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Erotika
Emigranti · Cap. 1
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Capitolo 1 di 9 15 min di lettura

Emigranti 1

Un'ingenua ragaza di montagna celebra e consuma il marimonio; poi le spiegano cosa si fa e come.

geniodirazza
1 anno fa · 610 letture · 2

Emigranti 1

San Rocco è una località introvabile persino su guide turistiche, anche quelle più specialistiche dell’Appennino interno.

Ancora meno conosciuta era al tempo a cui si riferiscono i fatti qui raccontati, quando era abitata da forse cinquecento residenti e un paio di centinaia che vi sostavano solo per il mese di agosto passando il resto dell’anno, da emigrati, in Svizzera o in Germania.

Questa condizione era fondamentale all’esistenza: tutto si svolgeva in funzione dell’emigrazione e la vita in paese era scandita dal ‘prima’ o dal ‘dopo’ la festa patronale che era l’unico momento in cui tutti gli abitanti, o quasi, erano presenti.

Agosto era il mese per gli affari, per le compravendite, per i battesimi, le comunioni e i matrimoni.

Tutti si sposavano ad agosto, alla festa del patrono, e quasi sempre molto giovani.

A me toccò che non ancora avevo diciannove anni; il marito, concordato tra le famiglie, era ovviamente uno che viveva undici mesi all’anno in Svizzera ed io l’avevo si e no intravisto un paio di volte.

Di mettere in discussione una decisione così importante non se ne parlava neanche e, per la verità, quando mi dissero che avrei sposato Antonio, non feci né ‘ah’ né ‘bah’ e accettai la decisione comune.

I preparativi furono un evento pubblico (come del resto avveniva ogni anno in quella stagione) considerato che non ero la sola a fare il ‘grande passo’.

Il centro nevralgico dell’animazione era la casa di Donatella che, tra le altre cose, possedendo una macchina per cucire ed una certa abilità di sarta, si occupava degli abiti delle spose.

Le necessità di prova e di sistemazione dei particolari ci inducevano ad essere spesso a casa di Donatella, singolarmente o in gruppo le quattro candidate, e naturalmente i commenti e i pettegolezzi si sprecavano.

“Benvenuta al club delle vedove bianche in caccia.”

Mi salutò Donatella la prima volta che parlammo del mio abito da sposa.

La guardai perplessa: non riuscivo a dare un senso alla frase.

Mi venne incontro lei, quando si rese conto del mio stupore.

“Se non lo sai già, è giusto che tu sappia che le spose che restano per undici mesi all’anno separate dal marito si dicono normalmente vedove bianche. Tu dal mese prossimo sarai una vedova bianca.”

“Perché in caccia?”

“Questo è meno facile da spiegare; ma forse già tra qualche settimana te ne renderai conto da sola.”

L’arrivo delle altre promesse spose impedì ulteriori commenti.

Ma l’interrogativo era rimasto e chiesi a mia madre.

“Non ci fare caso; stupidaggini.”

Commentò; e la mia curiosità si accese più viva.

Fu una delle comari a illuminarmi un poco, una volta che ci trovammo a spettegolare sul ballatoio.

“Pare che l’insoddisfazione delle spose abbandonate per gran parte dell’anno venga coperta dai ragazzi rimasti in paese, da quelli piccoli - dodici/tredici anni - a quelli ormai grandi e in grado di surrogare gli adulti, vale a dire dai quattordici ai sedici anni e non oltre perché poi si parte emigranti.”

La spiegazione aveva una sua logica ma a me appariva ancora nebulosa e, per non fare la figura dell’imbecille, me ne stetti zitta.

Arrivò il giorno della cerimonia e tutto si svolse nella maniera più semplice e lineare possibile.

Al termine del pranzo, al momento di ritirarci nella casa che avevamo arredato, mia madre mi prese in disparte e mi disse quasi accorata.

“Non avere paura e lasciati andare; abbi un poco di pazienza se avrai male ma poi tutto passerà; cerca solo di essere paziente e condiscendente.”

Ero perplessa e stralunata; per la prima volta dormivo in un letto matrimoniale con un’altra persona e non sapevo proprio come comportarmi.

Andai in bagno, mi cambiai, indossai il camicione da notte che mia madre mi aveva preparato e mi infilai nel letto nel buio quasi assoluto della camera.

Antonio non mi fu di nessun aiuto.

Si spogliò dall’altra parte del letto, senza che osassi dare neppure un’occhiata, si infilò sotto la coperta e dopo poco lo sentii che mi montava sopra con tutto il corpo.

Facendo leva coi piedi mi fece allargare le gambe, armeggiò con le mani sul basso ventre e dopo un poco sentii qualcosa di duro e grosso entrarmi nel ventre provocandomi una fitta dolorosa alla quale reagii secondo gli insegnamenti di mia madre con pazienza e condiscendenza.

Facendo leva sulle ginocchia, si mosse su e giù una decina di volte mentre io sentivo quell’affare grosso e duro scorrermi dolorosamente nel ventre; ad un tratto, un urlo soffocato si accompagnò ad una spinta più forte e lunga; sentii l’affare perdere consistenza e scivolare lentamente fuori dal ventre.

Antonio si sollevò, si spostò di lato e ripiombò bocconi sul letto; dopo qualche istante lo sentii ronfare.

Andai in bagno, mi sedetti sul water e orinai; alzandomi, notai tracce di sangue nell’acqua del water e sulle cosce; mi sedetti sul bidet, mi lavai, mi asciugai e tornai a letto.

Nel corso della notte, ancora due volte Antonio mi montò sopra, mi allargò le cosce e mi penetrò nel ventre con il suo affare duro e grosso; ma stavolta non provai dolore e, quando andai in bagno a farmi il bidet, non vidi più tracce di sangue.

Come era giusto in un ambiente da paesello dell’Appennino interno, avevo poche e confuse nozioni di sesso.

Ma capii almeno che il rito della deflorazione era stato celebrato a norma di tradizione e che nessuno si sarebbe potuto lamentare né della mia verginità né della mia totale disponibilità al maschio.

La mattina seguente però mi feci quasi un dovere di andare a trovare Donatella per chiedere approfondimenti. La trovai che lavorava ad un complesso modello che stava studiando; mi sedetti sulla sedia a fianco alla sua e aspettai.

“Allora!?! Com’è andata?”

“Per lui e per loro, bene. Per me, non so.”

“Cos’è che non sai?”

Le raccontai per sommi capi come si era svolta la cerimonia della prima notte e la vidi sorridere quasi compassionevole.

“Non credi che avresti fatto meglio a darmi qualche informazione sul sesso?”

Chiesi.

“Primo: queste cose non competono a me che non sono neppure tanto amica tua. Secondo: nessuno potrebbe mai pensare che una ragazza oggi arriva al matrimonio così a digiuno di sesso come te. Terzo: non avrei avuto tempo neanche per fare qualche accenno, visto che eravate alla vigilia del matrimonio.”

“Però sapevi chi era l’uomo che ho sposato”

“Certo; so che è ingenuo, quasi animalesco. E prevedevo anche che non avrebbe avuto tanti riguardi. Ma non potevo entrare negli affari vostri più di quanto ho fatto”

Prima di andare avanti…

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