due giorni dopo quella giornata di passione al mare.
Il mattino filtrava appena dalle tende pesanti della stanza, quella luce sottile e dorata che s’insinua senza chiedere permesso. Adriana era stretta contro di me, la sua pelle calda sotto la stoffa leggera dell’intimo, il profumo dei suoi capelli castani che mi annebbiava ancora i pensieri. Avevamo passato gran parte della notte a ridere, a raccontarci cose che nessuno dei due aveva mai avuto il coraggio di dire ad alta voce. Chi avrebbe detto, anni prima, che sarei finito così con lei.
Il battito lento e regolare del suo cuore contro il mio petto mi aveva quasi fatto dimenticare di essere a casa della nonna. Quasi.
Poi sentii la porta aprirsi piano. Un cigolio leggero. Istintivamente strinsi un po’ Adriana, ma non si svegliò. Rimase abbandonata tra le mie braccia, una gamba nuda sopra le mie, il respiro profondo e sereno.
Alzai lo sguardo. Francesca.
Era lì, appoggiata allo stipite, vestita di una maglietta leggera e shorts, i capelli ancora spettinati dal sonno. Ci fissava. Non disse subito nulla. Gli occhi scivolarono su Adriana, poi su di me. E in quello sguardo, per un istante, vidi qualcosa. Una fitta sottile, amara. Non saprei se definirla rabbia, dolore o semplice gelosia, ma era lì. Lampante.
Non lo ammise neanche a sé stessa, lo sapevo. Ma io lo vidi.
«Bella scena, eh?» mormorò, con un mezzo sorriso storto che voleva sembrare divertito e invece sapeva di fastidio.
Mi passai una mano tra i capelli. Non avevo intenzione di spiegarle niente, non lì, non ora.
«Che c’è?» borbottai, ancora impastato di sonno.
Lei sospirò, distogliendo lo sguardo da noi. «È in arrivo la disgrazia.»
Ci mise un attimo a capire a chi si riferisse. Poi lo disse: «Lara.»
Il mio stomaco fece un balzo. Il solo nome bastava a rovinare la pace di quella mattina. Se c’era una persona capace di ficcare il naso dove non doveva e far saltare tutto, quella era Lara. Lingua lunga, occhi velenosi, sempre pronta a farsi i cazzi degli altri e a riferire tutto alla prima occasione utile.
Francesca si avvicinò al letto e diede una scrollata leggera alla spalla di Adriana. «Sveglia, piccola. Sta arrivando il ciclone.»
Adriana si stiracchiò appena, mugugnando, gli occhi ancora socchiusi. Quando realizzò di essere così abbracciata a me, davanti a Francesca, arrossì appena e si scostò di quel tanto che bastava per sembrare innocente. Ma io lo sentii, il modo in cui le sue dita indugiarono sulla mia pelle prima di allontanarsi.
Francesca li guardò entrambi, serrò le labbra e scosse la testa. «Forza, sistematevi. Non possiamo farci trovare così. Quella stronza sente l’odore di una cosa fuori posto e non ci molla più.»
Non servì aggiungere altro. Lo sapevamo tutti e tre.
Lara era una disgrazia annunciata. E stava per abbattersi su di noi.
Nemmeno venti minuti dopo, mentre ancora cercavamo di sembrare una famiglia normale, ognuno intento a fare finta di niente in salotto e poi arrivò Lara.
Lo capii ancor prima di vederla, dal rumore dei suoi stivaletti troppo stretti contro il vialetto, dal profumo pesante e dolciastro che invadeva l’ingresso come un avvertimento.
Quando la porta si aprì, il mondo sembrò diventare più appiccicoso, più fastidioso. Ero abituato alla sua presenza tossica, ma ogni volta riusciva a farmi schifo più della precedente.
Lara era la compagna più giovane di mio padre. Una donna che doveva avere trent’anni o poco più, ma si ostinava a vestirsi e atteggiarsi come una ventenne a caccia di attenzioni. Una BBW nel senso più pieno del termine: forme abbondanti e generose ovunque, fianchi larghi, cosce grosse, seni enormi che sembravano volerle esplodere dalla scollatura di quel vestitino troppo corto e troppo attillato.
Aveva i capelli castano chiaro, un po’ spenti, raccolti in una coda disordinata che non riusciva a nascondere qualche filo di grigio. La pelle del viso non era perfetta, segnata da piccole imperfezioni e cicatrici leggere, il nasino corto e leggermente all’insù, labbra sottili e fameliche che sorridevano sempre troppo e occhi verdi, di un verde slavato che sapeva più di falsità che di fascino.
Appena entrata, spalancò le braccia come se fossimo una cazzo di famiglia del Mulino Bianco.
«Eccomi qui, amori miei!» strillò con quella voce troppo alta, troppo acuta, che mi fece accapponare la pelle.
Adriana si irrigidì accanto a me, istintivamente. La vedevo. Ogni volta che Lara era nei paraggi diventava un’altra persona, più chiusa, più nervosa. Non la sopportava neanche lei.
Francesca, invece, sfoderò il suo solito sorriso di circostanza, quello tirato che usava per sopravvivere in mezzo ai parenti molesti. «Ciao, Lara… che sorpresa.»
Già, sorpresa un cazzo.
Lara fece il giro delle persone come se ci conoscesse e ci amasse davvero. Abbracciò Francesca stringendole troppo il seno contro, diede un bacino a mia nonna, m che ricambiò con aria sopportante, poi si avvicinò a me.
«Aaaah, Ale… sempre più bello!» disse allungando una mano grassoccia e inanellata a sfiorarmi il petto con una carezza che mi fece solo venire voglia di tagliarmi la pelle.
«Già…» mormorai a denti stretti. Non mi sforzavo neanche più di essere educato.
Quando si voltò verso Adriana, il sorriso le si allargò in modo sospetto.
«E questa bella figliola? Come sei cresciuta bene, eh…»
Adri le rispose con un cenno impacciato, sfiorandosi i capelli. Sapevo che Lara la metteva a disagio. Quella donna aveva sempre avuto il vizio di fissarla troppo, di fare commenti ambigui, di valutarla come si guarda un oggetto in vetrina.
Ecco, ora era tornata. Come una disgrazia che si abbatte su di noi.
Ed era solo l’inizio.
Due ore dopo, la casa sembrava più piccola, più soffocante. La presenza di Lara era come una nube di umidità pesante: ti si attaccava addosso, faceva sudare anche i pensieri.
Ci eravamo ritrovati tutti in giardino per fingere una tranquilla giornata di famiglia, seduti attorno a quel vecchio tavolo di ferro battuto che cigolava a ogni movimento.
Adriana sedeva al mio fianco, i capelli sciolti sulle spalle e le gambe nude accavallate. Ogni tanto il suo piede mi sfiorava il polpaccio sotto il tavolo. E io avvertivo quella scarica di elettricità che mi faceva desiderare di essere ovunque, tranne lì.
Francesca stava di fronte a noi, seduta con una gamba piegata sotto il corpo, che la faceva sembrare più rilassata di quanto fosse davvero. La osservavo, e sapevo leggere ogni piccolo movimento, ogni piega del suo sguardo. Fingeva di chiacchierare con mia nonna, ma ogni tanto lo sguardo scivolava su me e Adriana. Un tocco di troppo, una battuta sussurrata fra me e lei, e quella luce negli occhi di Francesca cambiava.
Gelosia.C’era. Anche se non voleva ammetterlo.Non tanto per me. Ma per quell’intesa con Adriana che ora si faceva troppo naturale, troppo complice.
Nel frattempo, Lara continuava a starmi addosso come una dannata piattola in calore.
Ogni occasione era buona per sfiorarmi una spalla, posare la mano sulle mie dita, ridere sguaiatamente alle mie battute anche quando non facevo battute.«Eh Ale… se fossi nata vent’anni dopo… chissà.»Alzava le sopracciglia e buttava l’occhio sul mio petto, con quell’aria da donna che si sente ancora irresistibile.
Adriana smetteva di ridere ogni volta che Lara mi faceva una di quelle battutine e io schivavo i suoi occhi per non ridere anch’io dell’assurdità della situazione.
Era palese.Se avesse potuto, Lara avrebbe detto qualcosa di velenoso a mio padre al primo sospetto. Quella donna era peggio di una bomba a orologeria.Ed era altrettanto palese che noi avremmo dovuto stare più attenti.
Francesca ci raggiunse in cucina mentre preparavo una caraffa di tè freddo con Adriana. Si appoggiò allo stipite della porta con le braccia incrociate e il broncio di chi non voleva chiedere spiegazioni, ma le voleva.
«Dovete andarci più piano.»Lo disse a me, ma il suo sguardo era su Adri.
«Con cosa?» chiesi fingendo innocenza, versando il tè nei bicchieri.
Lei scosse la testa. «Non fare il furbo, Ale. Lo sai bene.»
Adriana abbassò lo sguardo, mordicchiandosi il labbro. Sapeva che Francesca aveva ragione. Ma il fatto è che stavamo diventando bravi a fingere… troppo bravi. E il confine tra il gioco e il rischio stava diventando sottile.
