Stavo per tornare indietro delusa, quando vidi un certo movimento in fondo al sentiero; mi acquattai nel fitto degli alberi e vidi avanzarsi i due forestali, Sessobello che avevo masturbato e l’altro assolutamente sconosciuto.
Giunti a qualche metro da me, si fermarono un poco a discutere, poi si separarono: lo sconosciuto si addentrò nel fitto del bosco in direzione opposta e Sessobello venne dalla mia parte.
Quando mi fu vicino mi disse semplicemente.
“Ciao.”
Appoggiò ad un albero il fucile e il tascapane, mi prese per le braccia, mi fece ruotare e mi abbrancò da dietro prendendomi per le tette mentre mi piantava il ventre sul sedere dove avvertii immediatamente lo spessore del suo sesso che si sistemò nella piega tra le natiche.
I bottoni della camicetta si slacciarono immediatamente e, poiché non portavo reggiseno, le mie tette furono preda delle sue mani che delicatamente carezzarono i capezzoli e massaggiarono le mammelle: le sue manovre mi fecero immediatamente bagnare fino a sentirmi correre tra le cosce la prima broda.
Non capivo cosa stesse facendo alle spalle e mi preparavo a sentire il suo enorme sesso sfondarmi dolorosamente l’ano; ancor più me ne convinsi quando avvertii che mi sollevava la gonna fino sui fianchi e mi abbassava le mutande.
Mi appoggiai ad un albero e piegai leggermente il busto in avanti quasi per dargli un migliore accesso al mio ano.
Sentii che abbassava la cerniera del pantalone e poco dopo avvertii la frescura del membro che si apriva la strada tra le mie natiche, sfiorava l’ano e scivolava più giù alla ricerca della vulva.
Capii che intendeva prendermi da dietro; infilai una mano tra cosce, raggiunsi la sua mazza e la guidai verso le grandi labbra.
Pur avendo già fatto esperienza della masturbazione, mi esaltai ancora stringendo in mano la sua mazza terribile e affascinante: era dura come l’acciaio e, al tatto, morbida come un piumino da cipria, e le vene pulsavano per tutta la lunghezza.
Mi strofinò un poco la cappella prima sull’ano poi sulle grandi labbra e infine, guidato da me che non lo mollavo un attimo, si appoggiò all’ingresso della vulva; tutti gli umori che avevo già versato facevano un percorso lubrificato e aperto sicché, nonostante la mole decisamente eccezione del bastone di carne, il sesso scivolò lentamente e decisamente nella vagina.
Lui spingeva poco e a tratti; anzi, sembrava godere a tiralo indietro e tornare a spingerlo dentro, sempre un poco più a fondo, finché, di colpo, la cappella andò a sbattere contro la cervice dell’utero scatenandomi un gemito appena soffocato.
Quando l’asta fu tutta dentro, le sue mani si spostarono dai seni - che aveva continuato a stringere e carezzare - e mi artigliarono le anche: mentre lui spingeva con forza l’inguine contro il mio sedere, io spingevo il didietro contro il suo ventre per ricevere quanto più sesso possibile, quanto più godimento possibile.
Andammo avanti per un bel po’ ed io mi godetti con tutta l’anima la penetrazione della mazza in zone ancora vergini della mia vagina: ogni millimetro che il membro conquistava nella sua penetrazione era un fiume di orgasmi che mi faceva sbrodolare come una sorgente incontrollata.
Due o tre volte si fermò, col sesso rigidamente piantato nella mia vagina, e sembrò che ritardasse l’orgasmo o che si concedesse di godere fino in fondo il piacere di copulare con me.
Poi ad un tratto mi sussurrò all’orecchio.
“Voglio goderti dentro: posso?”
Gli feci cenno di si con la testa.
Con tutte le volte che Antonio mi aveva montato in quei giorni rimanere incinta non era un problema.
Si lanciò in un ultimo assalto di inaudita violenza; il membro usciva quasi del tutto dalla mia vagina e vi rientrava poi con inaudita violenza; ed io lo accompagnavo col sedere che si ritraeva e si accostava in sintonia per accoglierlo fino in fondo.
“Gooodo!!!!”
Mi urlò ad un certo punto ed io massaggiai con violenza il clitoride che esplose nell’orgasmo più intenso, più bello, più lungo e più sazio che avessi mai avuto: per qualche minuto si trattenne nella vagina provata dalla copula; mi accarezzò con dolcezza le natiche, il seno e il ventre arrivando fino alla vulva che titillò lievemente e brevemente mentre il suo sesso lentamente perdeva un poco di consistenza, pur rimanendo molto grosso; poi, di colpo, lo sfilò ed io sentii un fiotto di sperma esplodere dalla vulva e riversarsi per terra.
Mi passò dei fazzolettini che io usai per tamponarmi; dopo aver tirato su le mutande, sistemai altri fazzolettini a mo’ di assorbente, richiusi i bottoni della camicetta e diedi qualche colpo alla gonna per rimediare a qualche piega.
Poi gli feci ‘ciao’ con aria civettuola e mi allontanai sul sentiero verso il paese.
Poco più avanti, sul sentiero, vidi venirmi incontro proprio Nicola e, per un momento, temetti che mi avesse seguito e scoperto tutto.
Ma quando fummo ad un passo di distanza, dal rossore del viso e dall’aria impacciata capii che semplicemente mi aveva incontrata per caso e non sapeva che pesci pigliare.
In preda a un’improvvisa voglia di maltrattarlo, gli feci con aria spavalda.
“Ciao, è vero che vai dicendo in giro che vuoi possedermi in tutti i modi?”
Si bloccò come colpito in pieno petto e cominciò a balbettare.
“No … non so .. non è vero …”
“So che è vero e che lo hai detto. Ma so anche - e tu non lo sai - che io voglio effettivamente farmi possedere da te, anzi voglio possederti io in tutti i modi; ma che lo farò solo se avrò la certezza che sai tenere la bocca cucita e che accetti di farlo quando, come e dove dico io e, se capiterà, sarò io a scegliere cosa fare e cosa non fare senza lasciarti nessuna iniziativa.”
Sentivo che quasi barcollava fisicamente, investito da tante verità sparate in faccia in un solo colpo.
Non gli lasciai il tempo di riprendersi.
“Conosci la casa degli spiriti?”
Accennò di si con la testa senza avere la forza neppure di parlare.
“Bene, oggi pomeriggio alle quattro ci andrai e mi troverai là. Ma se vieni meno anche a uno solo degli impegni che ti ho detto, giuro che ti strappo i testicoli e li do da mangiare ai porci.”
Lo lasciai inebetito sul posto e me ne andai sculettando provocatoriamente.
Corsi finalmente a casa e dopo aver orinato, mi sedetti sul bidet per lavarmi la vulva ancora gocciolante di sperma e ne approfittai per dedicarmi a una lunga ed appassionata masturbazione in cui il ricordo del sesso che mi aveva riempito la vagina poco prima si alternava all’ipotesi di quello che avrei fatto poco dopo con il sesso di Nicola che già conoscevo di vista ma che desideravo molto assaggiare fisicamente in ogni buco.
Come ormai per prassi quotidiana, preparai un pranzo veloce; la salsa, non a caso, era una che, si dice, prende nome dal fatto che sembra molto elaborata ma è veloce e semplice ed è quella in voga tra le prostitute o tra le fedifraghe (per questo in qualche zona è conosciuta anche come ‘salsa del cornuto’); di lì a poco Antonio rientrò dal giro di carte, birre e amici emigrati che frequentava per giornate intere, quasi non volesse interrompere le abitudini del paese dove lavoravano da emigrati; si sedette a tavola e divorò tutto senza neanche rendersi conto di quel che mangiava.
Subito dopo scappò via per tornare al bar, al giro di birre ed agli amici di sempre.
