Io mi preparai a quella che poteva essere la prima occasione per farmi un amante fisso, giovane, ben dotato e disponibile alle mie voglie anche perverse.
Verso le tre e mezza, uscii e mi incamminai verso l’esterno del paese: quando da piccoli andavamo a giocare alla casa degli spiriti, avevamo costruito una serie di percorsi per entrare ed uscire senza farci notare; ed io scelsi per l’appunto il percorso esterno, quello che dai campi portava sul retro della casa senza vedere o essere visto da anima viva.
Entrai nella stanza che avevo predisposto e mi accinsi ad attendere; non ci volle molto.
Ancor prima delle quattro, sentii la voce di Nicola che chiamava dal portone; come una furia mi precipitai fuori e lo aggredii.
“Che diavolo urli?!?! Vuoi fari sentire da tutto il paese?”
Arrossì e abbassò gli occhi contrito; lo presi per un braccio e lo tirai nella camera con me; una volta chiusa la porta, ripresi volutamente a maltrattarlo.
“E allora? Cosa aspetti? Un invito scritto?”
Reagì con violenza e mi abbrancò le tette; mi toccò fermarlo, prenderlo tra le braccia e stampargli le mie labbra sulle sue, infilandogli immediatamente la lingua in bocca.
Mi pareva assai strano, dopo averlo visto dominare con convinzione il piccolo Peppino ed aver visto come usava con lui la lingua, le mani e il sesso, che invece fosse così imbarazzato con me, che pure aveva dichiarato di voler possedere in ogni modo; ma poi pensai che forse i miei modi aggressivi lo avevano in qualche modo inibito.
Però non intendevo in nessun modo lasciargli lo spazio per sentirsi padrone di me e del nostro rapporto.
Più dolcemente, comunque, lo strinsi a me tirandolo per le natiche sul mio ventre finché sentii il turgore del suo sesso che mi solleticava la vulva da sopra la gonna e le mutande.
Nonostante il baluardo della stoffa, quel membro mi vibrava sul corpo in totale pienezza, quasi fossimo già completamente nudi e, favorita anche dal fatto che tutti e due ci strusciavamo con forza gli ossi pubici, cominciai a bagnarmi e a rilasciare umori che mi impregnarono immediatamente le mutande.
Nicola si riprese rapidamente e le sue mani si spostarono immediatamente sul mio seno; in un attimo i bottoni della camicetta si aprirono e, poiché non portavo reggiseno, le mie tette furono immediatamente a portata delle sue mani che presero a massaggiarle, a stringerle, a carezzarle titillando dolcemente i capezzoli.
Le nostre bocche erano rimaste incollate in un bacio lungo e intenso e le lingue avevano cominciato un gioco di intrecci che alimentavano il piacere in vagina e procuravano continue scosse di godimento, quasi piccoli orgasmi in rapida successione.
Poi Nicola staccò la bocca dalla mia e si abbassò a prendere tra le labbra un capezzolo; il contatto con le sue labbra mi diede un brivido intenso e nuovo: quando cominciò a succhiarlo, poi, mi sembrò quasi che mi succhiasse il piacere direttamente dalla vulva e me lo scaricasse nel seno.
Feci scivolare una mano tra i nostri corpi e andai a prendere la cerniera del pantalone, la abbassai fino in fondo e infilai la mano nel’apertura: non portava mutande e mi trovai immediatamente a contatto con la sua mazza.
Lo avevo già visto, quel membro, quando Peppino lo aveva manipolato per masturbarlo e poi lo aveva preso in bocca per una fellatio; e soprattutto quando lui lo aveva infilato nell’ano di Peppino e glielo aveva piantato fino in fondo, fino a godere.
Lo avevo desiderato quella volta, solo a vederlo, e lo desideravo ancora di più adesso che lo sentivo palpitare nella mia mano e ne raccoglievo il calore, la forza, il senso di possesso.
Manovrando come potevo con il pantalone, lo tirai fuori e lo accarezzai per tutta la sua lunghezza: niente a che vedere con la ‘lattina’ del forestale, naturalmente: quello era di una categoria extra, un bastone come se ne vedono pochi ed io lo avevo già non solo visto ma anche assaggiato in mano e in vagina.
Ma era comunque un gran bel membro, con una circonferenza che la mia mano poteva appena stringere e con una lunghezza per la quale due volte la mia mano sarebbe stata insufficiente.
Insomma, avevo tra le mani una mazza di tutto rispetto che manipolavo con voluttà e da cui ricavavo infinite scosse di elettricità che mi facevano palpitare tutti i recessi del ventre.
Preso dal piacere della manipolazione che gli stavo praticando, Nicola allentò per un attimo il suo impegno, sollevò la testa in atteggiamento di lussuriosa estasi e trascurò per un attimo i miei seni; poi si riprese immediatamente e, spostandosi un poco indietro col corpo, allungò una mano dietro la mia schiena, si infilò sotto la gonna ed andò ad artigliarmi una natica che strinse goduriosamente per poi far scivolare la mano su tutto il sedere in una carezza lussuriosa che continuò dentro le mutande, semplicemente spostandole; quando le dita scivolarono sull’ano, Nicola raccolse col medio gli umori che scorrevano e infilò il dito umido nel retto; spinsi il bacino indietro per accoglierlo meglio e il dito scivolò più dentro fino ad entrare nel tutto.
Subito dopo, la mano si spostò verso la vulva: da dietro, risultò quasi più facile far entrare due dita e cominciare a titillare il clitoride che era finito tra le dita.
Per alcuni minuti rimanemmo con il fiato sospeso: io mandavo su e giù la pelle del membro nella manipolazione più bella che avessi mai immaginato; lui ravanava nella mia vulva martoriandomi il clitoride e cercando i tessuti più interni della vagina fin quasi all’utero.
L’orgasmo era nell’aria: da un momento all’altro sarebbe esploso inevitabile; e Nicola non era, evidentemente, in grado di controllare troppo a lungo il suo orgasmo.
“Sto per venire.”
Mi disse quasi preoccupato.
“Non azzardarti a farlo se prima non mi fai godere!”
Intimai quasi con ferocia.
Lasciata la mia tetta, portò l’altra mano sulla vulva e riprese a titillarmi vagina e clitoride; spostò intanto l’altra mano un po’ più indietro e infilò di nuovo il dito nel retto provocandomi una fitta di piacere che partì dallo sfintere, passò per il clitoride e si scatenò nell’utero.
Fu un orgasmo violento che accompagnai con un urlo a malapena soffocato da me e da Nicola che mi infilò la lingua in bocca per non svegliare il paese.
Appena ebbi goduto, Nicola sembrò liberare il suo mostro che sganciò uno spruzzo di sperma contro la parete opposta ad almeno un metro e mezzo di distanza; gli altri quattro spruzzi caddero per terra un po’ più vicino.
Ci sedemmo sul letto quasi disfatti dall’orgasmo; continuai a giocare col sesso che aveva perso consistenza ma non era meno piacevole da accarezzare.
“Tra poco si riprende e possiamo ricominciare.”
Mi propose Nicola; ma non era questa la mia intenzione.
“No, questo era l’aperitivo che avevo pensato di farti assaggiare; se ti comporti bene e non parli con nessuno, se stai attento a non farci scoprire: insomma, se ti comporti a modo, dopo che Antonio sarà tornato in Svizzera, sarai il mio amante e faremo sesso in tutti i modi. Per ora, però, è bene interrompere e attendere la partenza degli emigranti che non è poi tanto lontana.”
Cominciava per me il primo anno da ‘vedova bianca’ ma per la ‘caccia’ non avevo problemi, almeno per quest’anno.
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