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Erotika
Provincia Di Troie - Vol.1 · Cap. 9
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Capitolo 9 di 9 25 min di lettura

Pompini rabbiosi, sborrate punitive e fighe gelose

Tra docce bollenti e gelosie feroci, Sofia decide di punire le distrazioni di Giovanni sfinendolo a letto con una foga inaudita. Ma proprio quando i due crollano esausti, un messaggio in chat innesca una bomba a orologeria che trasformerà le imminenti vacanze estive in un delirio.

Giovy22
3 mesi fa · 1.1k letture · 0

La corsa verso il chiosco dei gelati fu una maratona di pura, inquinante paranoia.

Mentre sfrecciavo tra i pedoni schivando passeggini e biciclette, passai metà del tragitto ad annusarmi le maniche della maglietta, il colletto e persino le mani. Temevo di emanare un mix radioattivo di sesso pomeridiano, vaniglia e sudore di Marica. Mi fermai alla fontanella all'ingresso del parco, mi sciacquai la faccia e il collo con l'acqua gelata nel disperato tentativo di cancellare le prove, e infine mi diressi verso la panchina.

Anna era lì. Indossava un paio di pantaloncini di jeans sfilacciati e una canottiera lilla aderente che, pur essendo semplicissima, faceva un lavoro straordinario nel contenere a stento il suo seno abbondante e morbido. Aveva le gambe accavallate ed era curva sullo schermo del telefono, scrollando TikTok con l'aria di chi sta cercando di ipnotizzarsi per non pensare. Il contrasto con la sorella maggiore era totale: dove Marica era una pantera predatoria e teatrale, Anna era una dea morbida, inconsapevole, che ti faceva venire voglia di proteggerla dal mondo intero. (Ehm, dal mondo intero tranne che da te stesso, Giò), puntualizzò la mia coscienza.

"Ehi..." ansimai, arrivando davanti a lei e appoggiandomi alle ginocchia per riprendere fiato. Sembravo un asmatico dopo una mezza maratona.

Anna alzò lo sguardo e il suo viso si illuminò per un istante, prima di aggrottare la fronte. "Giò! Ma che hai fatto, sei venuto correndo da casa tua?" "Eh," mentii spudoratamente, lasciandomi cadere di peso sulla panchina accanto a lei. "Volevo... volevo salvarti il prima possibile. Mi sembravi disperata."

Lei bloccò lo schermo del telefono e lo lasciò cadere in grembo, lasciandosi sfuggire un sospiro tremante. Era visibilmente scossa, gli occhi chiari leggermente arrossati. "Sono traumatizzata, Giò. Ti giuro, ho ancora i brividi di schifo," esordì, stringendosi le braccia al petto. "Ti rendi conto? La mia stanza è attaccata a quella di mia sorella. Stavo cercando di concentrarmi sugli appunti di diritto, e all'improvviso sento dei rumori... equivoci. Mi tolgo le cuffie e boom. Il delirio."

Deglutii a fatica, sentendo una goccia di sudore freddo scivolarmi lungo la schiena. "I-il delirio? In che senso?" "Nel senso che sembravano un documentario di National Geographic sull'accoppiamento dei babbuini!" sbottò lei, gesticolando. "Marica urlava delle cose assurde, oscene, e quel tizio... chiunque fosse quel povero disgraziato, non diceva una parola. Si sentivano solo... schiocchi. E i colpi contro il muro. Le ho urlato di piantarla e lei ha avuto pure il coraggio di rispondermi a tono mentre quel tizio continuava a sbatterla. Che schifo, Giò. Che degrado."

Il mio stomaco fece un triplo salto mortale carpiato. Certo che il "povero disgraziato" non parlava, Anna, urlai mentalmente. Avevo la faccia sepolta tra le tette di tua sorella o ero impegnato a leccarle l'arco plantare! "Che situazione... imbarazzante," riuscii a dire, annuendo con un'espressione di finto, accademico disgusto. "Hai fatto bene a uscire. Marica a volte non ha filtri."

"Esatto!" concordò lei, accarezzandosi le ginocchia scoperte. Poi, improvvisamente, abbassò lo sguardo. Le sue spalle si incurvarono, e l'energia rabbiosa lasciò il posto a una vulnerabilità improvvisa. "Però... sai, sentire tutto quel casino, tutta quella roba così cruda... mi ha fatto riflettere."

"Su cosa?" chiesi, con il fiato sospeso, terrorizzato che avesse riconosciuto il mio respiro ansimante dall'altra parte del muro.

"Su sabato sera. A casa di Maria," mormorò, incapace di guardarmi negli occhi. "Sono stata una stupida ad andarmene in quel modo, Giò. Sono stata una bambina immatura." Sgranai gli occhi. "Cosa? Ma no, Anna, ascolta, io-"

"No, fammi finire," mi interruppe, poggiando una mano morbida sul mio avambraccio. Al suo tocco, il mio corpo (che aveva evidentemente dimenticato di essersi appena svuotato in sua sorella) diede un impercettibile fremito. "Maria mi ha chiamata ieri. Mi ha spiegato tutto. Mi ha detto che eri ubriaco marcio, che non ti reggevi in piedi e avevi quasi vomitato. Lei ti stava solo aiutando a spogliarti per buttarti sotto la doccia gelata, ma le sei franato addosso, svenendo. E io ho pensato subito male."

Standing ovation per Maria. Quella manipolatrice psicopatica aveva inventato la balla del secolo, trasformando una violenza carnale da porno BDSM in un atto da crocerossina incompresa. Geniale. Letale. "Ehm... sì. Ero... ero fuso, Anna," balbettai, aggrappandomi a quella scialuppa di salvataggio con tutte le mie forze. "Mi dispiace tantissimo che tu abbia visto quella scena. Non volevo."

"Ma non è colpa tua!" sbottò lei, improvvisamente, la voce che si spezzava. E prima che potessi rendermene conto, due grosse lacrime silenziose le rigarono le guance. "È colpa mia! Me la sono presa per una stupidaggine perché in realtà sono a pezzi per un altro motivo. E ho sfogato la mia frustrazione su di te e su Maria!"

"Ehi, ehi..." sussurrai, colto alla sprovvista dal suo pianto. D'istinto le passai un braccio attorno alle spalle e la tirai a me. Lei non oppose resistenza; si accasciò contro il mio fianco, affondando il viso nell'incavo della mia spalla, esattamente a due centimetri da dove, venti minuti prima, Marica mi aveva morso. Cercai di non respirare troppo pesantemente per non spargere eventuali feromoni residui. "Perché sei a pezzi, Anna? Che succede?"

"È Marco," singhiozzò lei, stringendomi la maglietta all'altezza della vita. "È un fottuto mostro tossico, Giò. Non ce la faccio più." Tirai un respiro di sollievo che mi aprì i polmoni. Sia ringraziato il cielo, il fidanzato tamarro. "Che ti ha fatto stavolta quel coglione?" le chiesi, accarezzandole dolcemente i capelli, il cuore che cominciava a battere a un ritmo diverso, meno colpevole e più protettivo.

Anna tirò su col naso, alzando il viso verso di me, a una vicinanza che mi fece perdere temporaneamente l'uso della parola. I suoi occhi lucidi mi guardavano con una fiducia che non meritavo per niente. "È ossessivo," iniziò a sfogarsi, la voce tremante. "Mi controlla il telefono. Mi fa scenate se metto un top troppo scollato. Ieri sera ha dato di matto perché ero uscita con le amiche e non gli ho risposto per due ore. Mi ha urlato addosso delle cose orribili... mi ha fatta sentire una nullità."

Mentre parlava, il suo petto si alzava e si abbassava contro il mio braccio in respiri spezzati. "Sono stanca, Giò," continuò, asciugandosi le lacrime col dorso della mano. "Io voglio una persona normale. Qualcuno che mi faccia stare bene, che mi ascolti senza giudicarmi. Come fai tu. Tu mi ascolti sempre, corri sempre da me."

Corro sempre da te, certo, pensai cinicamente, subito dopo aver fatto la maratona olimpica nel letto di tua sorella maggiore, mentre il mio cellulare esplode con le chiamate minatorie dell'amica con cui scopo di solito. Ero la persona più distante dal concetto di "ragazzo affidabile" sulla faccia del pianeta, eppure, in quel momento, stringendola a me su quella panchina, avrei voluto esserlo davvero.

"Ma lui mi ama, Giò. È solo... molto protettivo," singhiozzò Anna, stropicciandosi gli occhi con le mani come una bambina che si è appena sbucciata un ginocchio. "E io sbaglio sempre i modi. Forse sono troppo libertina, faccio la stupida e non me ne rendo conto..."

Libertina? Tu? pensai, trattenendo a stento una risata isterica. Ma se per farti mettere un pantaloncino sopra il ginocchio devi consultare l'allineamento dei pianeti e il parroco. Questo tamarro di Marco deve avere un master in terrorismo psicologico.

"Anna, guardami," le dissi, prendendole delicatamente i polsi per allontanarle le mani dal viso bagnato. "La protezione è quando qualcuno ti presta il giubbotto se fa freddo. Quando ti controllano il telefono, ti fanno scenate per una maglietta e ti fanno sentire una merda, si chiama 'avere un ego minuscolo ed essere un coglione tossico'. Non c'è assolutamente niente di sbagliato in te. Sei... perfetta così."

Lei tirò su col naso, gli occhi azzurri spalancati e lucidi che mi scrutavano in cerca di una presa in giro. Ma non c'era. Ero serio come la morte, anche se a due passi da me sentivo ancora l'odore fantasma di sua sorella maggiore.

"Davvero pensi che sia colpa sua?" sussurrò, combattuta, la classica vittima della sindrome da crocerossina che non vuole ammettere di aver perso tempo con un idiota.

"Penso che se non lo molli tu, prima o poi gli metto io le mani addosso," mentii spavaldamente, visto che fisicamente Marco mi avrebbe probabilmente piegato in due come un calzino. "Dai, basta lacrime per i tamarri. Alziamoci. Andiamo a quel chiosco e ti compro il gelato più grande che hanno. Livello diabete istantaneo per resettare il sistema nervoso. Offre il tuo terapista di fiducia."

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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