Emigranti 5
La vita con mio marito non era di quelle che si possono portare a modello di convivenza.
Convinto, per atavica educazione, di essere il maschio dominante e che io dovessi essere devotamente al suo servizio, non si curava per niente di problemi di casa che erano lasciati alla mia competenza; l’unica cosa che sapeva fare era uscire al mattino per andare tra gli amici al bar, rientrare per un veloce pasto a pranzo e a cena e tirare notte al bar tra partite e bevute.
Molte volte arrivava a casa ubriaco marcio ed ancora più aggressivo e violento del solito; qualche volta addirittura dovettero portarlo a braccia gli amici ubriaconi.
La cosa dovette in qualche modo arrivare all’orecchio di Alfredo, il compare d’anello al nostro matrimonio, un ruolo che in quegli anni era quasi equiparato a quello del padre (di fatti, la radice del nome è appunto da cum patre, quasi equiparato al padre).
Compare Alfredo decise di intervenire con garbo e tatto: chiese quindi ad Antonio di invitarlo un giorno a pranzo per dargli modo di conoscere meglio me, la figlioccia adottiva.
La sorpresa fu enorme per mio marito, che non si riusciva a spiegare quella che gli appariva come una ‘interferenza’; dal momento però che la richiesta veniva da una certa forte autorità, a cui non poteva opporsi, accettò di invitarlo.
Come era naturale nel suo comportamento, non si preoccupò di avvisarmi e mi piombarono in casa un giorno senza che avessi pensato di preparare qualcosa per quella che, nelle usanze del paese, era una ‘occasione importante’.
Glielo feci notare con la massima delicatezza, ma mi aggredì immediatamente dichiarando che in casa comandava lui e che io dovevo fare solo quello che lui ordinava.
Bastò questo a far capire tutto a compare Alfredo che lo inchiodò immediatamente.
“Chi diavolo credi di essere per usare queste espressioni e questo tono, per di più in mia presenza, con una mia figlioccia così bella delicata e amorevole?! Chiedi immediatamente scusa o te ne faccio pentire per il resto dei tuoi giorni!!!!”
Temevo che sarebbe scattato come una belva; invece, abbassò lo sguardo e la testa, arrossì e cominciò a balbettare qualche frase sconnessa.
“Ma io … ma lei …”
“Chiedi scusa e basta!”
“Scusa … mi dispiace .. non volevo …”
Seguitò a balbettare; allora lo presi per un braccio e gli dissi.
“Non importa, tutto passato; pensiamo a metterci a tavola.”
E intanto rivolgevo uno sguardo di complicità a compare Alfredo come per dire.
“Non è il caso di infierire.”
Mentre mangiavamo, il compare si informò minuziosamente sull’intimità della nostra vita; ci chiese chi ci avesse dato qualche consiglio; io feci presente che mia madre mi aveva solo raccomandato di essere paziente e docile; Antonio disse che lui da anni frequentava le prostitute in Svizzera e che quindi non aveva avuto bisogno di insegnamenti per montare la sua donna tre volte a notte (naturalmente, lo diceva con l’enfasi del dominatore).
Compare Alfredo scattò come punto da una vipera.
“E tu ti permetti di paragonare tua moglie a una prostituta svizzera?!?!? Ma ti rendi conto che sei un animale, che sei peggio di un caprone e ti comporti come il più incivile dei selvaggi? Una moglie è la donna che hai scelto per viverci tutta la vita e che devi amare, rispettare e adorare come una dea. Parli di monta come se fossi un toro o uno stallone e lei la tua cavalla o la tua vacca; non riesci nemmeno a pensare che è una persona e che sono ben altre le cose che devi offrire, prima di chiederne altre da lei.”
Si vedeva chiaramente che Antonio era inebetito, che non capiva nemmeno di che parlasse il compare; e, quasi sbottando, lo disse apertamente
“Io non so nemmeno di che parlate, compare Alfredo, io ho sempre saputo che le mogli devono solo fare figli e che bisogna montarle per questo. Ora voi mi parlate di amore, di cose da dare e di cose da ricevere e io non so nemmeno se queste cose esistono e come si chiamano. Quindi, caro compare, scusate la franchezza, ma preferisco affidarmi a quello che conosco e farlo a modo mio. E ora, se non vi dispiace, ho cose importanti da fare e devo uscire.”
“Quali cose importanti?”
Chiese compare Alfredo; ma Antonio era già fuori della porta.
Il compare mi guardò con aria interrogativa ed io timidamente dissi.
“I compagni di partite ..le partite … i compagni di bevute …”
“Oh, mio Dio!”
Il pover’uomo non si capacitava.
“E tu non dici niente?”
“A me è stato insegnato di fare quel che vuole mio marito, anche se mi facesse male; e questo è il primo motivo per essere a disposizione; ma di fatto anche io non so niente di queste cose e se una persona matura e capace come voi ci insegna ad amarci, io posso solo essere felice di adeguarmi.”
“Cosa vuol dire?”
“Dai discorsi sentiti qualche volta da bambina, quando i miei credevano che dormissi, avevo capito che nei tempi passati era addirittura il compare che doveva testimoniare la verginità della sposa novella, il che significava che era il primo a penetrarla: mi piacerebbe ripristinare la tradizione e farmi ‘educare’ da voi, compare, ai segreti del sesso.”
In realtà, mi stuzzicava l’idea di provocare il compare; quindi, giacché c’ero, facevo il ‘pesce in barile’ ma sperando di cogliere l’occasione; e la cosa mi intrigava di più perché il compare dava l’idea di saperci proprio fare: se lo avessi saputo prima, forse mi sarei rivolto a lui, piuttosto che a Genny, per farmi svezzare al sesso.
Mi chiese quante volte Antonio mi avesse baciato prima e dopo il matrimonio; la risposta fu.
“Mai.”
Compare Alfredo strabiliava letteralmente.
“Quindi senza neanche chiedertelo, è chiaro che non ha mai succhiato le tue tette, masturbato o leccato la tua vulva, accarezzato il tuo sedere: e ti assicuro che, per una persona normale, baciare quella bocca da baci sarebbe una goduria; e più ancora sarebbe accarezzare e succhiare fino a svenire due tette belle come le tue; non ti dico poi di palpare e leccare una vulva così splendida o un sedere così scultoreo.”
Dentro di me, intanto, mi congratulavo per l’abilità con cui usavo insegnamenti sbagliati per cause giuste; e l’idea che le cose scivolassero verso una possibile grande copula, alla faccia di mio marito, con il compare Alfredo che era un gran bell’uomo di poco più che cinquant’anni: beh, la prospettiva mi allettava molto e già mi sentivo bagnare fra le cosce.
“Allora cominciamo subito un corso di educazione rapida.”
Concluse compare Alfredo; si alzò da tavola, venne accanto, mi fece alzare e mi abbracciò in vita, afferrandomi per i lombi con una presa che dava già netta la sensazione della sua capacità di dominio e di controllo nel sesso.
“Diamoci del tu e chiamami Alfredo, come io ti chiamerò Cristina.”
Precisò; mi prese il viso tra le mani e incollò le sue labbra alle mie, spingendo dentro la lingua: aprii la bocca per riceverla e le intrecciai la mia dando inizio ad una giostra di succhioni e leccate che mi fecero rizzare i capezzoli fino allo spasimo.
Ma anche qualcos’altro si era rizzato: il pene di Alfredo si ergeva in tutta la sua potenza tra le cosce e si strusciava sulla mia vulva con effetti devastanti di umori che colavano, mentre lui spingeva avanti e indietro come se mi stesse possedendo in vagina, portandomi assai vicina ad un vero orgasmo.
Fu un bacio lunghissimo, durante il quale si mosse con effetti devastanti sul mio clitoride, stritolato tra sesso e gonna, e forse anche sul suo membro che diventò sempre più duro ma non arrivò all’orgasmo desiderato.
