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Erotika
Emigranti · Cap. 4
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Capitolo 4 di 9 22 min di lettura

Emigranti 4

Ormai svezzata a scopare, la ragazza si scatena con un amico di suo marito, fermatosi due notti in casa sua mentre torna a casa; l'esperienza favorisce l'autostima e la scelta dell'amante per l'estate

geniodirazza
1 anno fa · 347 letture · 0

Lasciai l’asta e portai la mano fra le cosce, afferrai la vulva e cominciai a sfregarla; presi fra due dita il clitoride e lo masturbai a lungo, amorevolmente; quando Mario mi sussurrò in un orecchio.

“Sto per godere: cosa faccio?”

Io non ebbi esitazioni.

“Va’ fino in fondo”

Dissi e accentuai il movimento sul clitoride sicché godemmo insieme con urla soffocate.

Quando ci fummo un poco calmati, Mario andò sul water ad orinare ed io mi sedetti sul bidet, scaricai orina e sperma insieme; poi mi lavai la vulva, mi asciugai e tornai in sala.

Mario era in evidente imbarazzo.

“Mi dispiace … non volevo … è stato più forte di me.”

Continuava a balbettare; lo rimproverai.

“Calmati: non crederai di essere stato solo tu. Anch’io l’ho voluto. E se hai capito chi è mio marito, non ti deve essere difficile dedurre perché l’ho fatto. E, per spiegarti che non sono pentita, ti aggiungo pure che il tuo garbo, la tua educazione, il modo stesso con cui mi hai preso sono l’esatto opposto di lui; sei stato la compensazione di tante violazioni che lui mi fa a letto.”

“Cosa fa?”

“Mi monta, si sbatte una decina di volte e si mette a dormire.”

“E a te?”

“A me? Niente! Io per lui non esisto, sono solo una vagina da riempire di sperma!”

La rivelazione sembrava veramente colpirlo.

“E questo tutte le notti?”

“Tre volte a notte!”

“Come provvedi?”

“Quando mi riesce, mi masturbo. Se poi mi capita un bell’uomo con un bel sesso, con modi gentili, che mi copula con amore e con raffinatezza, allora non ti meravigliare se lo faccio. E’ solo una piccola rivincita, ma me la faccio bastare.”

Finalmente ci sedemmo a bere il caffè che fu solo l’occasione per riprendere ad accarezzarci e a ricoprire di baci e le mani e le braccia.

Finché mi alzai, gli andai vicino, lo feci alzare in piedi e lo baciai con grande trasporto: la mia lingua saettò immediatamente nella sua bocca che prontamente si aprì a riceverla; si avviò un intreccio fra le due lingue che caricava di desiderio l’abbraccio, col membro che si strusciava sulla vulva attraverso gli abiti e le mani che tormentavano i capezzoli e le aureole provocando incontenibile eccitazione.

Presa dalla smania di sesso, gli aprii di nuovo la patta e tirai fuori il membro, in tiro e ritto come un dardo: lo manipolai per qualche momento godendomi le pulsazioni delle vene che correvano lungo tutta l’asta; poi accennai a piegarmi sulle ginocchia; Mario capì e accompagnò il movimento con le mani sulle spalle; mi accosciai sui talloni e baciai in punta la cappella che venne a trovarsi giusto all’altezza della bocca; passai la lingua sulla cappella e, inumiditala, la lasciai entrare in bocca, dove continuai a titillare il forellino con le punta della lingua, leccai un poco anche l’asta, disegnando ghirigori di saliva; spostai il membro verso la guancia e continuai a solleticarlo con la lingua; lo spostai di nuovo verso il palato e, coi movimenti della testa, me lo feci entrare dentro, verso la gola fino all’ugola.

Mario mi lasciava fare e godeva del mio trattamento; i suoi mugolii erano il segno inconfondibile che si stava godendo la fellatio.

Ad un tratto cominciò a muovere il bacino spingendomi il membro in gola; lo assecondai per un tratto prendendone quanto più potevo bocca; poi un conato di vomito mi impose di smettere e tirai indietro la testa; si fermò per qualche tempo, poi riprese a copulare in bocca con più cautela e più lentamente.

La mia mano destra era intanto scivolata verso la vulva spalancata e tre dita entrarono a stimolarla; muovendola avanti e indietro, con il palmo schiacciato sul monte di Venere riuscivo anche a titillare il clitoride e ad avere intensi momenti di goduria.

Con la testa cominciai un movimento di vai e vieni, mentre con le labbra tenevo l’asta che masturbavo con la bocca e con la mano; a tratti, mi fermavo a succhiare la cappella fino in fondo alla gola.

Quando sentii che l’asta vibrava più intensamente e, oltre a gonfiarsi al di là di ogni limite, pulsava quasi a pompare fuori l’anima, capii che stava per godere; scatenai la mia masturbazione del clitoride ed esplosi insieme a lui; gli schizzi di sperma che sbattevano sul palato mi provocavano altrettanti orgasmi; furono almeno cinque, incluso l’ultimo che mi fece sentire come squartata a metà a partire dalla vulva per culminare al cervello; ingoiai quasi con devozione lo sperma e, quando la sentii scorrere in gola, ancora l’orgasmo si prolungò.

Mario si lamentava sommessamente e mormorava frasi incomprensibili, quasi addirittura delle preghiere; la cosa che più frequentemente ripeteva era ‘bello … meraviglioso … mai visto’ o altre cose del genere.

Mi ripresi per prima e cominciai a preoccuparmi della tavola da apparecchiare e del pranzo da allestire.

Mario si andò a sdraiare sul divano a lui destinato per la notte e, per effetto forse anche di due recenti abbondanti orgasmi, si appisolò ronfando delicatamente.

Mario ancora dormiva quando Antonio tornò a casa.

“Si vede che era stanco.”

Fu il suo commento; poi lo svegliò senza molto garbo.

Il pranzo passò veloce coi due che si comportavano come se fossero soli e parlavano di conoscenze di lavoro e dalle vita in Svizzera.

Per interrompere l’isolamento, allungai un piede sotto il tavolo e intercettai la gamba di Mario che guardò con aria preoccupata prima Antonio e poi me: effettivamente il gesto era gravido di grossi rischi; sorridendo, ritirai il piede.

Consumato il pasto, Antonio mi comunicò che quella sera avremmo cenato molto presto, perché Mario l’indomani avrebbe dovuto partire con la corriera, quindi prima dell’alba, e doveva riposare.

Fissai per le sette e i due se ne andarono al bar.

Io rimasi a lungo incerta se andare a riposare: anche per me le due copule del mattino erano state pesanti; ma poi preferii inventarmi qualcos’altro.

L’oratorio era un posto dove era possibile incontrare fermenti di vita.

D’inverno vi si ritrovavano quasi tutti gli abitanti, intorno a mille progetti che si facevano col solo scopo di riempire giorni monotoni.

D’estate, invece, con la infinite occasioni che il rientro degli emigrati obbligava a concentrare in pochi giorni, l’oratorio diventava una fucina perenne di attività dove tutti potevano trovare un modo di rendersi utili.

Ci andai sapendo che stavano preparando diverse cose intorno alla festa del patrono.

Come era prevedibile, ci trovai tutti i ragazzi del paese, compreso Nicola e i suoi amichetti; ma osservai anche qualche presenza ‘foresta’ e, in particolare, un giovane esile e dall’aria delicata - sembrava quasi ammalato - che voci sicure mi indicarono come il nipote del parroco venuto da una città lontana a stare per qualche settimana con lo zio prete, mentre i suoi erano in viaggio (per alcuni, di lavoro; per altri, di piacere).

Ad ogni buon conto, l’unica cosa notevole era l’apparente età (17/18 anni) che per i paesani era già l’età dei veterani dell’emigrazione.

Lo osservai con curiosità ma non mi suscitò nessun interesse.

Più interessante, invece, fu l’atteggiamento di Nicola, che sembrava guardarmi con cupidigia mentre, come era abituato a fare, teneva concione con i suoi fans su chissà quale verità assoluta.

Alcune signore stavano preparando delle decorazioni di carta per la festa e mi proposero di partecipare.

Accettai e mi intrattenni con loro un paio d’ore; poi decisi di rientrare per preparare la cena.

Alle sette e un quarto i due compari erano a casa e la cena era sul tavolo.

Mangiammo quasi velocemente; il motivo della partenza all’alba era sufficiente ad accelerare tutti gli adempimenti.

Andammo a letto poco prima delle nove.

Come previsto, appena fui nel letto completamente nuda, Antonio mi montò addosso, mi allargò le gambe, entrò in vagina, si mosse una trentina di volte ed eiaculò; subito dopo già ronfava al mio fianco.

Nuda come ero, mi mossi per andare a lavarmi in bagno.

Inevitabilmente, dovetti passare per la sala e vidi Mario seduto sul suo divano - letto.

“Sai che quasi non ci credo?! In meno di un minuto ti monta, ti gode dentro e si addormenta!!!!”

“Io te l’avevo detto. Ma tu come lo sai?”

“Diamine, la porta era aperta, i muri sono di cartone, potrei quasi dire che c’ero anch’io!”

“Sarebbe stato veramente grave se fossi stato tu!!! Aspetta che vado a lavarmi.”

Andai in bagno, svuotai la vulva dall’orina e dalla sborra, mi sedetti sul bidet, mi sciacquai la vulva e mi asciugai.

Quando mi rialzai, lo trovai di fronte a me, col pene già ritto.

“Posso essere la compensazione?”

“Molto volentieri; per almeno un paio d’ore il caprone non si sveglia.”

Mi sedetti sul water, dopo aver abbassato la tavoletta, e mi sistemai con le tette al’altezza del verga: non solo volevo fare le corna al caprone che umiliava la mia femminilità, ma volevo anche esibirmi al meglio nel sesso e godermi tutte le varianti possibili.

Le mie tette di misura extra e di forma perfetta erano da sempre il mio vanto, l’invidia delle donne e il desiderio proibito degli uomini; le presi tra le mani e le accostai tra di loro riducendo al minimo il solco tra le due sfere; accostandomi a Mario, feci entrare in quel varco il suo sesso e ve lo strinsi forte, fino a farlo scomparire.

“Una spagnola!”

Sussurrò lui con voluttà, e prese a far andare il membro su e giù nel solco con evidente goduria per lui e con una certa eccitazione per me, che in casa non venivo mai molto stimolata; quando però il membro, diventato ancora più grosso, cominciò a sfiorarmi il mento con la punta, abbassai di più la testa e feci in modo che, nel movimento di risalita, la punta della cappella incontrasse la punta della mia lingua tirata fuori al massimo.

Prima di andare avanti…

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