Nemmeno mezz’ora dopo, eravamo in salotto, le tapparelle abbassate, una sola lampada accesa e il silenzio intorno, come se anche la casa sapesse che stava per succedere qualcosa di grosso. Francesca era seduta con le gambe incrociate sul divano, la sigaretta tra le dita e quello sguardo che conoscevo fin troppo bene. Quello da "se non parli subito, giuro che ti strozzo con il cavo del telefono."
«Ok, spiegatemi bene ‘sta storia.»
Adriana non perse tempo. Disse tutto con calma, con quella freddezza lucida che le veniva solo quando si sentiva minacciata sul serio. Mentre parlava, la guardavo e mi chiedevo dove cazzo trovasse quella forza. Quando finì, Francesca si passò una mano tra i capelli e scoppiò a ridere. Una risata secca, amara, che le fece scendere una lacrima all’angolo dell’occhio.
«Il terzo… o il quarto ricatto di quest’estate.» disse, fissandomi con un ghigno. «Giuro Ale, se ne arriva un altro lo ammazzo.»
Adriana sorrise, con una vena velenosa nella voce.«Beh, tecnicamente sono finite le persone scopabili in questa famiglia …»
Io mi lasciai cadere sulla sedia accanto a loro, il volto tra le mani, e sbuffai.«Diciamo che l’ultima manco lo era, eh. È stato più un trauma che altro.»
Francesca si alzò e si versò da bere. Poi si voltò verso di noi, occhi lucidi ma determinati.«Io una mezza idea ce l’ho…» disse, scuotendo il bicchiere.
Adriana si raddrizzò. «Cosa?»
«Conosco Lara da troppo tempo per non sapere che ha qualche scheletro nell’armadio… e so che suo padre ha combinato un casino anni fa. Se riesco a mettere le mani su qualche vecchia carta o messaggio, potremmo chiuderle la bocca una volta per tutte.»
La stanza rimase in silenzio per un attimo. Io sentii un nodo alla gola, lo stomaco chiuso come se stessi per vomitare.
«Vuoi rovistare tra le sue cose?» chiesi, a bassa voce.
Francesca annuì, seria. «Non sarà facile… servirebbe che tu la tenessi occupata domani notte. Giusto un’oretta, mentre Adri ed io rovistiamo in camera sua.»
Mi passai una mano sul volto, stringendo i denti. «Non ce la faccio più… mi sta ammazzando. Ogni volta peggio. È… una merda.»
Adriana mi prese il viso tra le mani, i suoi occhi così intensi e belli, e per un momento avrei voluto perdermici.«Lo so…» sussurrò. «Mi manchi, mi fai impazzire quando ti vedo così, Ale. Ma devi resistere solo ancora una volta. Per noi. Per te.»
Deglutii, abbassando lo sguardo.«L’ultima volta.»
Francesca si avvicinò, mi sfiorò la guancia con una carezza carica di dolcezza e di colpa. «Giuro che la facciamo finire, domani. Lo giuro su tutto.»
Restammo così, vicini, uniti da quella tensione, da quella rabbia e da quel desiderio di sistemare ogni cosa.Mi lasciai sfuggire un mezzo sorriso amaro.«È davvero l’ultimo giro, eh?»
Adri mi strinse forte. «Giuro. Poi torni da me.»
Francesca annuì, accendendo una sigaretta. «E se questa storia porta a un altro ricatto… lo giuro, impazzisco .»
Scoppiammo in una mezza risata nervosa, un attimo di leggerezza in mezzo a quell’inferno.
E così fu deciso.Domani notte, l’ultima volta.
Era notte fonda.La casa dormiva, o almeno così sarebbe dovuto essere. Io ero steso sul letto da più di un’ora, occhi fissi sul soffitto, il cuore che batteva troppo forte per trovare pace. Sapevo che quella sera sarebbe successo qualcosa. Lei l’aveva detto, con quella voce melliflua e quella malizia tossica che mi faceva rabbrividire.
“Ti voglio tutto per me… stanotte lo facciamo strano.”
Quelle parole mi erano rimaste infilzate nel cervello. Ma paradossalmente, era l’occasione perfetta. Dovevo tenerla lontana dalla sua camera e dal resto della casa. E se voleva farlo in salone… allora meglio così.Anche se il pensiero di doverle stare vicino di nuovo mi faceva venire il voltastomaco.
Poco prima delle due, bussò piano alla mia porta.Non risposi. Aprì comunque, apparendo sulla soglia in un completino di pizzo nero e rosso che, su quel corpo imponente e morbido, le lasciava scoperto più di quanto avrei voluto vedere.Aveva lo sguardo di chi voleva comandare, e io, quella sera, non avevo altra scelta che assecondare.
«Scendi in salone. Ti voglio lì. Ora.»La sua voce calda e bassa aveva quella nota minacciosa che conoscevo fin troppo bene.
Scesi senza fiatare.Il salone era immerso in una penombra calda, qualche candela accesa e sul divano una copertina buttata lì. Lara arrivò poco dopo, una bottiglia di vino mezza vuota in mano e quel sorriso da predatrice.
«Stasera facciamo le cose diverse. Ti piacerà… fidati.»
Fidarmi… già.Feci un respiro profondo, ingoiando il disgusto e il nervosismo, e mi sedetti sul divano, cercando di sembrare docile.Lei si avvicinò, montandomi addosso a gambe larghe. Sentivo la sua pelle morbida e calda premere contro di me, il seno prosperoso sfiorarmi il viso mentre cercava di impormi la sua presenza.
Io non dicevo una parola.Sapevo solo che dovevo tenerla lì. Tenere quella maledetta posizione, resistere, e aspettare il momento in cui il piano sarebbe scattato.
«Bravo cucciolo. Stasera si fa come dico io… e senza lamentarsi.»
Mi sussurrò all’orecchio, mentre le sue mani scivolavano sul mio petto.Sapevo che stavo scivolando di nuovo nel buio, ma questa volta, sarebbe stata l’ultima.
“Tanto lo so che lo vuoi.”
Sorrisi appena, un cenno appena accennato che in realtà voleva solo dire aspetta e vedrai.Finsi di rilassarmi sotto di lei, le mani che scorrevano sulle sue cosce, stringendole piano come a concederle il ruolo di comando, mentre dentro di me contavo i secondi. Sapevo cosa voleva da me quella notte. Ma era anche l’occasione perfetta.
Si sistemò meglio a cavalcioni, iniziando quei movimenti lenti e sinuosi che sapeva benissimo essere provocanti. Io la lasciavo fare. Non rispondevo come voleva, e più passavano i minuti più il suo sguardo si faceva impaziente, affamato di controllo.
«Che c’è? Oggi più docile del solito…»Il tono basso, provocante, mentre il seno prorompeva dalla scollatura di pizzo e quasi mi sfiorava le labbra.
Finsi di cedere ancora un po’, le mani salite a palpare le sue forme abbondanti, giocando il ruolo che si aspettava. La sua pelle morbida scivolava sotto le mie dita, mentre nella mia testa tutto era già pronto.
Era il momento.Con un movimento lento, la lasciai piegare in avanti, il suo seno pieno che mi sfiorava il volto. La sentii gemere appena, il corpo caldo e pesante contro il mio.
“Bravissimo… così. Vedi che ti piace…”
Sorrisi appena.
Continuava a muoversi, decisa, prendendosi quello che voleva, schiacciandomi sotto il peso del suo corpo morbido. Cercai di ribaltare la situazione a parole, insinuando piccoli fastidi, giocando con la sua vanità.
«Sai… potrai pure fare quello che vuoi stanotte, ma ti assicuro che finirà come decido io.»
Lei rise piano, piegandosi su di me, stringendomi il viso tra le mani. «Parole, caro. Solo parole.»
Il suono delle molle del divano che gemevano sotto il nostro peso faceva da sottofondo. Il suo respiro pesante, il profumo dolciastro della sua pelle, tutto mi dava fastidio, ma non lo mostrai. La provocai ancora, e ancora, mentre dentro di me contavo i minuti per arrivare al momento che avevamo preparato.
Mi chinai appena verso il suo orecchio, senza smettere di muovermi, e sussurrai piano:«Ti diverti a illuderti di comandare, eh?»
Lei mi scoccò un’occhiata furiosa, i suoi occhi verdi ridotti a due fessure incandescenti.«Non parlare. Serve solo il tuo corpo, il resto non conta.»
Le sue mani grosse mi strinsero i polsi e aumentò il ritmo, come a voler cancellare con i movimenti la mia voce, ma non smisi.
«Sai cosa penso ogni volta che fai questi versi?» mormorai di nuovo, con un sorriso storto. «Che non c’è niente di più triste di una donna che si accontenta di farsi credere intoccabile, quando sa di essere solo un ripiego.»
Il viso di Lara si irrigidì. Sentii la presa sulle mie braccia farsi più forte, il respiro diventare rabbioso. Cercava di non perdere il controllo, di non dar peso alle mie parole, ma ogni sussurro era una lama infilata sotto pelle.
Continuò a muoversi sopra di me, gemendo più forte, quasi a coprire la voce della mia provocazione.«Parla pure… tanto so cosa vuoi. Alla fine sei mio.»
