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Erotika
Emigranti · Cap. 4
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Capitolo 4 di 9 22 min di lettura

Emigranti 4

Ormai svezzata a scopare, la ragazza si scatena con un amico di suo marito, fermatosi due notti in casa sua mentre torna a casa; l'esperienza favorisce l'autostima e la scelta dell'amante per l'estate

geniodirazza
1 anno fa · 347 letture · 0

Emigranti 4

Come era prassi, ogni anno le quattro fresche spose fummo convocate dal medico condotto che ci inviò all’ospedale della vicina città per verificare la nostra capacità di procreare: in una civiltà strutturalmente contadina ed arcaica, risultava pregiudiziale a tutto e fondamentale per il matrimonio.

La noia cominciò la mattina assai presto, con l’unica corsa dell’autobus che aveva luogo in orario antelucano.

Continuò poi in città con le enormi difficoltà a orientarci; e peggiorò in ospedale dove gli infermieri ci facevano spogliare continuamente e completamente per le visite, per le radiografie, per i controlli (ma di più, secondo me, per ammirare integralmente delle belle ragazzotte montanare bene in carne); i medici infilavano le mani dappertutto e qualcuno pareva godesse a tenerle dentro l’intimo fin oltre il lecito: insomma, il nostro profondo senso del pudore ne risultò logorato e offeso.

Infine, il versamento di orina in contenitori microscopici e la raccolta delle feci che mi fece alquanto schifo.

La parte più dolorosa, per ragazze come noi poco avvezze all’ago della siringa, fu il prelievo del sangue.

Poi il tormento si concluse con il viaggio di ritorno, in pomeriggio avanzato.

Qualche giorno dopo, il medico condotto mi convocò all’ambulatorio: considerata la particolarità della richiesta, mia madre si precipitò ad accompagnarmi.

Il referto ci gelò: il mio utero, per una conformazione particolare, non era in grado di procreare.

Per mia madre fu una vera mazzata che la stordì.

Inutile dire che in breve tutto il parentado entrò in lutto per la novità e tutto il paese commentò la notizia nella maniera più varia: il commento più acido fu.

“Così potrà copulare senza problemi.”

Nella interpretazione del posto, valeva un esplicito ‘troia’.

Antonio sembrava non essersi reso conto del significato della notizia: continuò imperterrito a montarmi tre volte a notte e ad addormentarsi dopo ogni orgasmo, quasi che il problema non esistesse.

Solo col tempo ne avrebbe preso coscienza e avrebbe deciso di non tornare più a San Rocco dimenticando la moglie.

Io presi la notizia con rabbia incontenibile: più di ogni altra cosa, mi faceva incazzare l’idea di essermi costretta ad accettare la violenza di un marito - animale solo in nome della continuità della famiglia e di trovarmi ora a sopportarlo senza neanche quella prospettiva.

L’unica consolazione veniva proprio da quella considerazione di ‘troia’ libera di fare sesso che apriva un nuovo paesaggio di corna al marito - animale.

Dopo lo “svezzamento” di Genny, dopo la sperimentazione di libertà con il forestale e dopo la progettazione di copule con Nicola, il fatto di non dovermi più preoccupare di dove finisse lo sperma mi metteva in condizione di sperimentare il sesso in tutte le sue forme e possibilità.

Rispondevo con uno sberleffo alle paesane che mi esibivano i figli come ipotesi non prevista per me e cominciai a sculettare con aria provocatoria di fronte a qualunque maschio, quasi a sottolineare.

“Io posso e voi no.”

Un’altra novità di quella settimana fu rappresentata dall’arrivo di una macchina dalla Svizzera con quattro paesani che avevano dovuto ritardare la partenza.

Con loro c’era anche un quinto passeggero, un tale Mario, che in Svizzera condivideva con Antonio il lavoro, la camera e, in qualche modo, l’esistenza.

Mario era però l’opposto esatto di mio marito.

Fine nei modi, elegante nell’abbigliamento, bello di aspetto e senza i limiti di struttura che caratterizzavano i paesani, montanari tozzi, muscolari e sgraziati.

Lui e mio marito mi piombarono in casa a mezza mattinata, mentre ancora rassettavo; e solo allora Antonio mi comunicò che il suo ‘caro amico Mario’ sarebbe stato nostro ospite per tutto il giorno, avrebbe dormito nel divano del soggiorno e sarebbe ripartito l’indomani mattina per la città dove avrebbe ripreso il viaggio che lo portava a casa sua, qualche centinaio di chilometri più a sud, in un’altra regione.

Capii anche che lui aveva ritardato la partenza dalla Svizzera e aveva approfittato, per risparmiare, del passaggio in macchina per il percorso maggiore.

Dissi che non c’erano problemi e che avrei preparato il letto sul divano; Mario si presentò con molto garbo, addirittura abbozzò un baciamano e disse con molto sussiego.

“Felicissimo di conoscere una donna incantevole come lei, signora Cristina.”

Antonio reagì a modo suo.

”Ma che le dai del lei e la chiami ‘signora’: Cristina è solo mia moglie, niente altro!”

“Si vede che non sei in grado di apprezzare il bello anche se ce l’hai sotto il naso tutto il giorno!”

Mario insisteva ad essere galante.

“Forse è meglio se mi chiami Cristina e ci diamo del tu.”

Intervenni cercando di essere conciliante.

“Se me lo permetti tu, ne sarò felicissimo”

Concluse Mario e si apprestò a seguire Antonio che non vedeva l’ora di tornare al bar a giocare e bere con gli amici.

Mario, su mia indicazione, poggiò in un angolo la sua valigia e lo seguì senza entusiasmo.

“Se tu vai al bar, io faccio una passeggiata nel paese: non mi va di rinnovare anche qui la noia delle solite facce nel solito bar; già in Svizzera è troppo.”

“Se lo preferisci, puoi anche riposarti un poco prima del pranzo; io ho lasciato in sospeso una partita e non voglio perderla.”

Mario mi chiese se poteva starsene sdraiato un poco per riprendersi dal viaggio; gli proposi di preparare un caffè e accettò.

Vivevo con un certo imbarazzo la situazione di un estraneo che restava solo con me in casa: ma era stato mio marito a volerlo e quindi non avevo nessuna responsabilità; il pizzico di vanità che ormai mi agitava dentro però si era espanso oltre ogni limite di fronte al garbo ed al velato corteggiamento di Mario: una volta preparata la macchinetta e messa sul fuoco, mi precipitai in camera, tolsi il camicione che avevo per la cucina e indossai una gonna fresca, leggera ed ampia, con sopra una camicetta alquanto trasparente.

Non indossai reggiseno e neanche mutande.

Sull’uso delle mutande, c’era una vivace discussione tra le ragazze del paese: le generazioni più giovani avevano imparato ad usare mutande di tela, spesso confezionate in casa, semplicemente per arginare eventuali fuoruscite involontarie; le giovanissime si sbizzarrivano sulle riviste di moda con i modelli più recenti di mutandine e slip, ma difficilmente potevano permettersene.

Girare per casa senza intimo, con una gonna ‘ti vedo - non ti vedo’ e una camicetta semitrasparente diventava quindi un modo civettuolo di attizzare i presenti; ma anche una soluzione per essere elegante senza strafare.

Sicché, quando tornai nella sala e mi dedicai al caffè, desideravo molto che gli occhi di Mario si fissassero sulle mie nudità e che facesse qualcosa per sollecitare il mio desiderio di attenzione e, perché no, la mia voglia di vendicarmi della grettezza di Antonio, piantandogli un paio di corna inequivocabili e meritate.

Cominciai a sculettare con civetteria mentre mi muovevo; in più occasioni, mi piegai eccessivamente in avanti per fargli ammirare la linea perfetta del mio sedere e delle mie tette; ogni tanto lanciavo occhiate assassine sul suo pacco che vidi crescere molto e rapidamente; quando mi chinavo in avanti con le scuse più banali (raccogliere un oggetto, spolverare un angolo e così via) di sottecchi osservavo se il suo sguardo si posava sul mio didietro; in alcuni momenti, sentii lo sguardo attraversare gli abito e posarsi sulle natiche o sulle tette.

Avrei voluto copulare immediatamente: sapevo che Antonio non sarebbe rientrato prima di un paio d’ore, giusto col pranzo in tavola; e non mi dispiaceva l’idea di ‘fare qualcosa’ in quel lasso di tempo.

Ma avevo anche la sensazione che Mario fosse troppo ‘perbenino’ per fare le corna ad un amico mentre era ospite in casa sua; e non trovavo un modo per spingerlo.

Avevo appena spento il fuoco sotto la macchinetta del caffè, quando Mario mi chiese di andare in bagno e glielo indicai: all’ultimo momento, rendendomi conto che non c’era un asciugamano ‘di cortesia’, mi precipitai davanti a lui verso il bagno; sulla porta, mi trovai stretta fra lo stipite e lui che, inevitabilmente, si trovò col ventre appiccicato al mio sedere; sentii nettamente il volume del sesso che mi premeva sulle natiche e mi resi conto che era bello grosso; mi soffermai a gustarmelo e mi ci strofinai un poco con la conseguenza di sentirmelo crescere dietro.

Scusandomi per non aver pensato prima agli asciugamani per lui, lo precedetti in bagno, ma lui entrò immediatamente dopo e chiuse la porta alle sue spalle.

Mentre io fingevo di trafficare con i teli da bagno, mi venne alle spalle e fu lui a piantarmi con decisione il membro nel canale tra le natiche; mi afferrò da dietro le tette con le mani e cominciò a strusciarmi il membro tra le cosce e le natiche, in maniera confusa e occasionale, provocandomi fitte di piacere; cominciai a bagnarmi e allungai la mano dietro per catturare il membro: lo trovai e lo afferrai da sopra al pantalone.

Sentii che si irrigidiva e capii che era titubante per l’arrivo di mio marito.

“Prima che sia in tavola non viene; abbiamo un po’ di tempo.”

Sussurrai; Mario aprì deciso il pantalone e mi appoggiò il bastone in mano: era bello grosso, come avevo intuito; e provai il piacere previsto menandolo per tutta la lunghezza fino alla cappella che giganteggiava in cima: il cerchio formato da pollice e indice non riusciva a chiudersi intorno alla grossezza dell’asta; e la mia mano lo conteneva solo per un terzo circa.

Sentii che mi sollevava la gonna fin sulla vita e appoggiai immediatamente l’asta bollente fra le cosce, tra ano, perineo e vulva; mi mossi un poco avanti e indietro per sentire il bastone di carne sollecitarmi tutte le parti sensibili del sesso; guidai dolcemente la cappella verso le grandi labbra: quando ve lo appoggiai, mi resi conto che era una bella sberla da far entrare; ma la voglia determinata, gli umori colati e una vulva ormai non più stretta fecero sì che la mazza mi piombasse dentro senza problemi.

Prima di andare avanti…

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