"Vieni qua, pazza," ringhiai. Afferrai Marica per i fianchi con una forza che le lasciò i segni delle mie dita sulla pelle. Iniziai a spingere dal basso, andando incontro al suo bacino, rompendo il suo ritmo e imponendo il mio. Ogni volta che scendeva, io spingevo verso l'alto, affondando fino alla radice in colpi sordi e bagnati.
Marica perse il suo controllo altezzoso. Lo schiaffo le si ritorse contro. La sua espressione di superiorità si sciolse in una smorfia di piacere puro e incontrollabile. Le sue mani si aggrapparono alle mie spalle, le unghie che mi graffiavano la pelle. "Giò... ah! Giò... cazzo!" iniziò a balbettare, incapace di formulare altre frasi sul fratello.
L'attrito era devastante. Sentivo le pareti della sua intimità contrarsi attorno a me, i suoi muscoli che cedevano sotto i miei colpi. "Vengo..." urlò lei, buttando la testa all'indietro, i capelli scuri che le frustavano la schiena. "Oddio, vengo!"
Il suo orgasmo fu un terremoto. La sentii stringersi attorno al mio cazzo come una morsa d'acciaio, pulsando furiosamente mentre le sue cosce tremavano contro i miei fianchi.
La sua stretta mi diede il colpo di grazia. Spinsi il bacino un'ultima volta, affondando il più possibile, e svuotai tutto quello che mi era rimasto dentro di lei, emettendo un gemito roco e prolungato che si perse nel rumore del respiro affannoso di entrambi.
Rimanemmo così, incastrati, sudati e ansanti. Marica era accasciata sul mio petto, un peso morto e bollente. Fissavo il soffitto della sua camera, ascoltando il silenzio dell'appartamento, con la consapevolezza chirurgica che, dopo questa giornata, non c'era più assolutamente niente da salvare.
Mentre cercavo di riprendere fiato, il silenzio della stanza fu riempito di nuovo dalla sua voce. Non c'era un briciolo di dolcezza o di intimità post-sesso. Marica si stava già rivestendo, passandosi una mano tra i capelli scuri, con un'espressione di pura, fredda soddisfazione.
"Vedi?" mormorò, infilandosi gli slip e guardandomi con sufficienza. "Te l'avevo detto che il talento in famiglia non era stato distribuito equamente. Tuo fratello, dopo una cosa del genere, si sarebbe addormentato come un neonato inutile. Tu invece hai del potenziale."
"Sì, fantastico. Un trionfo della genetica," bofonchiai, ancora stordito, cercando i miei pantaloni sul pavimento.
I suoi commenti squallidi e fuori luogo continuavano a ronzarmi nelle orecchie, facendomi sentire un fottuto pezzo di carne usato per una ripicca. Mentre mi infilavo i boxer, recuperai il telefono dalla tasca dei pantaloni. Schiacciai il tasto laterale.
Lo schermo si illuminò, mostrandomi la mia personalissima condanna a morte. Otto chiamate perse da Sofia.
Merda. Merda. Merda. Il sangue mi si gelò nelle vene. Sof mi stava aspettando a casa sua per il nostro pomeriggio di sesso e aria condizionata, e io ero sparito dai radar per farmi usare dalla pazza ex di mio fratello. Ero fottuto. Per farmi perdonare uno sgarbo del genere, e conoscendo il suo carattere, avrei dovuto leccarle la figa per quaranta ore di fila, senza pause per bere o respirare.
Mentre fissavo lo schermo in preda al panico, il telefono vibrò di nuovo. Una chiamata in entrata. Ma non era Sof. Sgranai gli occhi. Il nome sul display mi fece mancare un battito: Anna.
Ma che cazzo? Non la sentivo dal disastro nucleare di sabato sera, era stata un fantasma per giorni, e ora mi chiamava all'improvviso? Deglutii a vuoto. Guardai Marica, che si stava abbottonando la gonna ignara di tutto, e risposi, cercando di sfoderare il tono più disinvolto ed estraneo possibile.
"Pronto? Anna? Ciao," dissi, la voce che mi tremava appena.
"Giò..." esordì lei. Aveva il fiatone, come se stesse camminando a passo spedito. Il suo tono era un misto di frustrazione, rabbia e puro disgusto. "Cazzo, Giò, sono per strada. Non puoi capire che schifo. Sto tremando dal nervoso."
"Eh... cosa? Che succede?" feci io, stringendo le chiappe, terrorizzato che Marica potesse parlare o fare rumore.
"Marica!" sbottò Anna, la voce che si alzava di un'ottava. "Quella psicopatica di mia sorella! Ero in camera a studiare, e lei si è portata un tizio in casa... un suo amico, non so chi cazzo fosse! Stavano scopando come animali, Giò! Urlava come una gatta in calore! Ho dovuto sbattere la porta, mandarla a fare in culo e andarmene di casa per non vomitare."
Io chiusi gli occhi, passandomi una mano sulla fronte madida di sudore. L'ironia della sorte mi stava prendendo a badilate in faccia. "Ah... wow. Pazzesco," balbettai, dando risposte vaghe e monosillabiche, lanciando sguardi di panico a Marica. "Mi dispiace un sacco, Anna."
"Ti prego," mi implorò lei, con quella sua voce dolce e ingenua che mi faceva sciogliere il cuore. "Ho bisogno del mio migliore amico. Devo farmi una passeggiata per tenermi compagnia e dimenticare la scena traumatica che ho appena vissuto. Ci sei?"
"Certo. Certo che ci sono," dissi subito. "Dove sei?" "Sono in centro, verso la piazza principale."
Calcolai rapidamente le distanze. Dovevo darle un punto di incontro abbastanza lontano da casa sua per non farle capire che venivo esattamente da lì. "Ok. Ascolta, io ero... a fare un giro. Incontriamoci al chiosco vicino al parco, quello dei gelati. Dammi venti minuti."
"Perfetto," sospirò lei, sembrando improvvisamente sollevata. Ma prima di riattaccare, sganciò la bomba. "Bene... così, visto che ci siamo, parliamo anche di quello che è successo sabato a casa di Maria. A dopo."
Click. La chiamata si chiuse. Il mio stomaco fece un triplo salto mortale. "E chi era?" chiese Marica, girandosi verso di me con le mani sui fianchi, un sopracciglio inarcato.
"Nessuno, un amico," mentii spudoratamente, finendo di tirarmi su i pantaloni in fretta e furia, recuperando la maglietta. "Senti, io devo scappare. Ho un'emergenza. Davvero, devo andare."
Feci per scattare verso la porta della camera, ma non feci in tempo. Marica si lasciò cadere di schiena sul materasso sfatto. Con una naturalezza disarmante e una fluidità quasi felina, alzò una gamba e mi piantò un piede nudo dritto in faccia. La pianta del suo piede andò a premere esattamente contro la mia guancia e l'angolo della mia bocca, fermando la mia corsa.
"Così di fretta, Giò?" mormorò, con un sorrisetto malizioso e manipolatore, le braccia incrociate dietro la nuca, i seni perfetti che si tendevano verso l'alto. "Sicuro di non volere un secondo round prima di andare a fare il bravo ragazzo?"
"Marica, dai, ti ho detto che de-" La frase mi morì in gola. Mentre aprivo la bocca per protestare e scostarle il piede dalla faccia, il mio naso registrò un dettaglio che mandò in totale cortocircuito il mio sistema nervoso.
Non c'era puzza. Non c'era odore di chiuso o di sudore stantio. Il suo piede aveva un odore fantastico. Sapeva di crema alla vaniglia, di pelle calda, di sudore pulito e di feromoni femminili. Era un odore inebriante, intimo, meraviglioso. Una mazzata chimica direttamente al cervello.
La razionalità mi urlava di scappare, che Anna mi stava aspettando al parco per farmi il processo per sabato sera. Ma l'istinto animale, risvegliato da quell'odore, prese violentemente il controllo.
Invece di allontanarle la gamba, le mie mani si alzarono e le afferrarono saldamente la caviglia sottile. Marica sgranò leggermente gli occhi, sorpresa dalla mia reazione, ma il suo sorriso si allargò, compiaciuto.
Chiusi gli occhi. Schiusi le labbra e, con una lentezza esasperante, feci scivolare la lingua lungo l'arco plantare del suo piede. Il sapore era salato e dolce allo stesso tempo. La sentii sussultare sul letto, il respiro che le si spezzava in gola. Iniziai ad annusarle la pelle, leccando la pianta del piede con movimenti umidi e decisi, per poi prendere l'alluce tra le labbra e iniziare a succhiarlo delicatamente, facendolo scivolare sulla lingua.
"Cristo, Giò..." ansimò Marica, chiudendo gli occhi e inarcando la schiena, completamente in balia di quella nuova, inaspettata perversione. La sua sicurezza altezzosa vacillò, sostituita da un gemito basso e roco che le vibrò nel petto.
Le mie mani le accarezzarono il polpaccio, salendo verso il ginocchio, mentre continuavo a viziare il suo piede, assaggiando ogni centimetro di quella pelle morbida. L'imbarazzo e la rigidità di prima erano spariti, sostituiti da una fame feticista che mi stava facendo esplodere di nuovo i pantaloni.
La guardai dal basso verso l'alto, la lingua ancora premuta contro la sua pelle. Marica si contorceva sul lenzuolo, i seni che si alzavano e si abbassavano in modo irregolare, totalmente soggiogata dal piacere.
Feci un rapido calcolo mentale, sentendo l'erezione spingere prepotentemente contro la zip appena chiusa. Cazzo, pensai, perdendomi nel sapore della sorella pazza. Anna poteva decisamente aspettare altri cinque minuti.
Com'è finora?
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