Provincia Di Troie

Capitolo 9 - Pompini rabbiosi, sborrate punitive e fighe gelose

Tra docce bollenti e gelosie feroci, Sofia decide di punire le distrazioni di Giovanni sfinendolo a letto con una foga inaudita. Ma proprio quando i due crollano esausti, un messaggio in chat innesca una bomba a orologeria che trasformerà le imminenti vacanze estive in un delirio.

G
Giovy22

4 ore fa

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La corsa verso il chiosco dei gelati fu una maratona di pura, inquinante paranoia.

Mentre sfrecciavo tra i pedoni schivando passeggini e biciclette, passai metà del tragitto ad annusarmi le maniche della maglietta, il colletto e persino le mani. Temevo di emanare un mix radioattivo di sesso pomeridiano, vaniglia e sudore di Marica. Mi fermai alla fontanella all'ingresso del parco, mi sciacquai la faccia e il collo con l'acqua gelata nel disperato tentativo di cancellare le prove, e infine mi diressi verso la panchina.

Anna era lì. Indossava un paio di pantaloncini di jeans sfilacciati e una canottiera lilla aderente che, pur essendo semplicissima, faceva un lavoro straordinario nel contenere a stento il suo seno abbondante e morbido. Aveva le gambe accavallate ed era curva sullo schermo del telefono, scrollando TikTok con l'aria di chi sta cercando di ipnotizzarsi per non pensare. Il contrasto con la sorella maggiore era totale: dove Marica era una pantera predatoria e teatrale, Anna era una dea morbida, inconsapevole, che ti faceva venire voglia di proteggerla dal mondo intero. (Ehm, dal mondo intero tranne che da te stesso, Giò), puntualizzò la mia coscienza.

"Ehi..." ansimai, arrivando davanti a lei e appoggiandomi alle ginocchia per riprendere fiato. Sembravo un asmatico dopo una mezza maratona.

Anna alzò lo sguardo e il suo viso si illuminò per un istante, prima di aggrottare la fronte. "Giò! Ma che hai fatto, sei venuto correndo da casa tua?" "Eh," mentii spudoratamente, lasciandomi cadere di peso sulla panchina accanto a lei. "Volevo... volevo salvarti il prima possibile. Mi sembravi disperata."

Lei bloccò lo schermo del telefono e lo lasciò cadere in grembo, lasciandosi sfuggire un sospiro tremante. Era visibilmente scossa, gli occhi chiari leggermente arrossati. "Sono traumatizzata, Giò. Ti giuro, ho ancora i brividi di schifo," esordì, stringendosi le braccia al petto. "Ti rendi conto? La mia stanza è attaccata a quella di mia sorella. Stavo cercando di concentrarmi sugli appunti di diritto, e all'improvviso sento dei rumori... equivoci. Mi tolgo le cuffie e boom. Il delirio."

Deglutii a fatica, sentendo una goccia di sudore freddo scivolarmi lungo la schiena. "I-il delirio? In che senso?" "Nel senso che sembravano un documentario di National Geographic sull'accoppiamento dei babbuini!" sbottò lei, gesticolando. "Marica urlava delle cose assurde, oscene, e quel tizio... chiunque fosse quel povero disgraziato, non diceva una parola. Si sentivano solo... schiocchi. E i colpi contro il muro. Le ho urlato di piantarla e lei ha avuto pure il coraggio di rispondermi a tono mentre quel tizio continuava a sbatterla. Che schifo, Giò. Che degrado."

Il mio stomaco fece un triplo salto mortale carpiato. Certo che il "povero disgraziato" non parlava, Anna, urlai mentalmente. Avevo la faccia sepolta tra le tette di tua sorella o ero impegnato a leccarle l'arco plantare! "Che situazione... imbarazzante," riuscii a dire, annuendo con un'espressione di finto, accademico disgusto. "Hai fatto bene a uscire. Marica a volte non ha filtri."

"Esatto!" concordò lei, accarezzandosi le ginocchia scoperte. Poi, improvvisamente, abbassò lo sguardo. Le sue spalle si incurvarono, e l'energia rabbiosa lasciò il posto a una vulnerabilità improvvisa. "Però... sai, sentire tutto quel casino, tutta quella roba così cruda... mi ha fatto riflettere."

"Su cosa?" chiesi, con il fiato sospeso, terrorizzato che avesse riconosciuto il mio respiro ansimante dall'altra parte del muro.

"Su sabato sera. A casa di Maria," mormorò, incapace di guardarmi negli occhi. "Sono stata una stupida ad andarmene in quel modo, Giò. Sono stata una bambina immatura." Sgranai gli occhi. "Cosa? Ma no, Anna, ascolta, io-"

"No, fammi finire," mi interruppe, poggiando una mano morbida sul mio avambraccio. Al suo tocco, il mio corpo (che aveva evidentemente dimenticato di essersi appena svuotato in sua sorella) diede un impercettibile fremito. "Maria mi ha chiamata ieri. Mi ha spiegato tutto. Mi ha detto che eri ubriaco marcio, che non ti reggevi in piedi e avevi quasi vomitato. Lei ti stava solo aiutando a spogliarti per buttarti sotto la doccia gelata, ma le sei franato addosso, svenendo. E io ho pensato subito male."

Standing ovation per Maria. Quella manipolatrice psicopatica aveva inventato la balla del secolo, trasformando una violenza carnale da porno BDSM in un atto da crocerossina incompresa. Geniale. Letale. "Ehm... sì. Ero... ero fuso, Anna," balbettai, aggrappandomi a quella scialuppa di salvataggio con tutte le mie forze. "Mi dispiace tantissimo che tu abbia visto quella scena. Non volevo."

"Ma non è colpa tua!" sbottò lei, improvvisamente, la voce che si spezzava. E prima che potessi rendermene conto, due grosse lacrime silenziose le rigarono le guance. "È colpa mia! Me la sono presa per una stupidaggine perché in realtà sono a pezzi per un altro motivo. E ho sfogato la mia frustrazione su di te e su Maria!"

"Ehi, ehi..." sussurrai, colto alla sprovvista dal suo pianto. D'istinto le passai un braccio attorno alle spalle e la tirai a me. Lei non oppose resistenza; si accasciò contro il mio fianco, affondando il viso nell'incavo della mia spalla, esattamente a due centimetri da dove, venti minuti prima, Marica mi aveva morso. Cercai di non respirare troppo pesantemente per non spargere eventuali feromoni residui. "Perché sei a pezzi, Anna? Che succede?"

"È Marco," singhiozzò lei, stringendomi la maglietta all'altezza della vita. "È un fottuto mostro tossico, Giò. Non ce la faccio più." Tirai un respiro di sollievo che mi aprì i polmoni. Sia ringraziato il cielo, il fidanzato tamarro. "Che ti ha fatto stavolta quel coglione?" le chiesi, accarezzandole dolcemente i capelli, il cuore che cominciava a battere a un ritmo diverso, meno colpevole e più protettivo.

Anna tirò su col naso, alzando il viso verso di me, a una vicinanza che mi fece perdere temporaneamente l'uso della parola. I suoi occhi lucidi mi guardavano con una fiducia che non meritavo per niente. "È ossessivo," iniziò a sfogarsi, la voce tremante. "Mi controlla il telefono. Mi fa scenate se metto un top troppo scollato. Ieri sera ha dato di matto perché ero uscita con le amiche e non gli ho risposto per due ore. Mi ha urlato addosso delle cose orribili... mi ha fatta sentire una nullità."

Mentre parlava, il suo petto si alzava e si abbassava contro il mio braccio in respiri spezzati. "Sono stanca, Giò," continuò, asciugandosi le lacrime col dorso della mano. "Io voglio una persona normale. Qualcuno che mi faccia stare bene, che mi ascolti senza giudicarmi. Come fai tu. Tu mi ascolti sempre, corri sempre da me."

Corro sempre da te, certo, pensai cinicamente, subito dopo aver fatto la maratona olimpica nel letto di tua sorella maggiore, mentre il mio cellulare esplode con le chiamate minatorie dell'amica con cui scopo di solito. Ero la persona più distante dal concetto di "ragazzo affidabile" sulla faccia del pianeta, eppure, in quel momento, stringendola a me su quella panchina, avrei voluto esserlo davvero.

"Ma lui mi ama, Giò. È solo... molto protettivo," singhiozzò Anna, stropicciandosi gli occhi con le mani come una bambina che si è appena sbucciata un ginocchio. "E io sbaglio sempre i modi. Forse sono troppo libertina, faccio la stupida e non me ne rendo conto..."

Libertina? Tu? pensai, trattenendo a stento una risata isterica. Ma se per farti mettere un pantaloncino sopra il ginocchio devi consultare l'allineamento dei pianeti e il parroco. Questo tamarro di Marco deve avere un master in terrorismo psicologico.

"Anna, guardami," le dissi, prendendole delicatamente i polsi per allontanarle le mani dal viso bagnato. "La protezione è quando qualcuno ti presta il giubbotto se fa freddo. Quando ti controllano il telefono, ti fanno scenate per una maglietta e ti fanno sentire una merda, si chiama 'avere un ego minuscolo ed essere un coglione tossico'. Non c'è assolutamente niente di sbagliato in te. Sei... perfetta così."

Lei tirò su col naso, gli occhi azzurri spalancati e lucidi che mi scrutavano in cerca di una presa in giro. Ma non c'era. Ero serio come la morte, anche se a due passi da me sentivo ancora l'odore fantasma di sua sorella maggiore.

"Davvero pensi che sia colpa sua?" sussurrò, combattuta, la classica vittima della sindrome da crocerossina che non vuole ammettere di aver perso tempo con un idiota.

"Penso che se non lo molli tu, prima o poi gli metto io le mani addosso," mentii spavaldamente, visto che fisicamente Marco mi avrebbe probabilmente piegato in due come un calzino. "Dai, basta lacrime per i tamarri. Alziamoci. Andiamo a quel chiosco e ti compro il gelato più grande che hanno. Livello diabete istantaneo per resettare il sistema nervoso. Offre il tuo terapista di fiducia."

Anna fece finalmente un mezzo sorriso, uno di quelli timidi e adorabili che mi facevano regolarmente saltare i circuiti. "Pistacchio e stracciatella?"

"Pistacchio, stracciatella e pure la panna montata."

Pochi minuti dopo, eravamo di nuovo seduti sulla panchina. Anna stringeva tra le mani un cono gigantesco, che leccava con l'entusiasmo di una bambina di cinque anni a cui hanno appena comprato il luna park. Era ancora un po' rossa in viso, le ciglia bagnate dalle ultime lacrime, ma la crisi sembrava rientrata. Anzi, la botta di zuccheri l'aveva fatta tornare la solita, meravigliosa, logorroica ingenua di sempre.

"E comunque," stava dicendo, gesticolando pericolosamente con il cono in mano, "io gliel'ho detto a mia madre che non si può lavare il maglione di cachemire a sessanta gradi, ma lei niente, fa di testa sua e poi dà la colpa alla lavatric—"

Non finì mai la frase.

A causa del suo gesticolare infervorato, una grossa, densa goccia di crema al pistacchio, ormai mezza sciolta per il caldo, si staccò dal cono. Seguì una traiettoria perfetta, guidata dalla gravità e dalla sfortuna, e andò a spiaccicarsi esattamente al centro della sua scollatura. La goccia fredda atterrò sulla pelle dorata, scivolando pericolosamente verso il basso, proprio nel solco profondo dove i suoi seni pieni e abbondanti si schiacciavano l'uno contro l'altro sotto la canottiera lilla.

"Oh, cazzo!" esclamò lei, sgranando gli occhi, immobilizzandosi per paura di far scivolare il gelato ancora più giù. "Giò, il tovagliolo, presto!"

Il mio cervello, già provato dagli eventi della giornata, andò completamente in cortocircuito. Agendo per puro, fottuto istinto animale mascherato da cavalleria, non le porsi il tovagliolo di carta che tenevo in mano. Lo usai io.

"Ferma, ci penso io, fai un disastro," mormorai, sporgendomi verso di lei.

Senza pensarci mezza volta, abbassai la mano sul suo petto. Premetti il tovagliolo contro la sua pelle bollente per bloccare la goccia di pistacchio prima che si infilasse nel reggiseno.

Il contatto fu una scossa elettrica.

Attraverso il velo sottile di carta, le mie nocche e i polpastrelli incontrarono l'incredibile, travolgente morbidezza del suo décolleté. Era una consistenza divina: le sue tette erano pesanti, caldissime, e cedevano docilmente sotto la minima pressione della mia mano. Mossi il tovagliolo per pulire la macchia appiccicosa, un gesto che durò forse due secondi, ma che sembrò dilatarsi in un'eternità. Il dorso della mia mano sfiorò il tessuto teso della canottiera, accarezzando inavvertitamente il volume pieno della sua mammella sinistra.

Sentii il suo respiro bloccarsi di colpo. Il suo petto si alzò e si irrigidì sotto la mia mano.

Mi fermai, il tovagliolo ancora premuto contro la sua scollatura. L'aria attorno a noi sembrò improvvisamente diventare densa e irrespirabile.

Alzai lo sguardo, lentamente.

Anna non stava più parlando di maglioni o di lavatrici. Era immobile, il cono gelato sospeso a mezz'aria. Il suo viso era esploso in un rossore violentissimo, che partiva dalle guance e scendeva giù fino al collo. Teneva le labbra dischiuse, il respiro diventato di colpo corto e superficiale, e mi fissava con due occhi azzurri sgranati, carichi di uno shock che non aveva nulla a che fare con il freddo del gelato.

Eravamo a un millimetro dal baratro. La mia mano era letteralmente in mezzo alle tette della ragazza dei miei sogni, e lei, invece di tirarmi uno schiaffo o scostarsi, era rimasta paralizzata, intrappolata in un imbarazzo così denso e vibrante da farmi impazzire.

Il tempo si era fermato. La mia mano era un estraneo fortunato atterrato sul pianeta più morbido della galassia, e gli occhi di Anna, sgranati e incollati ai miei, sembravano sul punto di cedere a quel cortocircuito imprevisto.

Ma il destino, che palesemente si diverte a torturarmi, aveva altri piani. BZZZ! BZZZ! BZZZ!

Il mio telefono, sepolto nella tasca dei pantaloni, esplose in una vibrazione così violenta e improvvisa che sembrò un martello pneumatico. Feci un salto sul posto, ritirando la mano dal petto di Anna come se mi fossi appena bruciato sui fornelli. Lei sussultò, sbatacchiando le palpebre e distogliendo lo sguardo, improvvisamente rossissima. Si passò una mano nervosa tra i capelli, cercando di ignorare l'atmosfera pesantissima che si era appena creata.

Sfilai il cellulare dalla tasca con le mani che tremavano. Il display illuminato era una sentenza di morte senza appello: Sofia (12esima chiamata persa... ah no, questa è la 13esima in arrivo).

"Merda," sibilai a denti stretti. Mi girai leggermente di lato, coprendo lo schermo con la mano per non far leggere il nome ad Anna. "Scusami un attimo... è una cosa importantissima. Di vitale importanza. Devo rispondere."

Anna annuì, leccando freneticamente il gelato per darsi un contegno. "Sì, certo, vai tranquillo."

Mi alzai dalla panchina, feci cinque o sei passi verso un albero per cercare un briciolo di privacy e risposi, portandomi il telefono all'orecchio come se fosse una bomba innescata.

"Sofi, ciao! Ascolta, io—"

"Giovanni," mi interruppe una voce gelida, tagliente e carica di un'incazzatura quasi letale. Non urlava, e questo era ancora più terrificante. "Hai esattamente tre secondi per giustificare il fatto che io sia qui, stesa sul mio fottuto letto, con l'aria condizionata a palla e le cosce spalancate da un'ora e mezza ad aspettare te."

"Sofi, ti prego, perdonami," sussurrai freneticamente, lanciando sguardi paranoici verso Anna per assicurarmi che non stesse ascoltando. "Ho avuto un'emergenza! Un imprevisto enorme, ti giuro, sto correndo verso—"

"Un imprevisto?" sbottò Sofia, abbandonando il tono gelido per passare direttamente alla furia omicida. "Spero per te che tu sia in un fosso, o che tu stia donando un rene a tuo fratello. Perché se stai facendo il coglione in giro per il centro mentre io ho sprecato un'ora di depilazione tattica integrale per te, giuro su Dio che ti eviro con un cucchiaino da caffè!"

"No, no, sono quasi lì, cinque minuti e suono al campanello!" balbettai, sudando freddo.

"Cinque minuti un cazzo!" sbraitò lei, la voce che vibrava di un misto di rabbia e di quell'esigenza carnale che la rendeva sempre così spudorata. "Sono sudata, arrapata e incazzata nera. Ascoltami bene, zombi: se non suoni a questo fottuto campanello in venti secondi netti, la mia figa te la scordi. La vedi col binocolo per il resto della tua misera vita. Dovrai accontentarti dei video su Pornhub fino all'età della pensione. Venti. Secondi."

Click. Mi attaccò il telefono in faccia.

Rimasi a fissare lo schermo nero per un secondo, col fiato corto. L'immagine mentale di Sofia, nuda, depilata, incazzata e pronta a distruggermi (nel bene o nel male) sul suo materasso, si scontrò violentemente con la situazione romantica e disagiata che stavo vivendo con Anna al parco. Ero un uomo in trappola.

Mi infilai il telefono in tasca e tornai verso la panchina, passandomi una mano sulla faccia per cercare di assumere un'espressione dispiaciuta e non quella di un maniaco in ritardo sulla tabella di marcia.

"Tutto bene, Giò?" mi chiese Anna. Aveva ripulito la scollatura e mi guardava con i suoi soliti, dolcissimi occhi grandi. L'imbarazzo di prima sembrava essersi mescolato a una sottile, palpabile delusione.

"Eh... sì e no," mentii, strofinandomi la nuca. "Era un mio amico... cioè, Giulio. Giulio e gli altri. Mi ero completamente dimenticato che mi avevano invitato per una cosa urgentissima. Un... un progetto. Mi stanno aspettando da un'ora, sono furiosi. Devo scappare, Anna. Mi dispiace da morire piantarti qui così."

Anna abbassò lo sguardo sul suo cono gelato, ormai mezzo sciolto. Le sue spalle si incurvarono leggermente. Quella piccola crepa di tristezza nel suo sorriso mi fece sentire una merda colossale. Si era appena sfogata, si era quasi lasciata andare a un momento di altissima tensione con me, e io la stavo abbandonando per andare a farmi prosciugare dall'amica cinica.

"Tranquillo," mormorò, alzando il viso e sfoderando un sorriso comprensivo che mi strinse il cuore. "Vai, Giò. Sei stato già fin troppo gentile ad ascoltarmi oggi. Mi hai salvato la giornata."

"Ci sentiamo dopo, promesso. Scusami ancora!" le dissi, indietreggiando.

Le feci un ultimo cenno con la mano e poi mi girai, iniziando a correre come un disperato verso casa di Sofia. I venti secondi stavano per scadere, e avevo il terrore assoluto di scoprire cosa mi avrebbe fatto quella pazza appena avessi varcato la soglia.

Mi feci mezza città di corsa per la seconda volta in un solo pomeriggio, pregando i santi protettori dei disperati che Sofia non avesse davvero chiuso la porta col catenaccio per lasciarmi fuori a marcire. Quando arrivai sul suo pianerottolo, avevo i polmoni in fiamme e il sudore che mi colava sulla fronte. Schiacciai il campanello col fiatone, appoggiando la fronte allo stipite.

La porta si aprì quasi subito. Sofia era lì. Indossava solo una vestaglia di seta nera mezza slacciata che lasciava intravedere un completino intimo di pizzo rosso che avrebbe resuscitato un morto. Aveva le braccia incrociate sotto il seno esplosivo e un’espressione che poteva sciogliere l'acciaio.

"Sei in ritardo di quattordici minuti," esordì, glaciale.

"Sofi, ti prego, ho una giustificazione epica," ansimai, infilandomi in casa e chiudendomi la porta alle spalle per evitare denunce condominiali. Senza aspettare il suo permesso, iniziai a spogliarmi lì nell'ingresso. Dopotutto, tra noi non c'erano segreti, né tantomeno pudore. Mi tolsi le scarpe calciandole via, sfilai la maglietta bagnata di sudore e slacciai la cintura. "Sono letteralmente fuggito da un film dell'orrore a luci rosse."

Lei inarcò un sopracciglio perfetto, squadrandomi dall'alto in basso mentre rimanevo in boxer. "Fammi indovinare: ti sei fatto incastrare di nuovo da qualche psicopatica. Sei un fottuto disastro ambulante, Giò."

"Peggio. Marica," le confessai tutto d'un fiato, tirandomi giù i pantaloni. Le raccontai del caffè, della trappola casalinga, del suo topless spudorato e di come mi avesse letteralmente usato come dildo umano per sfogare la sua smania di vendetta contro mio fratello.

Sofia scoppiò in una risata secca e spietata, scuotendo la testa con finto rammarico. "Non ci credo. Ti sei fatto scopare per ripicca dalla pazza logorroica. E scommetto che le hai pure detto grazie mentre ti usava! Sei un uomo senza spina dorsale. Voi due siete l'emblema del degrado umano."

"Lo so, lo so, faccio schifo," ammisi, abbassando lo sguardo. "Senti, posso farmi una doccia velocissima? Sono sudatissimo per la maratona e... beh, onestamente ho bisogno di lavarmi via il senso di colpa e il resto."

L'espressione divertita di Sofia si trasformò in una smorfia di puro e viscerale disgusto. "Vai. Immediatamente. Mi fa venire il voltastomaco l'idea che ci siano ancora i fluidi di quella maniaca rancorosa attaccati al tuo cazzo. Scrostati bene con la spugna, perché se sento odore di vaniglia o di troia, ti taglio le palle nel sonno."

Non me lo feci ripetere due volte. Corsi nel suo bagno, accesi l'acqua bollente ed entrai nel box doccia. Sofia mi seguì poco dopo, appoggiandosi allo stipite della porta a braccia conserte, guardandomi attraverso il vetro trasparente mentre mi insaponavo il petto con foga.

"Ma la parte peggiore non è stata Marica," le gridai da sotto il getto scrosciante. "Dopo sono dovuto correre al parco perché mi ha chiamato Anna. Era disperata. Aveva sentito tutto attraverso il muro."

Sofia si raddrizzò leggermente, gli occhi scuri che si stringevano in due fessure. "Anna? La dea ingenua? E tu che hai fatto?"

"L'ho consolata," risposi, chiudendo gli occhi per sciacquarmi la schiena. "Ha pianto per via di quel coglione del suo fidanzato. E Sofi... cazzo, c'è mancato pochissimo. Le è caduto del gelato sulla scollatura, io senza pensarci gliel'ho pulito con un tovagliolo... ho toccato quelle zizzone assurde che ha. Mi guardava in un modo che... insomma, c'era una tensione pazzesca. Se non avessi chiamato tu minacciando di castrarmi, forse avrei fatto la stronzata romantica del secolo."

Aprii gli occhi e mi tolsi la schiuma dal viso. Attraverso il vetro appannato, vidi che Sofia non stava più facendo battute ciniche. La sua espressione era cambiata, indurita da un'ombra scura e possessiva. Era palesemente gelosa. Un conto era sfottermi per le mie squallide disavventure con la cognata, un conto era sentirmi confessare l'attrazione emotiva e palpabile per la ragazza "perfetta".

Senza dire una parola, Sofia sfilò il nodo della vestaglia. La seta nera scivolò sul pavimento del bagno. Si sganciò il reggiseno di pizzo in una frazione di secondo, liberando i suoi seni caldi, pesanti e provocanti, per poi sfilarsi gli slip in un unico gesto fluido.

Aprì l'anta di cristallo della cabina doccia e, senza curarsi dell'acqua che le bagnava all'istante i capelli e le curve perfette, entrò prepotentemente nel mio spazio.

"Sofi... che fai?" balbettai, con il fiato mozzato da quella visione nuda e spietata a dieci centimetri dal mio naso.

Non mi rispose a parole. Seguendo alla lettera la regola per cui la tensione deve trasformarsi in un approccio sempre più diretto, alzò la mano sinistra e mi afferrò i capelli bagnati sulla nuca. Strinse le ciocche con una forza inaudita, tanto da tirarmi la testa all'indietro e obbligarmi a guardarla dall'alto. Contemporaneamente, la sua mano destra scattò verso il basso. Mi afferrò il cazzo, già marmoreo e reattivo, e strinse la presa. Non fu una carezza. Fu una morsa territoriale e fottutamente eccitante. Iniziò a strofinarlo su e giù con movimenti feroci e decisi, usando l'acqua e il bagnoschiuma come lubrificante perfetto.

"Sofi... ah, cazzo..." gemetti a denti stretti, sopraffatto dal contrasto tra il dolore sordo alla nuca e il piacere devastante all'inguine che si espandeva per tutto il corpo.

Lei si avvicinò al mio viso, schiacciando i suoi seni insaponati contro il mio petto, sfregando i capezzoli turgidi sulla mia pelle bagnata.

"Lo sai qual è il tuo problema, Giò?" mi sussurrò, la voce roca e carica di una gelosia aggressiva che mi azzerò la lucidità. "Che parli decisamente troppo."

Aumentò il ritmo della mano sotto l'acqua, stringendo ancora di più i miei capelli. "Sentirti parlare di come sbavavi dietro alla tua santarellina mi fa salire un nervoso che non hai idea," mi confessò, mordendomi violentemente il lobo dell'orecchio per poi succhiarlo con prepotenza. "Mi fa sentire fottutamente arrabbiata. E la cosa peggiore... è che mi fa eccitare da morire. Quindi ora chiudi la bocca e fammi vedere a cosa è servito farti correre fin qui."

Con una spinta improvvisa, Sofia mi sbatté con la schiena contro le piastrelle fredde della doccia. L'impatto mi fece sussultare, ma non feci in tempo a protestare: l'acqua bollente ci scrosciava addosso, creando una nuvola di vapore che rendeva l'atmosfera densa e quasi asfissiante.

Non l'avevo mai vista così. C'era un'avidità quasi predatrice nei suoi occhi scuri, una rabbia furiosa mescolata a un'eccitazione che la rendeva magnetica.

Versò una dose abbondante di bagnoschiuma sul palmo della mano e tornò ad afferrarmi l'erezione con una presa ferrea, spietata. Iniziò a masturbarmi con un ritmo serrato, spingendo dal basso verso l'alto, la schiuma profumata che rendeva il movimento un attrito perfetto, fluido e letale.

"Dimmi un po', Giò," sibilò a un palmo dal mio viso, gli occhi ridotti a due fessure lucide mentre accelerava il ritmo della mano. "Pensi che la tua preziosa, intoccabile Anna saprebbe mai farti questo? Pensi che si sporcherebbe le mani per farti godere così?"

"Sofi... cazzo," ansimai, gettando la testa all'indietro contro il muro umido, totalmente in balia della sua gelosia.

"Rispondimi," mi ordinò, stringendo la presa proprio sulla base, facendomi impazzire. "La tua dea ingenua ti tratterebbe mai come la puttana che sei? O si metterebbe a piangere se le chiedi di stringere un po' di più?"

La sua gelosia era un fottuto afrodisiaco. Era arrogante, possessiva e incredibilmente eccitante. Ma a Sofia non bastava umiliarmi a parole. Stanca di usare la mano, lasciò improvvisamente la presa. Si abbassò in un movimento fluido, inginocchiandosi sul piatto doccia. L'acqua le sferzava la schiena e i capelli scuri, ma lei non ci fece caso.

Guardò verso l'alto, fissandomi dritto negli occhi con un'espressione di puro possesso, e prese la mia erezione in bocca. Fu una sensazione devastante. L'interno della sua bocca era un inferno di calore, in netto contrasto con l'acqua tiepida che ci cadeva addosso. Non c'era traccia di delicatezza: Sofia era ingorda. Inghiottì tutta la mia lunghezza spingendosi fino in fondo alla gola, sfidando i suoi stessi limiti.

Iniziò a muovere la testa avanti e indietro con una foga inaudita. La sua lingua si arrotolava sotto la cappella, le labbra stringevano e tiravano, mischiando la saliva all'acqua della doccia in una danza estenuante e rumorosa. Mi aggrappai alle sue spalle nude, le gambe che mi tremavano sotto quel ritmo implacabile. Ogni sua succhiata era una punizione e una rivendicazione di proprietà: mi stava marchiando a fuoco.

"Sofi... vengo... Sofi, attenta!" grugnii, i muscoli del ventre che si contraevano dolorosamente.

Non si fermò. Non si spostò di un millimetro. Il climax mi investì con una violenza inaudita. Ruggii il suo nome mentre le prime, intense scosse calde le esplodevano letteralmente in faccia e sul collo. Mi svuotai ansimando, il petto che si alzava e si abbassava freneticamente, mentre le ginocchia quasi mi cedevano.

Sofia si alzò lentamente in piedi. Si passò una mano sul viso imbrattato, poi si mise sotto il getto d'acqua per sciacquarsi, mantenendo la sua solita, insopportabile espressione altera. "Sei un porco patetico e precoce," mi insultò, con quel suo tono cinico e ironico che nascondeva un palese compiacimento. Si passò le mani tra i capelli bagnati, aprì il box doccia e afferrò un asciugamano. "Ti do esattamente trenta secondi per asciugarti e venire sul letto. Allo scadere del tempo, la porta si chiude."

Uscì dal bagno senza voltarsi. Fanculo l'asciugatura perfetta. Afferrai un telo, mi diedi una strofinata grossolana su petto e gambe, lasciando i capelli completamente fradici, e mi precipitai in camera da letto.

Sofia era lì, sdraiata supina al centro del materasso, nuda e bellissima. Non ci pensai due volte. Mi lanciai letteralmente su di lei, afferrandole le cosce e spalancandole con un colpo secco. Il tempo dei preliminari e dei giochetti psicologici era finito. Senza chiedere permesso, affondai il bacino, entrando in lei con una spinta rude e decisa.

"Ah! Cazzo, Giò..." gemette lei a pieni polmoni, inarcando la schiena.

Le sue pareti interne erano un capolavoro di anatomia: bollenti, strettissime e così bagnate che il rumore dei nostri corpi che si scontravano riempì immediatamente la stanza. Iniziai a scoparla con una passione che rasentava la violenza, spingendo dal basso con colpi lunghi, sordi e inesorabili, sfogando tutta la tensione accumulata in quella giornata surreale.

Mi chinai su di lei, affamato, e affondai il viso nel suo décolleté. Iniziai a morderle e succhiarle i seni, prima uno e poi l'altro, con una foga animale, tirando i capezzoli turgidi tra i denti.

Lei mi afferrò i capelli, tirandoli per farmi alzare il viso verso di lei. Il suo respiro era spezzato, ma la stronza possessiva che c'era in lei non mollava la presa. "Queste... ah!... queste sono molto meglio... di quelle della tua Anna, no?!" ansimò, piantandomi le unghie nella schiena. "Dimmelo, cazzo! Dimmelo che impazzisci per me!"

"Fottiti, Sofi, sei una strega," le ringhiai contro, ma il mio bacino confermava tutto, spingendo ancora più a fondo, stordito da quel mix esplosivo di sesso grezzo e gelosia feroce.

"No. Fottimi tu," sibilò lei.

Con uno scatto addominale improvviso e una forza che non le credevo possibile, Sofia mi afferrò per le spalle e mi ribaltò, schiacciandomi la schiena sul materasso. Si mise a cavalcioni su di me, i capelli bagnati che le frustavano il viso, gli occhi scuri accesi da una lussuria folle.

Prese il controllo totale. Iniziò a muoversi su e giù come una vera pazza, dettando un ritmo forsennato. I suoi seni sobbalzavano a ogni affondo, la sua pelle si coprì rapidamente di un velo di sudore lucido. Era una cavalcata selvaggia, disperata, una guerra di bacini dove nessuno dei due voleva cedere.

"Sì... così... oddio," iniziò a balbettare, perdendo finalmente la sua lucidità cinica. Le sue spinte si fecero disordinate, frenetiche. Mi aggrappai ai suoi fianchi perfetti, spingendo verso l'alto per andarle incontro e massimizzare l'attrito.

Sentii le sue pareti contrarsi attorno a me con spasmi ritmici e letali. "Sofi... vengo!" urlai, incapace di trattenermi un secondo di più. "Insieme, cazzo... vienimi dentro!" strillò lei, buttando la testa all'indietro.

Esplodemmo nello stesso, identico fottuto istante. Il mio climax fu così intenso e violento da farmi vedere le stelle, un'ondata di calore che inondò il suo interno mentre lei crollava letteralmente sul mio petto, tremando e gemendo sommessamente, sfinita e finalmente dominata dalla sua stessa passione.

Quello sul materasso, madido di sudore e rabbia, si rivelò essere solo il fischio d’inizio. La gelosia di Sofia non si era affatto spenta con un solo orgasmo; quell'ondata di piacere le aveva semplicemente aperto lo stomaco, trasformandola in una succube insaziabile e decisa a marcare il territorio.

Passammo l'ora successiva a distruggere metodicamente la sua camera da letto, in un'intensa maratona che mise a durissima prova il mio sistema cardiovascolare.

Mi spinse contro la cassettiera di legno massiccio, costringendomi a prenderla da dietro. La pelle dorata della sua schiena brillava per il sudore, mentre io affondavo in lei con colpi secchi e decisi. "Spingi più forte, cazzo," mi ordinava a denti stretti, i palmi premuti contro il mobile. "Fammi sentire che sei qui, Giò. Voglio che la tua testa sia vuota. Niente paranoie, niente Anna." "Non sto... pensando a nessun'altra, Sofi... cazzo se sei stretta," ansimavo, stringendole i fianchi con forza, lasciandole i segni rossi delle mie dita sulla pelle, mentre il rumore umido dei nostri corpi rimbombava nella stanza.

Non le bastò. Mi tirò sul bordo del letto, facendomi sedere, per poi mettersi a cavalcioni su di me dandovi le spalle. Si appoggiò con le mani alle mie ginocchia e iniziò a cavalcarmi con una foga disumana. I suoi glutei perfetti sbattevano contro le mie cosce a ogni affondo. "Sei un disastro ambulante, Giò," gemeva, buttando la testa all'indietro, i capelli umidi che mi solleticavano il viso. "Un fottuto, stupido disastro." "Ma sono... il tuo disastro," le risposi con un filo di voce, affondando le mani nelle sue natiche per aiutarla a dettare il ritmo, spingendo dal basso fino a farle perdere il controllo e la lucidità.

Al quarto, o forse al quinto round – avevo sinceramente perso il conto e la sensibilità dal bacino in giù – crollammo.

Finiamo sdraiati a stella sul materasso sfatto, che ormai sembrava aver attraversato un monsone tropicale. Eravamo esausti, i muscoli tremanti, i petti che si alzavano e si abbassavano in modo asincrono per cercare di incamerare ossigeno. Eravamo fin troppo sudati, i corpi incollati l'uno all'altro per l'inerzia. Fissavo il soffitto bianco della stanza, sentendomi svuotato di ogni singola goccia di energia vitale e di stress.

"Se mi chiedi un'altra botta, giuro che chiamo il 118," bofonchiai, gli occhi socchiusi. Sofia emise una risata roca, debole, tenendo una gamba morbidamente intrecciata alla mia. "Tranquillo, supereroe. Anche le macchine da guerra come me hanno bisogno di una pausa."

Il silenzio della stanza, rotto solo dai nostri respiri affannosi, venne interrotto dal trillo acuto del mio telefono, abbandonato da qualche parte tra i vestiti sparsi sul pavimento.

Con uno sforzo immane, mi sporsi oltre il bordo del letto, allungai il braccio e recuperai il cellulare. Lo schermo si accese, proiettando una luce fastidiosa sui nostri volti stanchi. Era una notifica del gruppo WhatsApp "I Disagiati".

"Chi è a rompere i coglioni a quest'ora?" mormorò Sofi, strisciando verso di me e appoggiando il mento sudato sulla mia spalla per sbirciare lo schermo.

Aprii la chat. Era un messaggio di Maria, un papiro minaccioso ed entusiasta al tempo stesso.

Maria: “Regaz, miracolo estivo. Ho convinto i miei e ho le chiavi della villa al mare in Salento per l'intera settimana prossima. Niente scuse, niente impegni. Voglio tutti lì: io, Giulio, Giò, Sof e Anna. Preparate i fegati e i costumi da bagno. Non accetto defezioni, inizio a organizzare la spesa.”

Rimasi a fissare le parole illuminate sul display per cinque secondi netti. Il mio cervello, già in pappa per via del sesso e dello sfinimento, cercò di processare l'informazione. La mia spietata scopamica, la stronza manipolatrice e la Dea Ingenua per cui perdevo la testa. Tutti sotto lo stesso tetto, h24, per sette lunghissimi giorni.

Sofia sbuffò una risata cinica dritta contro il mio collo, facendomi venire i brividi. Fece scorrere un'unghia laccata lungo il mio petto nudo, sfoderando il suo tipico sorrisetto diabolico. "Oh, fantastico," commentò, la voce carica di sadica ironia. "Sette giorni chiusi nella stessa casa con te, quell'arpia di Maria e la tua adorata verginella complessata. Non vedo l'ora."

"Sarà un bagno di sangue," sussurrai, lasciando cadere il telefono sul materasso e coprendomi il viso con entrambe le mani, già pregustando l'apocalisse imminente.

"Un bagno di sangue dove tu sarai la mia personalissima mascotte da sfogo, tesoro," mi corresse Sofi, mordicchiandomi crudelmente il lobo dell'orecchio. "Preparati, Giò. Perché sarà una vacanza fottutamente indimenticabile."

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