"Dai, Marica... non mi sembra il caso," balbettai, alzando le mani col palmo aperto in un patetico gesto di resa, mentre i miei occhi continuavano ostinatamente a cadere sui suoi seni perfetti e turgidi. "Cioè, sei... sei fragile in questo momento. Sei appena uscita da una storia lunghissima. Non voglio approfittarmene."
Fragile un cazzo, urlava la mia voce interiore in preda al panico. La verità è che la follia che le brillava negli occhi mi stava letteralmente terrorizzando. Qui non parlavamo della famosa scala Pazza/Gnocca di How I Met Your Mother, la celebre "Diagonale di Vicky Mendoza". No, qui eravamo fuori scala. Questa non era una ragazza eccentrica che ti bucava le gomme dell'auto; questa era una maniaca egocentrica che voleva usarmi come un fottuto dildo umano per vendicarsi di mio fratello, e che poi, con ogni probabilità, avrebbe usato questa storia per ricattarmi o rovinarmi l'esistenza.
Ma a Marica non importava nulla delle mie finte remore morali. Fece quel suo sorrisetto obliquo, carico di un'arroganza sensuale e spietata. "Io non sono fragile, Giò. E tu non ti stai approfittando di niente," mormorò, la voce che si abbassava di un'ottava, diventando un sussurro roco e vibrante.
Senza smettere di fissarmi negli occhi, salì sul letto. Gattonò verso di me con la grazia di un felino, il seno sodo che dondolava pesante e ipnotico a ogni suo movimento, la pelle dorata che catturava la luce fievole della stanza. "Marica, aspetta, fermati un attimo, ragioniamo..." provai a dire, indietreggiando fino a ritrovarmi con le spalle contro la testiera del letto. Allungai le mani per afferrarle le spalle e tenerla a distanza, ma la sua pelle era calda, morbida come seta, e il mio tocco fu tutto tranne che un rifiuto.
Era fottutamente indomabile. Si scrollò via le mie mani con un movimento fluido e si mise in ginocchio, letteralmente sopra le mie gambe. Si chinò in avanti, azzerando le distanze, e affondò il viso nell'incavo del mio collo. Le sue labbra piene e umide si schiusero contro la mia pelle, iniziando a baciarmi con un'avidità che sapeva di rabbia e lussuria, mentre il suo petto nudo e caldo si schiacciava contro la mia maglietta.
Il cervello andò in tilt. L'odore di vaniglia e sudore femminile mi invase le narici. "Marica... cazzo," ansimai, cercando di aggrapparmi all'ultimo barlume di sanità mentale. "E Anna? È nell'altra stanza! È letteralmente a due muri di distanza da noi!"
Lei non si fermò. Anzi, il brivido del rischio sembrò accenderla ancora di più. Mi diede un piccolo morso sul lobo dell'orecchio, facendomi sussultare. "Appunto," sussurrò, con il fiato caldo che mi faceva rizzare i peli sulle braccia. "Vuol dire che dovremo fare molto, molto piano. Sarà il nostro piccolo segreto sporco. A meno che tu non voglia metterti a urlare."
Ero fottuto. Non c'era via d'uscita. La sua rivincita mentale doveva compiersi e niente, né la razionalità né la presenza della sorella, l'avrebbe fermata. Oltretutto, l'erezione che mi stava facendo esplodere la zip dei pantaloni non era esattamente un argomento a favore del rifiuto.
Mi arresi. Allargai le braccia e le lasciai cadere sul materasso con un sospiro che era un misto di disperazione e pura eccitazione animale. "Cazzo... però solo questa volta, intesi?" grugnii, pregando con tutto me stesso che fosse pazza e letale tanto quanto era brava a scopare.
Marica si tirò indietro, sfoderando un sorriso trionfante da imperatrice che aveva appena conquistato un nuovo territorio. Mi mise le mani sulle spalle e, con una spinta decisa, mi fece stendere del tutto sul materasso.
"Stenditi, Giò," mi ordinò, con un tono basso e autoritario che non ammetteva repliche. I suoi occhi scuri brillavano di una luce diabolica. "Stai fermo e lascia fare agli adulti."
Lascia fare agli adulti?, pensai, in un guizzo di comico orgoglio ferito mentre fissavo il soffitto. Cazzo, hai solo ventisei anni, mica sei Monica Bellucci! E poi, datti una calmata, zia, che nelle ultime due settimane ho scopato con i ritmi e le posizioni di un pornoattore baffuto degli anni '80!
Ma quelle parole rimasero sepolte nella mia testa. Nella realtà, rimasi rigido e immobile come una statua, il cuore che mi martellava nel petto.
Marica si mosse su di me. Ancora in topless, si abbassò verso la mia vita. Il suo décolleté maestoso ondeggiò a pochi centimetri dal mio viso, una visione divina che mi azzerò completamente la salivazione. Con una lentezza teatrale, studiata per farmi impazzire, afferrò l'orlo della mia maglietta e me la tirò via dalla testa in un unico gesto. Poi le sue mani agili, dalle unghie perfettamente laccate di rosso, scesero verso la mia cintura.
Slacciò il bottone con uno scatto secco. Il rumore della zip che scendeva nel silenzio della stanza sembrò il rombo di un tuono. Mi afferrò l'elastico dei pantaloni e dei boxer in un colpo solo, e con una foga improvvisa li tirò giù lungo le cosce, liberando finalmente la mia erezione, dura come il marmo e pulsante per l'attesa.
Lei si fermò a guardare il risultato del suo lavoro. Si passò lentamente la lingua sulle labbra carnose, visibilmente soddisfatta del potere che esercitava su di me, pronta a consumare la sua spietata vendetta proprio sotto il tetto di Anna.
Ero letteralmente inchiodato al materasso. Senza pantaloni, vulnerabile, con il cuore che mi pompava sangue alle tempie a una velocità allarmante e un'erezione che non ammetteva repliche.
Marica rimase in ginocchio tra le mie gambe. Mi guardò dall'alto verso il basso, studiando la mia intimità esposta con un'intensità predatoria. Non c'era traccia di timidezza in lei, né quell'incertezza un po' goffa che avevo vissuto con Ilenia. Marica sapeva esattamente cosa stava guardando e come usarlo.
Schiuse quelle sue labbra carnose e perfette, passandosi la lingua sui denti. Raccogliendo un po' di saliva in bocca, prese la mira e, con una sfacciataggine assoluta che mi fece mancare un battito, sputò direttamente sulla punta del mio cazzo.
Il contrasto tra il calore della stanza e la freschezza umida della sua saliva mi fece sussultare.
"Cristo..." mormorai, stringendo i pugni nelle lenzuola.
L'espressione di Marica era un capolavoro di tossicità: gli occhi scuri leggermente socchiusi, un sorrisetto arrogante e una soddisfazione viscerale che le illuminava il viso. Allungò la mano destra, dalle unghie laccate di rosso, e avvolse saldamente la mia lunghezza. Usando il suo stesso sputo come lubrificante, iniziò a masturbarmi.
La sensazione era pazzesca. La sua presa era decisa ma scivolosa, e il suono umido della pelle contro la pelle riempì l'aria viziata della camera. Eppure, l'imbarazzo che aleggiava tra noi era denso come nebbia, specialmente quando lei decise di aprire la bocca per dare voce ai suoi pensieri distorti.
"Dio mio, Giò," sussurrò, accelerando il ritmo della mano e inarcando la schiena, facendo tremare i suoi seni nudi a ogni movimento. "Tuo fratello mi aveva tenuto nascosto che il DNA buono della famiglia l'avevi preso tu."
Mi sentii gelare. Il sangue mi si ritirò momentaneamente dallo stomaco per finire tutto lì sotto. "Marica, ti prego... non mi sembra il caso di parlarne ora," balbettai, contorcendomi a disagio.
"E perché no?" ribatté lei, spietata, abbassandosi un po' di più sul mio bacino, stringendo la presa. "Voglio dire... lui si credeva chissà chi, ma tu sei letteralmente il doppio. Questo è un cazzo, Giò. Il suo, a confronto, era un passatempo noioso."
"Cazzo, Marica, smettila!" sibilai, a metà tra l'incazzatura e l'eccitazione più nera. Mi sentivo tremendamente a disagio. Ero steso nudo sul suo letto, a dieci metri dalla sorella di cui ero innamorato, mentre lei mi segava con la saliva denigrando l'anatomia di mio fratello. Era una situazione ai limiti del grottesco, una follia pura. "È imbarazzante, non puoi dire cose del genere..."
"Io dico quello che voglio," mi zittì, con una freddezza che mi fece capire quanto fosse disposta ad andare a fondo con la sua vendetta. "E tu stai zitto e godi."
E a quel punto, ignorando completamente le mie proteste, cambiò tattica.
Lasciò andare la presa della mano. Si sporse completamente in avanti, azzerando la distanza tra il mio bacino e il suo torace, finché i suoi seni pieni e sodi non sfiorarono la mia erezione. Con le mani si afferrò i lati del petto e schiacciò le sue mammelle l'una contro l'altra, intrappolando il mio cazzo bagnato di saliva esattamente in mezzo alla sua scollatura.
"Porca troia," mi sfuggì, un lamento roco che non riuscii a trattenere.
La sensazione fu un cortocircuito per il mio sistema nervoso. La pelle del suo décolleté era bollente, di una morbidezza indescrivibile. La stretta dei suoi seni creava una pressione avvolgente, e la saliva residua fungeva da perfetto scivolante naturale. Marica iniziò a muoversi avanti e indietro con il busto. Il mio sesso scivolava tra la sua carne dorata, la cappella che faceva capolino vicino al suo collo per poi sprofondare di nuovo tra i suoi seni a ogni suo movimento.
Lei mi guardava dall'alto, i capelli scuri che le ricadevano sulle spalle, le labbra dischiuse in un respiro affannoso. "Vedi?" sussurrò, strusciandosi contro di me. "Tuo fratello non mi ha mai fatto usare il mio corpo così. Tu invece apprezzi, vero?"
