Emigranti 6
La vita in paese scorreva monotona e noiosa anche in agosto, quando la presenza degli emigrati qualche iniziativa la produceva; specialmente per noi donne, atavicamente ridotte ad occuparci solo della casa (solo in certi periodi, a piccoli lavori nei campi o alla raccolta nei boschi), la giornata era difficile da riempire.
La parrocchia era un ottimo diversivo e si trasformava spesso in salotto per pettegolezzi, luogo privilegiato di incontro e di conoscenze; in agosto, poi, in prossimità della festa patronale, l’attività si faceva notevole: tagliare e cucire, incollare e intrecciare, colorare, aggiustare, insomma i piccoli lavori per allestire le decorazioni della festa erano una solida attrattiva per uscire dal chiuso della casa.
Tra donne, si parlava di tutto ma specialmente dei piccoli eventi che animavano il paese; un soggetto privilegiato era il mercato paesano che ogni quindici giorni si teneva sulla piazza e nelle strade intorno: a realizzarlo erano venditori ambulanti provenienti da tutta la regione che nel corso dei decenni si erano attrezzati a raggiungere quel posto sperduto e a portarvi tutta la chincaglieria che era di moda oltre ai materiali utili e necessari per la vita in campagna e su per la montagna.
Per le signore (ma anche, e forse più, per le ragazze) il tema preferito era ovviamente l’abbigliamento e, in particolare, l’intimo che, a san Rocco, era legato ancora a tradizioni contadine.
Le donne anziane non lo conoscevano e non si spiegavano la necessità di usarlo: le urgenze fisiologiche si espletavano nei campi dove lavoravano e in piedi, protette dalla gonna lunga fino alle caviglie; le mutande allora diventavano solo un fastidio inutile e costoso; le donne giovanili (o anche giovani) si erano convertite alle mutande di tela grezza, spesso fatte in casa con procedimenti e mezzi artigianali; ma tutte si sarebbero vergognate di esibirle, anche in privato, per l’evidente indecenza dell’indumento; le giovanissime, abituate anche a sfogliare riviste di attualità, sognavano gli slip di raso con decorazioni varie o almeno mutandine molto mini con disegni ammiccanti.
La più informata disse che quelle cose, a san Rocco, non arrivavano neppure, perché i venditori ambulanti (gli unici che avrebbero potuto farne mercato) erano stati diffidati minacciosamente, dai maschi del paese, dal farne comparire sui loro banchi: qualche raro esemplare, che si era visto circolare in paese, era stato conquistato da qualcuna più disinvolta, pare in cambio di prestazioni sessuali.
A quel punto il chiacchiericcio si faceva più interessante e scivolava sul tema dei ‘forestieri’ vale a dire gli ambulanti che da decenni venivano a fare mercato: l’ultimo arrivo era della volta precedente, un nero immigrato che aveva sollevato la curiosità e il dibattito del paese, poco disponibile a cambiamenti così radicali; tra le altre cose, tra donne il tema principale diventò quanta verità ci fosse nella diceria che i neri erano superdotati.
Naturalmente, la solita super informata era pronta a giurare che Nella, una vecchia prostituta da tempo ormai morta (l’unica di cui si fosse avuta notizia nel circondario) avrebbe spergiurato che aveva sperimentato personalmente la diversità di dotazione, quando - dopo la guerra - gli Alleati erano transitati da lì e molti di loro erano passati dal suo letto; naturalmente nessuno aveva elementi per obiettare e la conversazione finì per languire; a me però erano rimasti molti dubbi, sia sui minislip che non avevo neppure visto nei cataloghi che, si diceva, circolavano in giro; sia soprattutto sulla consistenza del sesso dei neri che, a parere delle anziane, doveva avvicinarsi a quello degli asini; ma il riferimento mi pareva per lo meno esagerato.
Poiché con il sesso avevo cominciato a prendere una certa dimestichezza, mi chiedevo come potevo cercare di approfondire il tema e, nel caso, verificare: il sabato successivo si sarebbe tenuto per l’appunto il mercato quindicinale e probabilmente ci sarebbe stato anche Mustafà, il nero che il paese non vedeva di buon occhio ma che non ancora era stato formalmente cacciato.
Uscii presto per andare al mercato e cercai subito il banco di Mustafà: ovviamente, era stato relegato nel punto più lontano e disagevole, proprio davanti alla mia amata casa degli spiriti: cominciai a rovistare tra grembiuli e gonne, camicette e bluse, poi passai all’intimo e sfiorai svogliatamente alcune mutande; chiesi al nero se avesse degli slip moderni; come era prevedibile, rispose che a San Rocco quel materiale non si poteva portare; di fronte alla mia espressione ironica, ammise che qualcuno se ne portava ma solo per clienti speciali e si rifiutò di precisare la natura della ‘specialità’.
Decisi di passare direttamente all’attacco: fingendo di guardare ancora la merce esposta, gli chiesi se era vero che i neri ce l’hanno molto grosso; non potei distinguere se arrossiva, ma l’aria era molto imbarazzata.
“Me lo fai vedere?”
Chiesi facendo finta di guardare controluce una mutanda di tela.
“Tu vuoi farmi ammazzare.”
Gli indicai il portone alle sue spalle.
“Se ti metti lì io ti vedo ma non ti può vedere nessun altro.”
Si lasciò convincere, arretrò nel portone e, quando fu abbastanza al coperto, aprì il pantalone e tirò fuori una bestia incredibile, un membro di almeno venticinque centimetri, largo come una lattina, con una cappella rosea ancora più larga dell’asta; mi leccai le labbra vogliosa e Mustafà rimise dentro la bestia e tornò fuori.
“Come fanno le donne a prendersi dentro una mazza così?”
“Sei tu che esageri: da una vulva esce un bambino che è assai più grosso di questa mazza!”
La risposta mi convinse ma acuì anche in me la voglia di assaggiarlo, quel mostro, e di farmelo infilare nella vulva.
“A che ora smonti il banco?”
“Tra le due e mezza e le tre; poi vado via.”
“Nel palazzo alle tue spalle c’è una stanza ancora in ordine; io alle tre sarò lì; se vuoi, mi piacerebbe assaggiarti.”
Non trovò la forza di rispondermi e non gliene diedi il tempo, perché scappai via volteggiando e canticchiando.
Per mia fortuna, Antonio non perse tempo nel pranzo, come faceva comunque abitualmente; e subito dopo scappò via per la solita urgenza di non perdere una partita avviata; non erano ancora le due e mezza ed anche io era per strada, diretta alla casa degli spiriti.
Come al solito, ci arrivai dalla facciata posteriore con la certezza che nessuno poteva avermi visto; entrata nel cortile, mi accostai al portone e spiai Mustafà che riponeva la sua merce e la caricava sul camioncino; mentre si muoveva, mi fermai a guardare il suo pacco e capii che, anche in riposo, la sua mazza era veramente enorme: per un momento fui presa dal timore di non sopportare una penetrazione così violenta; poi riflettei su quello che mi aveva detto il nero, ricordai le dimensioni del forestale, ripensai a quello di Mario e mi resi conto che anche Nicola e Genny, in fondo, non scherzavano.
Alla fine, riflettei, potevo comunque cavarmela con le mani, con la bocca o con una spagnola che sarebbe stata anche più agevole; solo se avessi avuto la certezza di prenderlo bene, mi sarei fatta possedere in vagina e, perché no, anche nel retto.
Mustafà intanto, completato il carico, si guardava intorno con aria di sospetto, di timore o di incertezza: se fosse tutta una trappola, per lui potevano essere guai.
Avanzai un poco verso l’uscita e sibilai un leggero fischio, si girò, mi vide e, quasi rasserenato, chiuse il camioncino e si avviò verso di me.
Lo precedetti nella camera attrezzata; quando entrò, mi prese tra le braccia e stampò sulla mia bocca un bacio a ventosa che mi aspirava perfino l’anima; risposi con gusto e gli infilai la lingua in bocca; cominciammo a giostrare con le lingue mentre tra le cosce sentivo crescere il suo membro ancora più imponente ed aggressivo di quando l’avevo solo visto; la libidine dell’abbraccio doveva eccitarlo al di sopra di ogni previsione, perché sentivo il membro crescere a dismisura e, col movimento del suo bacino avanti e indietro, sollecitarmi tutto l’interno coscia, le grandi labbra e il perineo; ero certa che, se avessi allungato la mano dietro, l’avrei sentito sbucare dalle cosce sotto le natiche; e, per constatarlo, allungai la mano e sentii l’enorme cappella.
Sollevai la falda posteriore della gonna finché le mie dita incontrarono il calore del membro; spinsi sotto la cappella per farla aderire e la sfregai sull’ano; Mustafà sollevò la falda anteriore della gonna e il membro si trovò ad immeditato contatto con la folta peluria della vulva: naturalmente, non avevo messo mutande; quando ebbi il membro completamente piantato fra le cosce e strettamente accostato alla vulva, lui riprese il movimento di copula.
Le grandi labbra, sollecitate, cominciarono a produrre umori da orgasmo; il clitoride, gonfiandosi, si trovò strusciato continuamente dall’asta che si muoveva e mi provocò ancora altre sensazioni di orgasmo; aspettavo da un momento all’altro la grande esplosione conclusiva; ma lui non era disposto a concludere in fretta; per tutto il tempo non aveva smesso di baciarmi, ricambiato con la stessa intensità; a quel punto, però, si staccò dalla mia bocca e portò le sue labbra a ventosa su un seno, appena spostando un lembo della camicetta; mi succhiava il capezzolo come se davvero dovesse estrarre il latte per la sopravvivenza; e qualcosa mi scorreva, ma dalla vulva sul suo membro e poi giù lungo le gambe, tanto era abbondante.
