Provincia Di Troie

Capitolo 2 - Sveltine e Tette Burrose

Tra i bagni dei pub e i sedili di una macchina, Giovanni e Sofia inaugurano la loro bollente routine clandestina di sesso senza sentimenti. Ma la continua ricerca di adrenalina porterà a incidenti casalinghi ad altissimo tasso di imbarazzo.

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Giovy22

1 ora fa

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Da quella famosa domenica notte, la mia vita ha preso una piega decisamente surreale. La teoria del "chiodo scaccia chiodo" si era trasformata in una vera e propria routine ad alto tasso alcolico e ormonale. Si dice che la spontaneità vince sulla complessità. E noi, di complesso, non avevamo proprio nulla: eravamo solo due sfigati perennemente arrapati che avevano trovato un modo molto efficiente per scaricare la frustrazione.

Con Sof, ogni uscita era buona per scopare. Ci avevamo preso un gusto sadico e clandestino. La noia della provincia viziosa era improvvisamente sparita, sostituita dall'adrenalina di rischiare di farci beccare in ogni angolo buio.

Il vero motore di questa nostra maratona sessuale delle ultime due settimane di giugno, paradossalmente, era Anna.

Anna, nella sua infinita e crudele ingenuità, aveva deciso che io ero ufficialmente il suo confidente numero uno. Il suo migliore amico senza attributi. Il tizio del carico e scarico, Marco, si stava rivelando il classico stronzo più grande che la trattava male, un mix letale per una ragazza alle prime armi. Lei non aveva ancora perso la verginità, ma si stavano spingendo oltre, e lei non perdeva occasione per raccontarmi ogni fottuto dettaglio.

Una sera, eravamo tutti seduti fuori dal solito pub. Anna si sporge verso di me, ignorando il fatto che la sua scollatura mi stia praticamente accecando, e mi sussurra all'orecchio: "Giò, ieri sera in macchina... mi ha messo le mani sotto la gonna. Mi ha toccata tutta. Mi trattava malissimo a parole, ma ti giuro, mi ha fatta impazzire."

Sento lo stomaco che si contorce e il sangue che mi defluisce dal cervello per accumularsi pericolosamente nei jeans. Alzo lo sguardo e incrocio quello di Sof, seduta di fronte a noi. Sta sorseggiando il suo drink, un mezzo sorriso malefico le increspa le labbra carnose. Ha capito tutto.

Passano dieci minuti. Mi alzo per andare in bagno, e lei mi segue a ruota.

Appena chiudo a chiave la porta del minuscolo bagno del locale, Sof mi sbatte contro le piastrelle fredde, ridacchiando. "Ancora aggiornamenti dal fronte del troglodita?" mi sfotte, abbassandosi la zip dei suoi shorts di jeans. "Non farmici pensare," grugnisco, infilandole brutalmente una mano nelle mutandine. È già bagnata fradicia. "Le ha messo le mani sotto la gonna. Sto per uccidere qualcuno."

"Povero il mio sottone," sussurra Sof, tirandomi fuori il cazzo e iniziando a pomparlo con una presa salda e un ritmo che mi fa mancare il respiro. "Per fortuna ci sono io che ti svuoto, o saresti già esploso." "Zitta," le ansimo contro il collo, infilandole due dita dentro. Sof butta la testa all'indietro, strozzando un gemito contro la mia spalla mentre accelero il movimento delle dita, mimando le sue stesse pompate. "Non parlare, muovi quella mano..." Veniamo entrambi lì, in piedi, nel giro di tre minuti, col terrore che qualcuno bussi alla porta, per poi uscire a distanza di trenta secondi l'uno dall'altra, sfoggiando facce innocenti.

Ma il vero capolavoro della nostra routine di giugno è stata la cavalcata nel parcheggio.

Sabato sera, Anna aveva passato un'ora a piagnucolare perché Marco non le aveva risposto a un messaggio dopo averle fatto un succhiotto sul collo (che mi aveva fieramente mostrato). Io e Sof ci scambiamo la solita occhiata. "Andiamo a fumare," annuncio al tavolo.

Ci rintaniamo sui sedili posteriori della mia macchina, parcheggiata nel buio dietro il locale. Sof non perde tempo. Si toglie il top, svelando quei due seni burrosi e immensi che ormai sono la mia ossessione notturna, e mi sale a cavalcioni, con solo un perizoma spostato di lato.

"Cazzo, Sof, prima o poi ci sgamano," sussurro, guardando fuori dai finestrini appannati, mentre lei mi si abbassa lentamente sopra, ingoiandomi tutto in un gemito umido.

"Che ti frega," ansima lei, iniziando a cavalcarmi. Il movimento fa sobbalzare le sue tette in un modo ipnotico. "Pensa ad Anna e al suo succhiotto." "Vaffanculo," le rispondo, afferrandole i fianchi morbidi per aiutarla a spingere più forte. "Sei una stronza." "Sì, ma sono la stronza che ti fa venire duro come il marmo," ribatte lei, inclinando il busto in avanti. I suoi seni mi sbattono contro il petto, pelle sudata contro pelle sudata. "Ammettilo, Giò... Anna sarà anche un angelo, ma non ti scoperebbe mai così in una cazzo di Fiat Punto."

Non riesco nemmeno a risponderle. Sof stringe i muscoli interni, frizionando esattamente dove serve. Inizio a dare colpi di reni dal basso, affondando in lei con una foga disperata, mentre lei si copre la bocca con una mano per non urlare. L'abitacolo sa di sesso, di sudore e del suo profumo speziato.

"Dai, dimmi che non pensi ad Anna adesso," mi provoca ancora, con gli occhi chiari annebbiati dal piacere, aumentando la velocità della cavalcata. "Penso solo che sei una troia meravigliosa," grugnisco, perdendo del tutto il controllo.

Le stringo forte una tetta, massaggiando il capezzolo turgido, mentre l'orgasmo mi travolge con una violenza inaudita. Vengo dentro di lei (ovviamente col preservativo, l'unica regola che riusciamo a rispettare), mentre Sof si accascia sul mio petto, tremando per il suo stesso piacere, il fiato corto che mi solletica il collo.

"Vedi?" mi sussurra all'orecchio un minuto dopo, mentre cerchiamo di ricomporci alla bell'e meglio nei sedili stretti, recuperando i vestiti. "Sei il mio giocattolino antistress preferito." "E tu sei il mio piano di riserva più riuscito," le sorrido, tirandole una pacca sul sedere nudo prima che si rimetta gli shorts.

Questa è la nostra estate. Anna mi frantuma il cuore e le palle con i suoi drammi, io mi lamento con Sof, ci prendiamo per il culo a vicenda, e poi finiamo per scardinarci a letto, in macchina o nei bagni pubblici. E, per quanto fosse una situazione moralmente discutibile e sull'orlo del baratro emotivo... non mi ero mai divertito così tanto in vita mia.

Ovviamente, non ero l'unico a usare queste sessioni clandestine come valvola di sfogo. Anche Sof aveva i suoi demoni. Ogni volta che il suo amato Giulio postava una storia su Instagram con quella che Sof chiamava affettuosamente "la sua fidanzata troia", la serata prendeva una piega decisamente alcolica e rancorosa.

Visto che mio padre era tornato dalle ferie, il mio letto singolo non era più un'opzione. Per fortuna, i genitori di Sof se ne stavano con la pancia all'aria nella loro casa vacanze in Sardegna, lasciando campo libero. L'unico, piccolissimo ostacolo logistico era Ross, la sua sorella gemella, che però dormiva rintanata nella mansarda al secondo piano. La nostra strategia era infallibile: lo facevamo a notte fonda, in salotto, nel silenzio più totale, e io scappavo via come un ladro prima che sorgesse il sole. Era letteralmente impossibile che ci sentisse.

Tutto è precipitato un giovedì notte. Eravamo sul divano del suo salotto, la TV accesa col volume a zero per fare un minimo di luce. Ma quella sera Sof era così nervosa per aver visto Giulio baciare Maria fuori dal pub che avevamo saltato i preliminari arguti per passare direttamente alle maniere forti.

Ero sdraiato a pancia in su, i jeans buttati sul tappeto, e Sof era in ginocchio tra le mie gambe. Indossava solo una maglietta extralarge che le copriva a malapena il sedere nudo. Stava facendo un lavoro a dir poco celestiale. La sua bocca morbida e carnosa mi inghiottiva con un ritmo lento e profondo, le sue labbra umide scivolavano su di me mentre mi guardava dal basso verso l'alto con quegli occhi chiari da cerbiatta maliziosa.

"Cristo, Sof..." mormorai, affondando le mani nei suoi capelli scuri per assecondare il movimento della sua testa.

Ma siccome non riusciamo a prendere nulla sul serio, nemmeno il sesso, iniziai a stuzzicarla. Feci scivolare le mani lungo la sua schiena, fino ad afferrare a piene mani i suoi glutei rotondi e burrosi. Li impastai con forza, per poi far scivolare il dito medio lungo il solco tra le natiche, sfiorando maliziosamente il suo ingresso posteriore, minacciando di spingere.

Sof si staccò di scatto con uno schiocco umido, fulminandomi con lo sguardo. "Giò, te lo giuro su mia madre, se ci provi ti stacco l'uccello a morsi," sussurrò con rabbia, ma le scappò un mezzo sorriso divertito. "Dai dottoressa, sii aperta alle nuove esperienze," la presi in giro, accarezzandole il buco con la punta del dito solo per farla innervosire. "Solo la puntina, per la scienza." "Fottiti," ridacchiò lei, abbassandosi di nuovo per prendere la punta del mio membro tra le labbra. "Zitto e goditi il servi-"

Non finì mai la frase.

Dal corridoio cieco alle spalle del divano arrivò il rumore inconfondibile di un interruttore. La luce fredda e impietosa del lampadario a led inondò il salotto, accecandoci.

"Sof, ma hai lasciato tu la luce accesa in cuci... Oh mio Dio!"

Mi bloccai. Sof si bloccò. Sulla soglia del salotto c'era Ross, in pigiama, con un bicchiere vuoto in mano e un'espressione che oscillava tra lo shock anafilattico e il trauma psicologico irreversibile. I suoi occhi passavano dal mio bacino nudo e inequivocabilmente eretto, alla faccia di sua sorella gemella, che aveva ancora le labbra a due centimetri dalla mia intimità.

Per tre, lunghissimi secondi, nessuno osò respirare.

Sof divenne di un colore tendente al violaceo. Con un gemito strozzato a metà tra la disperazione e la vergogna, si tuffò di lato, afferrando il primo cuscino disponibile per coprirsi il viso e il seno, raggomitolandosi nell'angolo del divano pregando che un meteorite colpisse la casa. "Voglio morire, voglio morire, voglio morire," iniziò a sussurrare freneticamente da sotto il cuscino.

Io, d'altro canto, sono geneticamente programmato per affrontare il panico nel peggiore dei modi: sparando cazzate. Invece di coprirmi in fretta e furia, mi tirai su a sedere con una lentezza disarmante, tirai giù l'orlo della mia maglietta nel vano tentativo di nascondere il disastro e feci il mio miglior sorriso di circostanza a sua sorella.

"Ehm... ciao Ross," dissi, con il tono di uno che l'ha appena incontrata alle poste. "Tutto a posto? Giuro che non è come sembra. A Sof faceva malissimo la gola e le stavo solo controllando le tonsille. Ho un metodo tutto mio."

Ross mi fissò per un altro secondo, aprì la bocca per dire qualcosa, poi la richiuse. Girò sui tacchi e tornò di sopra in rigoroso silenzio.

"Sei un fottuto idiota!" sibilò Sof, tirandomi un cazzotto sulla spalla senza nemmeno togliere la faccia dal cuscino. "Ehi, ho provato a salvare la situazione!" risposi ridendo nervosamente.

Come ne siamo usciti con Ross? Semplice, con la verità cruda e pura.

Recuperata un po' di dignità (e i miei pantaloni), le spiegammo che eravamo due disperati, annoiati a morte dalla provincia e stufi di sbavare dietro a persone sbagliate. Ross ci guardò, bevve un sorso d'acqua e, da brava lesbica moderna, ultra-progressista e rispettosa di ogni genere di devianza o necessità sessuale, invece di inorridire ci diede letteralmente la sua benedizione per quella nostra scopata di noia. "Basta che usate le precauzioni e non mi sporcate il divano. E fate piano," sentenziò, prima di tornare di sopra. Quella notte dormii lì, incastrato con Sof nel suo letto. E, piccolo spoiler: dormimmo pochissimo. Ci rassicurammo a vicenda a colpi di bacino fino all'alba.

Ma il karma, si sa, ha un pessimo senso dell'umorismo. Proprio quando avevamo ingranato la marcia e il nostro patto segreto stava dando i suoi frutti più succosi, la settimana successiva le due gemelle fecero le valigie per passare sette giorni in Sardegna dai genitori.

Il vuoto cosmico.

Ero distrutto. Fui costretto a uscire un paio di volte, affrontando la cruda realtà: dovevo sorbirmi le stronzate di Anna da solo, senza la rassicurante prospettiva di poter poi affondare il viso tra le tettone burrose di Sof per resettare il cervello a fine serata. Il culmine del disagio psicologico lo toccammo di giovedì. Anna, sorseggiando placidamente la sua birra, mi guardò con quegli occhioni enormi e innocenti e mi chiese: "Giò... ma secondo te, se lo si fa da dietro... c'è il rischio di restare incinta?"

Cristo santo. Mi caddero le braccia, la speranza nell'umanità e qualsiasi altra cosa potesse cadere. A volte mi chiedevo seriamente perché mi piacesse così tanto una che faceva certe domande, ma visto che era sempre più presa dal troglodita dell'agenzia, incassai il colpo. Per sette, lunghissimi giorni, mi segai come un maniaco seriale, chiuso in camera mia. Ma non era per niente la stessa cosa. Mi mancava l'odore di Sof, mi mancavano i suoi fianchi morbidi, il suo modo sfacciato di prendermi in giro prima di mettermelo in bocca. Ero messo talmente male che per un attimo, in un momento di buio totale, accarezzai persino l'idea di pagare una professionista disonesta.

Poi, finalmente, arrivò domenica. Solita serata, solito bar. Ma con una novità.

La mia ancora di salvezza aveva le sembianze di Antonella, una mia vecchia amica. Anto era l'equilibrio perfetto della natura: 100% simpatia, 0% chiavabilità. Era un po' il pagliaccio del gruppo, ma aveva un superpotere inestimabile: mi presentava sempre amiche stupende. E quella sera aveva una missione precisa. "Giò, stasera ti presento Ilenia," mi aveva anticipato al telefono. "È l'ora che dimentichi Anna e le sue paranoie. Lei è perfetta per te."

Quando Ilenia arrivò al nostro tavolo, il mio cervello fece un piccolo tilt. Non aveva le zizzone strabordanti di Sof, né la presenza fisica di Anna, ma mi prese all'istante.

Aveva una bellezza molto delicata e cinematografica, sembrava quasi la protagonista romantica di un film indie. Si avvicinò sorridendo. Il viso era fine, con lineamenti morbidi ma estremamente espressivi. Dietro un paio di occhiali tondi e sottili, i suoi occhi grandi e chiari mi studiarono con uno sguardo a metà tra il curioso e l'ironico, nascondendo quasi un velo di malinconia. Le sue labbra erano piene ma leggere, piegate in un sorriso appena accennato che le dava un’aria timida e affascinante insieme.

Ma la cosa che mi colpì di più furono i capelli: una cascata di ricci scuri, lunghi e voluminosi, disordinati nel modo giusto. Le incorniciavano il viso dando vita a un look molto naturale e artistico. In combinazione con gli occhiali e la pelle chiara, creavano quell’estetica da “ragazza intelligente e dolce” che però, a guardarla bene, nascondeva una sensualità sottilissima e letale.

Fisicamente era snella ma incredibilmente femminile. Nessuna forma aggressiva o prorompente; il suo fascino stava tutto nell’equilibrio. Spalle strette, vita delicata, un petto piccolo ma armonioso e gambe sottili. Indossava un vestitino blu di un tessuto leggero che seguiva il corpo senza stringerlo troppo, lasciando intravedere una silhouette elegante. La sua sensualità veniva dall'insieme: il collo scoperto, le clavicole in evidenza che sembravano chiedere solo di essere baciate, il modo in cui si muoveva in modo del tutto spontaneo e rilassato. Non ci provava nemmeno a fare la femme fatale, ed era proprio quel tipo di fascino "soft", intimo e caldo, che ti cattura la mente prima ancora degli ormoni. Mi fece subito impazzire.

Eppure, quella sera si prospettava tutt'altro che semplice. Mi sedetti al tavolo, ordinai da bere e mi guardai intorno.

La compagnia era, a dir poco, un fottuto campo minato. C'ero io (un vulcano in eruzione per l'astinenza di Sof). C'era Antonella. C'era questa Ilenia bellissima e nerd che mi intrigava da morire. C'era Anna, che probabilmente stava ancora riflettendo sulla biologia riproduttiva anale. E c'era Maria, la famosa e odiatissima (da Sof) fidanzata del mio amico Giulio, che stasera era uscita miracolosamente senza di lui.

Un maschio, quattro donne. E una serata estiva che prometteva dinamiche assolutamente disastrose.

Io e Ilenia avevamo trovato il nostro ecosistema perfetto. Ci eravamo staccati dal gruppo principale e ci eravamo piazzati sulla nostra solita panchina sgangherata. Lei si era seduta sulla parte alta, lo schienale, lasciando penzolare le gambe sottili e scoperte dal vestitino blu. Io mi ero piazzato esattamente in piedi in mezzo alle sue cosce, con la schiena mezza appoggiata alla seduta della panchina. Era una posizione intima, confidenziale. Le mie braccia sfioravano le sue ginocchia e, ogni volta che rideva a una mia battuta, finiva per stringermi leggermente i fianchi con le caviglie.

C'era un feeling pazzesco. Parlavamo di film indie, di libri, di cazzate assolute, e lei ribatteva a ogni mia provocazione con un'ironia sottile e pungente. La guardavo dietro quegli occhiali tondi e pensavo: Cazzo, passare da "tante tette e poco cervello" a "tanto cervello e tette piccole" non è poi così male. Ok, a dirla tutta le zizzone burrose di Sof mi mancavano da morire, ma il modo in cui Ilenia mi guardava, con quel sorriso timido ma malizioso, mi stava facendo salire un'eccitazione diversa, più cerebrale ma altrettanto prepotente.

Eppure, a pochi metri da noi, c'era qualcuno a cui questo quadretto idilliaco non andava giù.

Anna. Era appoggiata al motorino di Maria, a chiacchierare con lei e Antonella, ma il suo sguardo continuava a saettare verso di noi come un raggio laser. Improvvisamente, la ragazza che mi considerava solo "l'amico del cuore" si era trasformata in una iena gelosa del suo territorio.

Non passavano dieci minuti senza che trovasse una scusa per intromettersi. "Giò!" trillò a un certo punto, piazzandosi esattamente tra me e la panchina, costringendomi a fare un passo indietro e allontanarmi dalle gambe di Ilenia. "Mi tieni un attimo la borsa che devo legarmi i capelli?" "Anna, c'è letteralmente il sellino del motorino libero," le feci notare, stringendo i denti. Lei ignorò il commento, alzò le braccia per farsi una coda, sbandierandomi le sue forme in faccia in modo totalmente strategico. "Uff, fa un caldo stasera. Ciao Ilenia, tutto bene lì sopra?" le chiese con un sorriso finto come i soldi del Monopoli. "Benissimo, grazie," rispose Ilenia, che aveva già capito tutto, sistemandosi gli occhiali con un mezzo sorriso divertito.

Alla terza interruzione ("Giò, hai da accendere?", "Giò, guarda che meme mi ha mandato Sof"), la frustrazione iniziò a logorarmi. Mi sentivo schiacciato. Decisi che la soluzione migliore era la peggiore possibile: bere.

Iniziai a buttare giù gin tonic come se fossero acqua fresca. L'alcol allentò rapidamente i freni e, tornato tra le cosce di Ilenia, il mio approccio si fece molto più diretto e, onestamente, appiccicoso. "Sai che hai dei ricci bellissimi?" le sussurrai, sporgendomi verso di lei, le mani appoggiate audacemente sulle sue cosce nude. Sentivo il calore della sua pelle sotto i palmi. Ilenia non si tirò indietro. Anzi, si sporse a sua volta, il suo respiro che mi sfiorava il collo. "Sai che sei molto meno timido di quello che sembri, Giovanni?" Le accarezzai appena l'interno coscia col pollice, guardandole le labbra. "Dipende da chi ho davanti."

Eravamo a un millimetro dal baciarci. C'era un'elettricità assurda. Poi... Bam. Il telefono di Ilenia si illuminò. Mezzanotte. Lei sbatté le palpebre, come risvegliandosi da un incantesimo. "Oddio, è tardissimo," sospirò, scendendo agilmente dalla panchina. "Come tardissimo? La serata è appena iniziata," protestai, sentendo l'alcol e gli ormoni protestare in coro. "Domani mattina devo studiare, ho un esame enorme," mi sorrise, con una dolcezza che mi spaccò il petto. "È stato davvero bello conoscerti, Giò. Ci scambiamo Instagram?"

Mentre digitavo il suo nome sul telefono, il mio ego si stava accartocciando su se stesso. La salutai con un abbraccio. Fu un abbraccio lunghissimo, avvolgente. Le mie braccia strinsero la sua schiena sottile, sentii il suo seno piccolo e sodo premere contro il mio petto e il profumo dei suoi capelli ricci invadermi le narici. Una tortura bellissima e inconcludente.

Quando se ne andò, rimasi lì, sbronzo, con un principio di erezione inutile e l'umore sotto le scarpe.

Come un falena attratta dal fuoco che lo brucerà, barcollai verso l'altra contendente della sera. Anna era rimasta sola al motorino, visto che Maria era entrata al bar.

Appena mi vide arrivare, attaccò con il dramma. "Marco è uno stronzo, te lo giuro!" sbottò, incrociando le braccia sotto il seno abbondante, esaltando una scollatura che mi fece venire i sudori freddi. "Abbiamo litigato. Sai cosa mi ha detto? Che questa gonna è troppo corta per uscire! Ma stiamo scherzando?"

Io ero partito. L'alcol mi rendeva molesto, disperato e tattile. Feci un passo annullando le distanze e le passai un braccio intorno alle spalle, tirandola contro il mio fianco. "È un coglione," biascicai, affondando il viso tra i suoi capelli. "Sei perfetta così. Perfetta." "Giò..." mi riprese lei, irrigidendosi un secondo. "Puzzi di gin in un modo assurdo. E mi stai stritolando." "Ma se ti piace stare qua," sussurrai, ignorando le sue lamentele e stringendole la vita. La mia mano scivolò pericolosamente vicina al fianco nudo scoperto dal top.

Ed ecco la magia nera di Anna: a parole mi criticava. "Sei un accollo quando bevi, spostati," diceva. Ma nei fatti? Non si spostava di un millimetro. Anzi, appoggiò la testa contro la mia spalla e sospirò, lasciando che il calore dei nostri corpi si mescolasse. Una parte del suo seno premeva contro il mio braccio, ed ero sicuro che lo sentisse benissimo, così come sentiva il mio respiro pesante sul suo collo. Mi stava letteralmente torturando, tenendomi a bagnomaria.

"Perché fai così con Ilenia?" le chiesi a bruciapelo, ubriaco e senza filtri, accarezzandole il braccio. "Sei gelosa?" Anna sgranò gli occhi, ritraendosi appena per guardarmi, le guance improvvisamente rosse. "Ma sei fuori? Gelosa di cosa? Siete solo ridicoli, eravate lì appiccicati che vi mancava solo di-"

"Ehi Giò! Ma sei tu? Cazzo fratello, da quanto tempo!"

Una voce squillante mi fece sussultare. Mi girai, staccandomi da Anna. Erano tre miei vecchi compagni del liceo, appena usciti dal pub. Iniziarono a paccarmi le spalle, a urlare, a chiedere come andava. Il momento era fottutamente esploso.

Mi voltai indietro per un secondo, solo per vedere Anna che, approfittando della confusione, si stava sistemando la borsa sulla spalla, raggiunta da Antonella. "Giò, noi andiamo che siamo stanche," mi gridò Anna per sovrastare le voci dei miei amici. Fece un cenno con la mano, il viso indecifrabile. "Ci sentiamo domani. Cerca di non finire in coma etilico!"

E così se ne andò. Lasciandomi lì, in mezzo alla strada, in ostaggio di vecchi amici, devastato dall'alcol, senza Ilenia, senza Anna e, per colpa della Sardegna, tragicamente e disperatamente senza Sof. La serata peggiore dell'estate.

Liquidati i vecchi compagni di liceo con scuse biascicate e sorrisi di plastica, mi ritrovai solo in mezzo alla strada. Avevo già fatto due buchi nell'acqua colossali in una sola sera: Ilenia era andata via e Anna mi teneva al guinzaglio. L'idea di provare a fare tris mi sembrava patetica perfino per i miei standard alcolici. Ero stanco, frustrato e il gin tonic mi pulsava nelle tempie.

Stavo per incamminarmi a piedi verso casa, barcollando, quando una voce mi bloccò. "Giò? Ma stai uno schifo."

Mi girai a fatica. Era Maria. La fidanzata di Giulio. Stava andando verso il suo motorino parcheggiato poco più in là. Non l'avevo guardata bene per tutta la sera, ma ora, sotto la luce arancione del lampione, notai che aveva addosso un vestitino a fascia talmente corto e aderente che sembrava un tubino dipinto sul corpo. Lasciava scoperte le spalle, gran parte della schiena e due cosce che non finivano più.

Il mio cervello ubriaco, invece di suggerirmi la via della fuga, prese la peggiore decisione possibile: cercare conforto. Mi avvicinai e, senza alcun preavviso, le buttai le braccia al collo. Mi aggrappai a lei in un abbraccio che doveva essere platonico, ma che, complice la sbronza e l'astinenza, finì per essere estremamente intimo, sensuale e decisamente troppo stretto.

"Maria..." piagnucolai, affondando il viso nell'incavo del suo collo, inebriato dal suo profumo dolce e invasivo. "Perché le ragazze mi odiano? Sono un bravo ragazzo, cazzo. Non trovo l'amore. Nessuno mi vuole."

Lei, colta alla sprovvista, vacillò sui tacchi ma non mi respinse. Ricambiò goffamente l'abbraccio, accarezzandomi la schiena con una mano. "Ma dai, Giò, che cavolate dici," sussurrò, un po' imbarazzata. "Sei solo tanto, tanto sbronzo."

Il problema logistico era che, abbracciandola in quel modo disperato, il mio bacino aderiva perfettamente al suo. E la mia erezione, frustrata, ignorata e pompata da ore di frizioni visive, si fece sentire in modo prepotente contro la stoffa sottile del suo vestitino. Maria si irrigidì per una frazione di secondo. Ma invece di darmi uno spintone e tirarmi uno schiaffo come avrebbe fatto chiunque, si limitò a sospirare.

"Giò, mi stai stritolando," rise nervosamente. Per calmarmi, mi diede un bacio sulla guancia. Un bacio umido, schoccante, vicinissimo all'angolo della bocca. "Dai, su. Troverai qualcuna. Sei un bel ragazzo."

Quel bacio fu la mia condanna a morte. Invece di calmarmi, diventai più molesto. Le accarezzai la schiena nuda, facendo scivolare le dita pericolosamente vicino all'inizio del suo fondoschiena, e strusciai il bacino contro il suo in un movimento lento e disperato. "Sei così buona, Maria," biascicai, annusandole i capelli. "Giulio è fortunato... non come me."

"Okay, basta lamentele Romeo," tagliò corto lei. Si staccò dall'abbraccio con una lentezza calcolata, sfoggiando un sorriso indecifrabile. "Sei fuso. Ti accompagno a casa io col motorino, prima che ti investano o che ti metti a piangere su un marciapiede."

Salii dietro di lei sul piccolo scooter. E quel viaggio fu una tortura erotica indescrivibile, il perfetto esempio di quel crescendo fisico dove l'attrazione sottile si fa improvvisamente diretta. Per non cadere, fui costretto a stringerle le braccia intorno alla vita nuda. A ogni buca, a ogni minima frenata, il mio corpo scivolava in avanti, spalmando il mio cazzo duro come la roccia direttamente contro i suoi glutei.

Maria non disse una parola. Guidava. Ma a un semaforo rosso si girò leggermente, mi guardò con la coda dell'occhio attraverso la visiera del casco e, invece di dirmi di spostarmi, si sistemò meglio sul sellino, spingendo il sedere volutamente all'indietro, schiacciandosi contro di me. Cazzo, Sof aveva fottutamente ragione, pensai in balia del caos. Che troia.

Il saluto sotto casa mia fu surreale. Scesi dal motorino faticando a stare in piedi. Lei mi guardò, si passò la lingua sulle labbra lucide e mi fece l'occhiolino, ignorando totalmente la mia tenda nei pantaloni. "Buonanotte, Giò. Vai a dormire."

Entrai in casa barcollando e crollai sul letto senza nemmeno togliermi le scarpe. Prima di svenire, con un occhio chiuso e l'altro mezzo aperto, aprii la chat di Sof e registrai un audio disperato: "Sof... l'universo mi schifa. Sono triste. Mandami le tette della buonanotte, ti prego. Mi mancano..." Poi, il buio.

Il risveglio, la mattina dopo, fu un girone dantesco. La bocca sapeva di posacenere e le tempie sembravano esplodere. Cercai il telefono a tentoni sul comodino.

La prima notifica mi strappò un mezzo sorriso: Ilenia_ ha iniziato a seguirti. Ricambiai subito il follow, sentendo un briciolo di speranza riaccendersi per quella ragazza così diversa e affascinante.

Ma fu la notifica successiva di WhatsApp a gelarmi il sangue nelle vene. Era Maria. E il suo testo era l'esatta incarnazione della promessa di un disastro totale.

"Buongiorno disastro! 😉 Ieri sera eri proprio in vena di 'coccole', eh? Spero che la prossima volta che ti do un passaggio tu sia un po' più sobrio... così magari il giro in motorino lo facciamo durare un po' di più. “

Fissai lo schermo per un minuto buono, sentendo il mal di testa raddoppiare.

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