«Se continuiamo così, finiamo per farci arrestare» mormorai, più per provocazione che per reale preoccupazione.
Adriana si mise seduta, le gambe piegate, e con un sorriso sporco e irresistibile guardò Zia.«E allora? Vuoi lasciarlo così?»
Zia la fissò un attimo. Poi scosse la testa.«No. Non stavolta.»
Si alzò, infilò la maglietta larga sopra il costume e si avvicinò a me, piegandosi all’altezza del mio orecchio.«Andiamo a farci una doccia… ma non a casa.»
Le sue dita scivolarono tra le mie, stringendo con decisione. Adriana capì subito, il suo sguardo che brillava come quello di una ragazzina davanti a un gioco proibito.
«Hotel?» chiese a bassa voce, eccitata.
«Hotel.» confermò Zia, baciandola piano sulle labbra.
In meno di cinque minuti avevamo raccolto gli asciugamani e le bottigliette, i costumi bagnati ancora indosso, la pelle salata e i capelli umidi. La tensione era talmente palpabile che in macchina, mentre il cielo si scuriva e le prime luci della sera si accendevano, nessuno diceva una parola. Solo sguardi. Solo mani che si sfioravano sulle cosce, sulle ginocchia, sui fianchi. Zia alla guida, io dietro con Adriana appiccicata al mio fianco, la sua mano che scivolava sotto il telo ogni volta che una curva faceva sobbalzare la macchina.
La destinazione era chiara. Nessuno la disse ad alta voce, ma la immaginammo tutti nello stesso momento: un hotel discreto sulla statale, di quelli con il parcheggio riservato e le stanze a ore, il numero scritto su una tesserina e nessuna domanda.
Ero pronto a perdere completamente la testa.
La stanza era piccola, discreta, arredata con quel gusto anonimo tipico degli hotel a ore. Un letto enorme al centro, le luci soffuse e il profumo leggero di pulito misto a cloro che usciva dalla porta del bagno socchiusa. Non c'era bisogno di molte parole, solo di sguardi.
Adriana si lasciò cadere sul letto ridendo, la pelle ancora umida di mare, i capelli spettinati e gli occhi che brillavano di malizia.«Voi sistemate le cose» disse giocando con le dita sulla sua coscia, «io vado a farmi una doccia… se siete bravi magari vi faccio entrare.»
La frase era una provocazione perfetta, il modo in cui si sfilò la maglietta sopra la testa e lasciò cadere il costume a terra mentre entrava nel bagno, il fondoschiena nudo e bagnato che spariva oltre la porta, lasciò nell’aria una tensione elettrica.
Zia mi guardò. Era bastato quello. Bastava sempre troppo poco con lei. Si avvicinò piano, il sorriso lento e perverso, le labbra leggermente schiuse e quella luce famelica negli occhi.
«Tutta la giornata a guardarci le mani… e adesso?» sussurrò, afferrandomi la maglietta e tirandomela via con uno strattone.
Le sue mani erano già ovunque. Calde, sicure, le dita che graffiavano appena la pelle mentre si faceva spazio sul mio petto e sulla schiena, la bocca che cercava la mia con una fame impaziente. Non c'era niente di dolce in quel bacio. Era sporco, disperato, carico di desiderio accumulato. Mi spinse contro il muro, le sue gambe che si stringevano alle mie, il costume ancora addosso ma completamente inutile a quel punto.
«Dio, ti voglio adesso» ringhiò appena contro la mia bocca, mordendomi il labbro.
La presi per i fianchi, la sollevai con facilità e la portai contro il letto. I suoi seni duri sotto il tessuto sottile, il sapore salato della sua pelle mentre scendevo con le labbra lungo il collo, sulle spalle, fino a sfiorarle il seno con la lingua.
«Se Adri ci becca…» provai a dire, ma lei rise piano, stringendomi i capelli.
«Farà in tempo a raggiungerci.»
Le mani di Zia scivolarono dentro il mio costume, mi liberò con un gesto deciso e me lo abbassò fino alle ginocchia, accarezzandomi con lentezza, godendosi ogni reazione, ogni brivido. Il piacere montava troppo in fretta e lei se ne compiaceva, stringendomi, accarezzandomi piano e poi più forte, sfiorandomi con le labbra lungo il petto e il basso ventre, assaporandomi come una predatrice che aveva aspettato fin troppo.
Il rumore dell’acqua della doccia copriva i nostri respiri, il letto scricchiolava sotto di noi mentre la baciavo ovunque, le mani piene della sua pelle calda, le unghie che mi graffiavano il fianco, il sapore della sua pelle salata e il suo corpo che tremava contro il mio.
E in quel preciso momento, sapevo che sarebbe bastato un attimo per perderci del tutto.
La porta del bagno si aprì di colpo, lasciando filtrare una scia di vapore caldo nella stanza. Adriana apparve sulla soglia, con i capelli bagnati che le cadevano a onde sulle spalle nude, qualche ciocca appiccicata alla pelle lucida d’acqua. Indossava solo un asciugamano sottile avvolto male, che lasciava intravedere una coscia alta, liscia e bagnata, mentre gli occhi verdi brillavano di malizia.
Si bloccò un attimo, trovandoci già avvinghiati, con Zia sopra di me, i capelli scompigliati e il respiro spezzato che le faceva salire e scendere il petto. Un lampo di gelosia le attraversò il volto, ma poi le labbra le si incurvarono in un sorriso storto.
«Vi siete fatti prendere la mano, eh?» sussurrò, poggiandosi allo stipite e lasciando che l’asciugamano scivolasse a terra.
Era splendida. La pelle umida brillava sotto la luce soffusa, le gocce d’acqua scivolavano lungo il seno sodo e il ventre piatto. I capezzoli tesi per il fresco della stanza, le gambe lunghe, il fondoschiena perfetto. La osservai mentre camminava lentamente verso il letto, con quello sguardo deciso e un misto di dolcezza e desiderio a renderla ancora più irresistibile.
Zia la fissò con un sorriso appena imbronciato, gli occhi accesi. «Sei arrivata tardi, piccola…»
«Recupero in fretta, tranquilla.» La voce di Adriana era un sussurro provocante.
Si inginocchiò accanto a noi e prima di dire altro mi afferrò per i capelli, attirandomi a sé e baciandomi con una fame che mi fece gemere nella bocca. Il sapore della sua pelle umida e delle sue labbra calde mi travolse. Sentivo il suo seno premuto contro il mio petto e le sue mani stringermi forte. Zia non perse tempo a scivolare lungo il mio fianco, le dita che graffiavano piano e la lingua che tracciava un sentiero di piacere.
Il letto divenne un intreccio di corpi, mani e respiri affannati. Adriana e Zia si cercavano, si sfidavano, si baciavano con violenza e dolcezza insieme, alternandosi su di me, giocando a contendersi il controllo. Ogni volta che una mi baciava, l’altra si prendeva libertà altrove: labbra, collo, fianchi, ogni centimetro di pelle che bruciava al loro tocco.
I capelli bagnati di Adriana mi solleticavano il petto mentre si muoveva, i suoi baci che scendevano lenti, mentre Zia non perdeva occasione per mordermi il lobo o sussurrarmi oscenità all’orecchio.
Era frenetico, intenso, una danza senza pause dove il desiderio si moltiplicava a ogni sguardo, a ogni gemito trattenuto.
Mi voltai verso Zia, le presi il viso fra le mani e la baciai a lungo. Le sue labbra morbide e viziose sapevano ancora di piacere, di provocazione. Quando mi staccai da lei, le sussurrai piano:«Stavolta scelgo lei.»
Sentii Zia ridere piano dietro di me.«Così è…» sussurrò appena, lasciando la frase incompiuta mentre le sue dita sfioravano il mio fianco in un’ultima carezza distratta, prima di spostarsi di lato e lasciarci spazio.
Adriana si tirò sopra di me, i capelli castani che mi solleticavano il viso mentre la sua bocca cercava la mia, e da lì il resto fu un vortice di mani, di pelle calda, di respiri spezzati.
Adriana si lasciò ricadere di schiena sul letto, i capelli castani ancora umidi che si spargevano sul cuscino bianco, il respiro appena accelerato e un sorriso lento, malizioso sulle labbra. Mi guardava con quegli occhi pieni di complicità e sfida, mentre le dita disegnavano cerchi distratti sul proprio ventre.
«Allora?» sussurrò con voce roca e vellutata. «Vuoi le mani… o la bocca?»
In quel momento non avevo più voglia di mezze misure, di provocazioni e di giochi lenti. Mi abbassai su di lei, le sfiorai le labbra con un bacio rapido e deciso, poi il mio corpo si posò sul suo, sentendo il calore della sua pelle sotto di me, i suoi fianchi che si sollevavano appena per venirmi incontro.
