«Stanotte solo noi,» mormorò, senza nemmeno aspettare una risposta.
E non c’era niente da aggiungere.
La tirai giù su di me e la presi con forza, i nostri corpi che si muovevano insieme come lo avevano fatto mille volte, senza bisogno di parole, solo istinto, solo voglia. Ogni movimento era familiare eppure sempre nuovo, il piacere che saliva rapido, violento, tra sospiri soffocati e morsi sul collo.
Era fame. E lei lo sapeva. Come sapeva che, in quel momento, Adriana era lontana anni luce dai miei pensieri.
«Stanotte devi sfondarmi,» sussurrò con voce roca, mentre le sue mani mi afferravano con forza, la pelle calda che si fondeva alla mia.
Francesca era sopra di me, le cosce salde ai lati dei miei fianchi, il suo corpo perfetto che si muoveva con una violenza sensuale impossibile da domare. Mi era calata addosso come una furia, e sentivo il calore di lei avvolgermi, stringermi dentro con forza mentre cavalcava ogni mio colpo, i suoi gemiti sporchi e rauchi che riempivano la stanza.
Le sue mani affondavano nel mio petto, mentre il seno ballava davanti ai miei occhi a ogni movimento, pieno, sodo, irresistibile. Le afferrai i fianchi con forza, poi risalii con le mani a stringerle quel culo da impazzire, sodo e rotondo, le dita che si perdevano nella carne mentre la guidavo, spingendola ancora più giù su di me.
Lei mi guardava con un sorriso sporco e affamato, i capelli neri incollati alla pelle sudata, le labbra gonfie e umide. Mi sollevai di scatto, incollando la bocca al suo seno, baciandolo, mordicchiando quei capezzoli tesi che sembravano fatti apposta per essere presi così. Francesca gemette forte, affondandomi le mani nei capelli, premendo ancora più il petto sul mio viso.
Il ritmo aumentava, feroce, brutale, il letto che cigolava sotto di noi. Poi fu lei a sussurrarlo con voce rotta:
«Adesso ti voglio dietro… voglio sentire se hai davvero le palle di sfondarmi.»
Non me lo feci ripetere. La ribaltai di colpo, il suo corpo finì a pancia in giù contro il materasso, quel culo spettacolare inarcato davanti a me. La presi con forza, le mani che stringevano quelle due natiche sode mentre mi infilavo di nuovo dentro lei con un colpo secco che la fece gemere scomposta.
I nostri corpi si cercavano e si scontravano senza più controllo. Il letto iniziò a gemere sotto i colpi, le molle che scricchiolavano senza tregua. Francesca urlava contro il cuscino, il viso girato di lato con un sorriso ebbro di piacere e dominio.
Ogni affondo era più profondo, più animalesco. Le afferrai i capelli, tirandole appena la testa all’indietro, il corpo di lei che tremava mentre il ritmo diventava devastante. Le sue mani stringevano le lenzuola, i seni che rimbalzavano a ogni colpo sotto il suo petto premuto al letto.
Era sesso sporco, violento, senza freni. Come solo due amanti che si conoscono fin troppo bene sanno concedersi.
Il ritmo era disumano. Francesca spingeva indietro il bacino a ogni affondo, le urla sempre più scomposte, il letto che cigolava come se stesse per cedere da un momento all’altro. Il suo culone perfetto si muoveva sotto le mie mani, le dita che affondavano nella carne calda e sudata, lasciando impronte rosse mentre la tenevo ferma, facendola mia senza pietà.
«Dio… sì, così… sfondami!» urlò senza più freni, e io sentii il sangue ribollirmi nelle vene. La tirai indietro per i capelli, il viso di lei arrossato, le labbra gonfie, gli occhi persi in quella follia di piacere.
Infilai la mano sotto di lei e le strinsi un seno con violenza, facendolo rimbalzare sotto il mio tocco, mentre l’altra restava piantata a dominare il suo culo. Lei rideva, gemeva, urlava e più lo faceva, più il mio controllo crollava.
Poi Francesca fece quella cosa che sapeva farmi perdere la testa: si portò due dita in bocca, le bagnò di saliva e senza pensarci se le portò dietro, toccandosi da sola con una naturalezza sporca e sfacciata.
«Guardami, Ale… guardami mentre mi prendo tutto quello che voglio.»
La scena fu talmente folle e straziante di desiderio che sentii le gambe cedere. Affondai di nuovo, più forte, più profondo, mentre le molle del letto facevano un rumore osceno, la stanza invasa dall’odore di sesso e pelle sudata.
Francesca tese tutto il corpo, le urla spezzate nel cuscino mentre il piacere la travolgeva, e io la seguii un istante dopo, senza più lucidità, gemendo il suo nome contro la sua schiena lucida di sudore.
Rimasi lì sopra di lei per qualche secondo, il cuore che batteva all’impazzata, il corpo esausto, il letto scomposto e umido del nostro passaggio.
Francesca rise, quella risata roca e soddisfatta che aveva solo quando la facevo godere davvero.
«Dio, quanto mi serviva…» sussurrò, voltandosi appena per guardarmi con quel suo sguardo da strega ubriaca di piacere.
Restammo lì, sfiniti e soddisfatti, ancora incapaci di separarci, con il letto ancora oscillante e il corpo di lei che sembrava scolpito nella mia memoria.
Un momento sporco, folle, perfetto.
Francesca rimase distesa sul letto, il respiro ancora affannato, le cosce che le tremavano appena. Io mi lasciai cadere accanto a lei, il braccio che le scivolò dietro la schiena sudata.
Restammo in silenzio per qualche minuto, solo il rumore del nostro respiro e delle molle ancora che oscillavano sotto di noi.
Poi fu lei a rompere quel momento.
«Non voglio che ti dimentichi di me per un corpo più giovane, Ale.» La sua voce era bassa, roca, come quando si lasciava andare troppo. Mi guardava con quegli occhi neri che sapevano essere dolci e spietati allo stesso tempo.
Sorrisi appena, passandole una mano tra i capelli scomposti.
«Puoi stare tranquilla.»
Lei si sollevò su un gomito, mi baciò piano sulle labbra, quel bacio lento e possessivo, che sapeva di troppe notti come quella e di nessuna promessa vera. Poi si lasciò ricadere sul cuscino.
«’Notte, Ale.»
«’Notte, Zia.»
Uscii dalla stanza mentre lei rimaneva a fissare il soffitto, con le lenzuola che le scivolavano addosso come un vestito stropicciato.
La casa era buia, silenziosa. La porta della mia camera era chiusa, Adriana di certo già addormentata, il profumo del suo corpo ancora addosso a me. Scossi la testa, quasi a togliermela di dosso, e raggiunsi la cucina.
Aprii il frigo, mi versai un bicchiere d’acqua, quando una voce mi fece trasalire.
«Bella serata, eh?»
Lara era lì, appoggiata allo stipite della porta, le braccia incrociate, i capelli scomposti e uno sguardo che non prometteva niente di buono.
Mi voltai piano, cercando di mascherare il fastidio.
«Che vuoi, Lara?»
Lei fece un mezzo sorriso, il bicchiere di vino che stringeva nella mano mezza vuoto.
«Niente. È solo… divertente osservare certe dinamiche in questa casa.» Fece una pausa. «Tutti così… affettuosi.»
Alzai gli occhi al cielo, mandando giù un sorso d’acqua. «Se hai qualcosa da dire, dillo.»
Lara si avvicinò di un passo, quel sorriso sottile ancora stampato in faccia.
«No, figurati…» scrollò le spalle, poi inclinò appena la testa, gli occhi fissi nei miei. «È solo che… sai… a volte mi chiedo come facciate a non farvi scoprire.»
Il gelo. Sentii il cuore saltare un battito, ma rimasi immobile, il bicchiere a metà strada dalle labbra.
Lei sorrise di nuovo, più larga stavolta.
«Già. Chissà cosa direbbe tuo padre… o qualcun altro… se sapesse.»
Mi fissava, e sapevo che aveva capito. Non tutto, forse, ma abbastanza.
Il capitolo si chiudeva lì, con il ghiaccio nel bicchiere che tintinnava piano, e quell’ultima frase di Lara, lasciata in sospeso come una minaccia:
«Ci vediamo domani, Ale.»
Poi se ne andò via, lasciandomi solo in cucina, con il cuore che batteva troppo forte e il sapore di Francesca e Adriana ancora sulle labbra.
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