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Erotika
L’attrazione proibita verso Zia Francesca · Cap. 10
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Capitolo 10 di 13 36 min di lettura

La decisione della Zia

la decisione tanto attesa dai ragazzi stava per arrivare, l’ansia li assaliva, ma finalmente in un modo o in un altro il cuore della zia stava per avere una risposta.

Asiadu01
1 anno fa · 814 letture · 2

Il silenzio in quella casa mi pesava addosso come una coperta troppo spessa in piena estate. Il ticchettio dell’orologio in cucina scandiva ogni secondo che ci separava da quella maledetta ora. Lo sapevamo. Da quando Zia ce l’aveva detto, sapevamo che quella notte ci avrebbe chiamati. Era solo questione di aspettare.

Adriana era seduta sul letto, rannicchiata contro se stessa, il viso nascosto tra le ginocchia. Io continuavo a girare nervoso per la stanza, i capelli ancora umidi dalla doccia, il cuore che non ne voleva sapere di calmarsi.

Poi il telefono vibrò sul comodino.

Mi voltai di scatto, il display illuminato nel buio della stanza. Poche parole, ma bastavano a far stringere lo stomaco.

“Venite da me. Ora.”

Adriana sollevò lo sguardo su di me. Occhi lucidi, spaventati.

«È lei?» sussurrò, anche se sapeva già la risposta.

Annuii piano. Mi passai una mano tra i capelli, il respiro pesante.

«Ci tocca…»

Lei rimase qualche secondo immobile, poi scivolò giù dal letto e venne verso di me. Mi prese la mano senza dire nulla, le dita sottili che cercavano un appiglio. Gliela strinsi forte. Non la guardai, ma sentii il calore della sua pelle, il modo in cui la sua mano tremava appena.

Uscimmo nel corridoio buio, il pavimento che scricchiolava sotto i piedi scalzi. Ogni passo sembrava portarci più dentro a un posto da cui sapevo sarebbe stato impossibile tornare. Adri si avvicinò ancora di più e all’improvviso sentii le sue dita stringere la mia.

«Non so se ce la faccio…» sussurrò, la voce rotta.

La guardai di sfuggita. Anche io mi sentivo uguale.

«Ci siamo dentro fino al collo» le dissi sottovoce. «E comunque vada… resto con te.»

Un mezzo sorriso tirato le scivolò sulle labbra, poi tornò seria. Continuammo a camminare. Arrivammo davanti alla porta della stanza della zia. Adriana si fermò, appoggiò la fronte al legno freddo.

«Se potessimo scappare da questa paura…»

Mi avvicinai, le poggiai una mano sulla schiena nuda sotto la maglietta leggera.

«Non possiamo. Siamo già troppo oltre.»

Rimase qualche istante ferma così, poi chiuse gli occhi e bussò.

Dentro, la voce di zia arrivò calda e tagliente, carica di un’intimità inquietante.

«Entrate.»

Entrammo. La stanza era immersa in una penombra soffusa, appena rischiarata dalla luce calda di una lampada sul comodino. L'odore di gelsomino e vino rimasto nei bicchieri dalla sera prima si mescolava all’umidità di quella notte troppo carica di cose irrisolte.

Zia era lì, seduta sul bordo del letto, una vestaglia leggera addosso che lasciava scoperte le gambe lisce, una spalla nuda. Non ci guardava subito. Giocherellava con una sigaretta spenta tra le dita. Solo quando chiusi la porta dietro di noi, sollevò lentamente gli occhi.

Ci squadrammo in silenzio. La tensione nell’aria era così densa da far male.

Fu lei a rompere per prima.

«Non so più distinguere niente» sussurrò, fissando il pavimento. «Ieri notte… quello che è successo… quello che ho provato…» La voce le tremò appena, poi scosse il capo, amaramente. «Ho odiato ogni istante. Eppure…» ci guardò dritti, gli occhi lucidi e arresi, «non ho mai provato una cosa così in vita mia.»

Adriana si morse il labbro, il viso pallido, gli occhi umidi. La vidi farsi avanti, un passo lento dopo l’altro. Poi si fermò davanti a lei.

«Io ti amo da sempre mamma» disse piano, la voce spezzata, sincera, nuda. «E non voglio più vergognarmi. Né di quello che ho fatto, né di quello che sento.» Si inginocchiò davanti alla Zia, le prese la mano. «Se questo è sbagliato… fa niente. Io non riesco più a far finta di niente.»

Sentii un nodo salirmi in gola. Le guardavo, il cuore a martellare nel petto.

Mi avvicinai anch’io. Mi abbassai accanto ad Adri, fissai Zia. La sua mano ancora tra le dita di Adriana. I suoi occhi su di me.

«Il problema non è quello che è successo» dissi. «Il problema sei tu, Zia. Che scappi da te stessa da troppo tempo. Che ti convinci che è tutto sporco, quando in realtà hai solo paura. Paura di essere quello che sei davvero.»

Lei serrò le labbra, lo sguardo che vacillava.

«Io…» provò a parlare, ma la voce le morì in gola.

Adriana le accarezzò il dorso della mano. Zia chiuse gli occhi.

«Non voglio più scappare» disse infine, quasi un sussurro. Aprì gli occhi su di noi. «Non so cosa diavolo mi stia succedendo. So solo che quando sto lontana da voi… mi sento un vuoto dentro che mi divora.»

Si voltò lentamente verso Adriana. Le dita tremanti le scostarono una ciocca bagnata dal viso.

«Forse… sto iniziando a capirti tesoro» sussurrò.

Adriana chiuse gli occhi, una lacrima che le rigava la guancia.

Io rimasi a guardarle, con una strana fitta dentro. Sapevo che da lì non si sarebbe più tornati indietro.

Per un momento restammo tutti e tre immobili, come sospesi. L’aria nella stanza sembrava farsi più densa, più pesante, intrisa di cose non dette e desideri che non si potevano più fingere.

Adriana si alzò lentamente in piedi, senza dire una parola. I suoi occhi erano lucidi, la pelle ancora umida per via della doccia di poco prima. Si avvicinò a Zia, che rimase immobile, lo sguardo basso. Poi, senza esitare, le prese il volto tra le mani e la baciò.

Un bacio vero, carico di tutto quello che aveva taciuto fino a quel momento. La vidi stringerla, il corpo che si avvicinava al suo, le mani che le accarezzavano il collo e i capelli.

Sentii un brivido lungo la schiena.

Zia all’inizio non reagì, poi la sua mano salì decisa sulla nuca di Adriana, ricambiando quel bacio con una fame che non aveva bisogno di essere spiegata.

Mi fermai a guardar loro per qualche secondo. Mi facevano impazzire.

Fu Zia ad alzare lo sguardo su di me. I suoi occhi, scuri e lucidi, si piantarono nei miei come una lama.

«Vieni qui» sussurrò.

Non era una richiesta. Era un ordine, e la cosa mi fece salire il sangue alla testa.

Mi avvicinai piano, senza staccare gli occhi dai suoi. Fu lei a prendermi per la maglietta e tirarmi a sé, facendomi cadere su di loro. Le mie mani si posarono sulle loro schiene, sentendo la pelle calda, bagnata dal poco vapore rimasto nella stanza.

Adriana sospirò contro il mio collo, le labbra sfiorando appena la pelle.

Il buio della stanza e quella luce fioca sembravano cancellare ogni confine, lasciando solo i respiri, i gemiti sommessi, il rumore dei corpi che si sfioravano.

Zia cercava di guidare tutto. Mi afferrò per i capelli, mi trascinò contro di sé, il suo respiro caldo contro la mia bocca. Ma Adriana non rimase a guardare. La vidi mordicchiarle l'orecchio, farla tremare, sussurrarle qualcosa che non riuscii a cogliere.

Le mie mani esploravano. La pelle liscia di Adriana, le curve di Zia. Sentivo i loro corpi che si muovevano contro il mio, un intreccio confuso di desiderio e complicità.

«Così…» sussurrò Zia mentre il mio palmo le stringeva i fianchi.

Adriana mi guardò da sotto le ciglia, il viso arrossato, un sorriso malizioso che non le avevo mai visto. Una mano le si infilò sotto la stoffa sottile della vestaglia di Zia, facendola ansimare piano.

La tensione cresceva a ogni carezza, a ogni sguardo.

Io cercavo di mantenere il controllo, ma era chiaro che le stavo gestendo a fatica, e che loro due sapevano bene come prenderselo, quel controllo.

Corpi che si stringevano, respiri spezzati, frasi sussurrate all’orecchio che facevano salire la pelle d’oca.

Non c’era più vergogna. Solo noi, in quella stanza, col cuore che batteva all’unisono e il desiderio che bruciava via tutto il resto.

driana fu la prima a lasciar cadere i vestiti sul pavimento. La stoffa scivolò lenta, rivelando il suo corpo perfetto sotto quella luce appena accennata. Il mio sguardo la percorse senza alcun ritegno, fermandosi su ogni curva, su ogni dettaglio che ormai conoscevo, ma che riusciva ancora a farmi perdere la testa.

Zia la osservava a sua volta, mordendosi appena il labbro inferiore. Aveva il respiro corto, le guance arrossate. Mi avvicinai a lei, sfiorandole le spalle, sentendo i brividi che le correvano lungo la pelle. Le lasciai scivolare via la vestaglia, rivelando la pelle calda e liscia sotto le dita.

Prima di andare avanti…

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