavo il soffitto, incapace di godere davvero di quella carezza. Il sapore che avevo ancora addosso mi dava nausea. L'amaro mi era rimasto in gola e ogni volta che deglutivo mi sembrava di sentirlo di nuovo.
Avrei voluto essere ovunque, tranne che lì.
Pensavo a Adri, ai suoi occhi quando rideva, a Francesca e a quel modo che aveva di mordermi il labbro quando facevamo l’amore. Pensavo a quanto odiassi quella situazione, a quanto schifo provassi per me stesso per essermi lasciato incastrare così.
Lara intanto continuava, con la stessa attenzione che avrebbe avuto per il telecomando. Sospirava piano, ogni tanto, più per la serie che per me.
«Sei così utile, quando stai zitto», commentò senza voltarsi, un mezzo sorriso sulle labbra.
Io rimasi lì, fermo, lasciando che finisse. Senza cercare il piacere, senza volerlo davvero. Ero solo un corpo occupato a essere dove non voleva essere.
Dentro, ero già altrove.
Dopo qualche minuto, la sua mano si fermò di colpo. Emise un sospiro soddisfatto, stavolta più rivolto alla scena della serie che a me. Si voltò appena, senza nemmeno guardarmi davvero, come se fossi un mobile, un oggetto.
«Bene… direi che per oggi puoi anche andare», sussurrò con quella voce impastata di compiacimento, tirandosi giù la maglietta lunga sopra le cosce nude.
Io rimasi seduto ancora qualche secondo, lo sguardo fisso sul tappeto, il respiro pesante. Sentivo addosso il suo odore e avrei voluto strapparmelo via dalla pelle.
Lei si alzò, stiracchiandosi appena, poi con quel tono beffardo, mellifluo, mi passò accanto e mi diede una pacca sul mento.
«Sai, alla fine sei più utile di quanto pensassi. Chissà se le altre due saprebbero quanto bene sai stare al tuo posto…» disse, mentre si avviava verso la cucina.
Non risposi. Non ne avevo la forza, né la voglia. Ogni parola sarebbe stata inutile. Rimasi lì, a guardare il vuoto, mentre lei spariva dietro l’angolo.
Ero solo, con il disgusto e la rabbia che mi stringevano lo stomaco.
Avrei voluto urlare. Avrei voluto correre fuori, raggiungere Adri e Francesca, confessare tutto. Ma sapevo che non potevo. Non ancora.
Mi tirai su i pantaloni, con un gesto lento, e uscii dalla stanza senza fare rumore.
Dentro, mi sentivo a pezzi.
Quella notte sembrava non finire mai. Lara aveva preteso la mia presenza, ancora una volta. La stanza era immersa in una penombra calda, illuminata solo dal tenue riflesso della lampada sul comodino. Lei mi aveva aspettato già pronta, il suo corpo prosperoso adagiato sul letto con quell’aria compiaciuta che ormai conoscevo fin troppo bene.
Senza chiedere, mi aveva tirato accanto a sé, guidandomi con forza sotto di lei. Il suo corpo pesante e morbido mi aveva avvolto, il seno florido che spingeva contro il mio viso, cercando quelle attenzioni che pretendeva da me ogni volta. I suoi gemiti erano bassi e prolungati, una melodia stonata che mi faceva rabbrividire più che accendere. I movimenti erano lenti ma decisi, oscillanti, mentre la stanza si riempiva di quei suoni umidi e del lieve cigolio delle molle del letto, che sembravano protestare a ogni colpo.
Il disagio cresceva a ogni istante. Mentre lei si muoveva sopra di me, chiudevo gli occhi cercando di rifugiarmi in pensieri altrove: il sorriso di Adriana, il profumo della pelle di Francesca quando mi sfiorava il collo. Ma niente bastava a farmi dimenticare dov’ero.
A tratti Lara afferrava la mia nuca, stringendomi contro il suo seno con insistenza, voleva che leccassi e succhiassi i suoi capezzoli come fossi un lattante.
I suoi gemiti aumentavano d’intensità mentre il ritmo si faceva più animalesco, e la stanza sembrava farsi più piccola, più calda, più soffocante.
Io rimanevo lì, spettatore e strumento, contando i secondi nella testa, trattenendo il fiato tra quei suoni e quei respiri pesanti, sapendo che alla fine, come ogni volta, sarebbe finita allo stesso modo: lei soddisfatta, io svuotato, e un’altra parte di me lasciata indietro in quella stanza.
Quando infine i suoi movimenti si fecero più lenti e il suo corpo mi avvolse per l'ultima volta, Lara si adagiò su di me con un sospiro appagato. Mi baciò la tempia con quella finta tenerezza che ormai conoscevo, e sussurrò con voce roca:«Vedi quanto è meglio quando fai il bravo?»
Io rimasi lì, immobile, senza rispondere. L’unico suono nella stanza era il nostro respiro irregolare e il lieve ticchettio dell’orologio sul comodino.
Rientrai in camera con il cuore a pezzi, le gambe pesanti come piombo e il respiro corto. Volevo solo sprofondare nel letto, chiudere gli occhi e dimenticare tutto. Ma appena varcata la soglia, Adriana era lì. Seduta sul bordo del materasso, con quella vestaglia sottile che lasciava intravedere le sue curve, i capelli sciolti e gli occhi grandi e lucidi fissi su di me.
«Ale…» sussurrò, alzandosi in piedi e avvicinandosi con passo lento. Potevo sentire il suo profumo dolce e familiare mischiarsi al mio malessere.
Provai a evitarla, a passare oltre, ma lei mi prese il polso, con una presa delicata e decisa.«Cosa ti sta succedendo? Perché mi stai tenendo lontana? Mi manchi… e non voglio più vederti così.»
La sua voce aveva quella nota roca, sensuale anche nella rabbia trattenuta, e i suoi occhi si fecero lucidi. Mi mise con le spalle al muro, letteralmente, e posò il palmo caldo sul mio petto.
«Parlami, Ale… o giuro che ti costringo io.»
Sentivo il cuore battere forte, la gola chiusa. Lei era lì, bellissima, fragile e feroce insieme, e io non ce la facevo più.
Mi aggrappai ai suoi fianchi e la guardai negli occhi, il fiato spezzato.«Non posso più… Adri. È… è Lara.»
Lei spalancò gli occhi, ma non parlò. Non ce n’era bisogno.Il muro dentro di me crollò.
«Mi ricatta. Ha capito tutto… di noi, di me e Francesca. Mi tiene per le palle, Adri. E io… non so più che cazzo fare. Mi usa, mi controlla, mi spezza… e io non posso dirlo a nessuno. Non voglio metterti in mezzo, ma… Dio, dovevo dirtelo.»
Le parole mi uscivano strozzate, e per la prima volta da settimane sentii una lacrima scendere, calda, sul viso.
Adriana rimase in silenzio, poi mi prese il viso tra le mani e mi baciò piano sulla bocca, un bacio tremante e intenso, carico di rabbia e dolore.«Non dovevi tenermelo nascosto… stronzo.» sussurrò contro le mie labbra, strofinando il naso contro il mio.«Sei mio, Ale. E nessuno ti tocca senza il mio permesso.»
Il modo in cui lo disse, quella voce bassa e sensuale che vibrava di gelosia e di amore ferito, mi fece tremare. Sentii le sue mani scivolare tra i miei capelli, tirarmi contro di lei, il suo corpo morbido e caldo che cercava il mio come a voler cancellare le altre, il dolore, il disgusto.
E in quel momento capii che forse non ero più solo.
Com'è finora?
Ti è piaciuto?
giovane ragazza che da poco si sta approcciando alla scrittura di racconti erotici. se volete scrivermi: [email protected] blog tumblr: https://www.tumblr.com/asiadu01
Altri racconti di Asiadu01
Commenti 0
Accedi per scrivere un commento…Nessun commento ancora. Scrivi il primo.