Provincia Di Troie

Capitolo 3 - Tentazioni Sudate

La momentanea lontananza di Sofia manda gli ormoni di Giovanni in tilt, spingendolo nel mirino della ragazza più perversa e intoccabile del gruppo. Un mix letale di tradimenti e provocazioni sudate, pronto a deflagrare al suono di un citofono.

G
Giovy22

1 ora fa

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Il martedì pomeriggio, la camera di Sof sembrava l'anticamera dell'inferno. Le tapparelle erano abbassate per tenere fuori il sole spietato di luglio, ma l'aria era comunque densa, calda e satura del nostro odore.

Eravamo nudi sul suo letto sfatto, letteralmente fradici di sudore. Sof era tornata dalla Sardegna più abbronzata, più arrogante e, se possibile, ancora più formosa. Al momento, era seduta a cavalcioni sul mio bacino. Non stavamo scopando. Si limitava a strusciarsi contro la mia erezione dolorante con movimenti lenti e calcolati, quel tanto che bastava per farmi impazzire, rifiutandosi categoricamente di farmi entrare.

Nella mano destra, teneva il mio telefono. Stava rileggendo il messaggio di Maria per la decima volta.

"Io te l'avevo detto! Te l'avevo fottutamente detto che era una grandissima troia!" esclamò, buttando la testa all'indietro con una risata trionfante. Il movimento fece sussultare i suoi seni nudi e burrosi, che ora avevano il segno chiaro del costume a incorniciarli. "È perfetto, Giò. È un capolavoro. Tu ora vai da Giulio, gli fai leggere questa schifezza, lui capisce che razza di vipera si è messo in casa, la molla, e subentro io come spalla su cui piangere. Un piano senza sbavature."

"Certo, geniale," ansimai, afferrandole i fianchi per cercare di spingerla un po' più giù, contro di me. "Ma... per curiosità intellettuale... e se invece io volessi scoparmela?  Insomma, hai visto come si veste? Se mi scopa come sta in sella a quel motorino..."

Sof smise di muoversi di colpo. Mi fulminò con quegli occhi chiari da cerbiatta assassina e mi piantò le unghie nel petto sudato. "Non ci provare nemmeno, coglione," sibilò, con un sorriso a metà tra il divertito e il minaccioso. "Le troie del genere portano solo guai. Vuoi rovinare un'amicizia storica per una botta con la gatta morta? E poi lo sai che in questa provincia del cazzo tutti si conoscono e si viene sempre a sapere tutto, Tienilo nei pantaloni. O meglio, tienilo per me." Riprese a strusciarsi lentamente, schiacciando il suo centro umido contro di me. Gemetti a denti stretti.

"Allora fammi entrare, Sof, cazzo. È una settimana che vado avanti a seghe, sto per esplodere."

"Eh no," mi prese in giro, allungandosi in avanti per mordicchiarmi il lobo dell'orecchio. I suoi seni caldi si schiacciarono contro il mio petto. "Prima devi aggiornarmi. Dimmi di questa Ilenia. Ti piace o no?" "Sof, ti prego..." "Dimmi di Ilenia, o mi alzo e vado a farmi una doccia da sola."

Sbuffai, sapendo benissimo che non stava scherzando. "Sì, ok, potrebbe piacermi," ammisi, accarezzandole la schiena liscia e abbronzata. "Ieri ci siamo scritti quasi tutto il giorno. È dolce, ha un'ironia pazzesca e mi ci trovo bene. L'unica cosa..." "L'unica cosa?" mi incalzò lei, alzandosi un po' col busto, divertita. "È che a volte sembra che si creda un po' più intelligente di tutti. Sai, quell'atteggiamento da lettrice indie che ti guarda come se tu fossi un po' scemo."

Sof scoppiò a ridere, una risata di pancia che le fece vibrare tutto il corpo contro il mio. "Beh, se parliamo di te, probabilmente ha ragione a pensarlo! Però ci sta, Giò. Te l'approvo. Qualunque cosa pur di farti superare la tua ossessione per Anna, che a quest'ora sarà troppo impegnata a farsi trapanare da Marco."

A quella frase, il mio cervello maschile, annebbiato dal testosterone e dal caldo, fece un collegamento fatale. "A proposito di questo..." mormorai, sfoderando la mia migliore faccia da schiaffi. Le feci scivolare le mani lungo i fianchi, fino ad afferrare i suoi glutei sodi, massaggiandoli. "Visto che Anna sta sperimentando... non è che noi potremmo..."

Sof si bloccò per la seconda volta. Mi guardò dall'alto in basso con un'espressione di puro compatimento. "Giò, ascoltami bene," disse, scandendo le parole con una calma glaciale. "O ti accontenti della mia figa, oppure ti butti giù dalla finestra. Decidi tu."

Scoppiai a ridere, ma lei non mi diede nemmeno il tempo di replicare. Con un movimento fluido e improvviso, si sollevò sulle ginocchia, mi afferrò la base del membro e, guardandomi dritto negli occhi, si abbassò di scatto, accogliendomi dentro di sé fino in fondo.

L'impatto fu devastante. Un gemito profondo mi sfuggì dalle labbra, mentre l'aria nei polmoni spariva. Era bagnatissima, stretta e calda. Dopo una settimana di astinenza forzata, la sensazione della sua carne che mi inghiottiva mi mandò letteralmente in corto circuito.

Sof iniziò a muoversi. Nessun preliminare dolce, nessuna lentezza. L'attrazione sottile era sfociata nell'apoteosi dei sensi. Il suono della nostra pelle sudata che sbatteva riempì la stanza. Le afferrai i seni pieni, massaggiandoli con foga, pizzicandole i capezzoli turgidi per farla gemere. Lei buttò la testa all'indietro, i capelli scuri che le frustavano le spalle, e aumentò il ritmo. "Cazzo, Sof, così..." ansimai, spingendo il bacino verso l'alto per penetrarla ancora più a fondo a ogni sua discesa.

L'intensità era animale. Si piegò in avanti, appoggiando le mani ai lati della mia testa, e iniziò a baciarmi in modo famelico, mischiando la nostra saliva e i nostri respiri. Le nostre lingue danzavano mentre i nostri corpi si scontravano con una violenza quasi disperata. Sentivo i suoi muscoli contrarsi attorno a me, un chiaro segno che stava per cedere.

"Giò..." gemette contro la mia bocca, il respiro sempre più corto. "Sto per..." "Vieni, Sof," ringhiai, capovolgendo improvvisamente la situazione. Con una spinta di reni, la ribaltai sul materasso, finendo sopra di lei. Le bloccai i polsi sopra la testa con una mano, mentre con l'altra le tenevo una coscia alzata. Iniziai a stantuffare con forza inaudita, guardando il suo viso contratto dal piacere estremo.

Pochi colpi dopo, Sof lanciò un urlo strozzato, inarcando la schiena mentre l'orgasmo la travolgeva, strizzandomi da dentro. Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Con un grugnito roco, mi svuotai completamente dentro il preservativo, crollando poi su di lei, esausto, schiacciando il mio petto sudato contro le sue tette morbide, sentendo i nostri cuori battere all'unisono in quella fornace di stanza.

Se c'è una cosa che ho imparato da Sof, è che per lei il sesso non finisce mai quando ti infili le mutande. Continua, si trasforma.

Me ne accorsi sotto la doccia. L'acqua calda ci scrosciava addosso, lavando via il sudore della nostra maratona sul letto. Io ero appoggiato alle piastrelle, a occhi chiusi, godendomi il getto sulla nuca.

Aprii gli occhi giusto in tempo per vederla versarsi una generosa dose di bagnoschiuma al cocco direttamente tra i seni. Poi, con un sorriso malizioso, fece un passo in avanti e si schiacciò contro il mio petto. Il contrasto tra l'acqua calda e la sua pelle insaponata era da perdere la testa. Sof iniziò a muoversi, strusciando il suo décolleté immenso e burroso contro il mio torace, il ventre, scivolando verso il basso in una danza scivolosa e lussuriosa. I suoi capezzoli turgidi mi graffiavano dolcemente la pelle. "Vedi? Molto più efficace di una spugna," sussurrò, infilando una mano scivolosa tra le mie cosce per darmi un'ultima, letale strizzata che mi fece mancare il fiato.

Quando finalmente uscii da casa sua, però, la magia svanì sotto il sole implacabile delle quattro del pomeriggio.

L'asfalto della nostra provincia viziosa sembrava sciogliersi sotto le scarpe. Faceva un caldo boia, di quelli che ti fanno sudare appena finita la doccia. Mentre camminavo, il mio cervello iniziò a frullare. Sof aveva fottutamente ragione. Su tutto. Maria era un campo minato, una bomba a orologeria pronta a esplodere in faccia a Giulio, e io dovevo tirarmene fuori. Magari confessare tutto al mio amico, salvandogli la dignità.

E poi c'era Anna. La situazione con lei stava precipitando, non solo per il troglodita dell'agenzia. Pochi giorni prima, mio fratello e sua sorella si erano lasciati, e pure malissimo. Il filo logico che ci teneva uniti si era spezzato, e temevo che le cose tra di noi, nel gruppo, sarebbero diventate ancora più strane, pesanti, impossibili.

L'unica via di fuga sana, l'unica strada sicura, era Ilenia.

Tirai fuori il telefono, asciugandomi la fronte con il dorso della mano, e le risposi su WhatsApp.

Io: Sto camminando per tornare a casa. L'asfalto si sta fondendo. Se non ti scrivo più, sappi che sono diventato un tutt'uno con il marciapiede. La sua risposta arrivò dopo un paio di minuti. Ilenia: Dovresti imparare a muoverti solo nelle ore fresche, come le persone sagge. Io sono al parco, all'ombra di un pino, a finire un saggio di sociologia. È una questione di sopravvivenza intellettuale e termica, Giò. Io: Scusa se non siamo tutti così evoluti da leggere saggi al parco. Io cerco solo di non morire di autocombustione. Ilenia: L'evoluzione richiede sforzo. Magari un giorno ti insegnerò come si fa a non sciogliersi.

Sorrisi, scuotendo la testa. C'era sempre quel sottotesto, quel suo modo di fare da maestrina indie che ti guardava dall'alto in basso. Però mi piaceva. Era stimolante.

Ero quasi arrivato all'incrocio di casa mia, perso nei miei ragionamenti di redenzione, quando due colpi di clacson mi fecero saltare in aria.

Mi girai. Maria.

Era a cavallo del suo scooter, accostata al marciapiede. Se di sera era un pericolo pubblico, vederla tornare dalla palestra era un attentato alle coronarie. Indossava dei leggings neri così aderenti che sembravano dipinti sulla pelle e un top sportivo rosa fluo che faticava a contenere il seno. Era totalmente, inequivocabilmente sudata. I capelli le si appiccicavano al collo, la pelle del décolleté brillava di umidità e il respiro le sollevava il petto in modo ritmico.

"Giò! Ciao!" mi salutò, alzando la visiera del casco, sfoggiando un sorriso a trentadue denti.

"Ehi, Maria. Sopravvissuta al caldo?" feci io, avvicinandomi al marciapiede, cercando disperatamente di tenere lo sguardo all'altezza dei suoi occhi. "A malapena. Ho appena finito una sessione da morire. Tu che ci fai in giro a quest'ora? Sembri uno zombi." "Torno a casa," risposi, infilando le mani in tasca. "Le solite cose."

Lei si appoggiò al manubrio, piegandosi in avanti. I leggings si tesero ulteriormente sui glutei, e la scollatura del top sportivo si allargò, offrendomi una visuale dall'alto che mise a dura prova i miei buoni propositi.

"Senti, zombi..." iniziò lei, abbassando il tono di voce e guardandomi da sotto in su, con un'espressione maliziosa. "Mi spieghi perché non hai mai risposto al mio messaggio di domenica mattina? Ti ho fatto paura?"

Eccola. Diretta come un treno merci. Come ricorda il nostro manuale, l'approccio diretto e la tensione palpabile sono la chiave.

"Paura? Ma figurati," risposi, cercando di buttarla sull'ironia per disinnescarla. "È che il mio telefono ha avuto un mancamento. Troppo caldo, si è spento per tre giorni. Un lutto digitale." "Sei un pessimo bugiardo, Giò," ridacchiò lei, passandosi una mano sul collo sudato. "Secondo me te la sei fatta sotto."

La guardai. Il suo odore, un misto di profumo dolce e sudore acre da allenamento, mi arrivò alle narici. Era ferina. "Secondo me, invece, tu puzzi," la punzecchiai, arricciando il naso. "Fai schifo, Maria. Dovresti correre a casa a farti una doccia, e anche con tanta candeggina."

Invece di offendersi, lei scoppiò a ridere di gusto, gettando la testa all'indietro. "Stronzo! Sono sudata, è normale, ho faticato!" "Sì, ma inquini l'aria della provincia. Vai a lavarti, dai."

Rimanemmo lì a chiacchierare per altri dieci minuti, sfottendoci a vicenda. Lei si divertiva a provocarmi, io facevo il gradasso per non cedere. Ma mentre parlavamo, l'occhio mi cadde sul cruscotto del suo scooter. Il telefono era incastrato nel supporto da manubrio. Lo schermo si illuminò.

Una, due, tre volte. La scritta "Giulio 🐻" compariva in cima alle notifiche.

Maria abbassò lo sguardo, vide il nome del suo fidanzato, il mio amico, che in quel momento era in vacanza in Spagna con i suoi genitori, e con un rapido movimento del pollice... swish. Cancellò le notifiche senza nemmeno aprire i messaggi. E tornò a guardarmi, sorridendo come se nulla fosse.

"Allora," riprese lei, sporgendosi ancora un po', "venerdì sera sei proprio sicuro di non voler passare da me? Ho l'aria condizionata. E prometto di farmi la doccia prima che arrivi."

Rimasi lì, in piedi sul marciapiede rovente, con l'immagine di lei che ignorava Giulio stampata nella retina e il suo invito esplicito a un palmo dal naso. Il bivio era davanti a me: la strada sicura, o il baratro più assoluto.

Rimasi a fissare il suo décolleté sudato per un paio di secondi, soppesando i pro e i contro di quella che si preannunciava come la peggiore decisione della mia vita.

"Sai che c'è?" le dissi, sfoderando un sorriso da schiaffi. "Se mi dai un passaggio a casa ora, ci penso per venerdì."

Maria fece schioccare la lingua contro il palato, divertita. "Sali, zombi."

Il viaggio di ritorno fu un bis della tortura domenicale. L'aria calda dell'estate ci investiva, ma il calore vero veniva dal suo corpo appiccicato al mio. L'odore del suo sudore misto al bagnoschiuma fiorito mi entrava nel cervello. Io cercavo di tenermi a distanza di sicurezza, ma ogni frenata era un pretesto per schiacciarmi contro la sua schiena, sentendo i muscoli tesi sotto il top sportivo.

Arrivammo sotto casa mia. Il mio palazzo ha un androne molto grande, perennemente in ombra e fresco come una cantina, con una vecchia panchina di legno incassata in una rientranza. Invece di salutarmi e ripartire, Maria spense il motore, mise il cavalletto e mi seguì dentro.

"Ah, qua si respira," sospirò, lasciandosi cadere sulla panchina e allargando leggermente le gambe per far prendere aria ai leggings aderenti.

Mi sedetti accanto a lei, tenendo una prudente distanza di mezzo metro. "Beh? Non dovevi correre a lavarti?" la sfottei. "Posso aspettare cinque minuti. E poi mi piace darti fastidio," ribatté, girandosi verso di me.

Iniziò a stuzzicarmi. Mi toccava il braccio per enfatizzare le frasi, mi guardava le labbra mentre parlavo, si passava le dita tra i capelli umidi scoprendo il collo. Era provocante da fare schifo. Una calamita. A un certo punto, la curiosità prese il sopravvento sul buonsenso.

"Maria, ascolta, parliamoci chiaro," le dissi, incrociando le braccia. "Ma perché cazzo hai tutta questa voglia di tradire Giulio? Insomma, stiamo parlando del mio amico, e tu sei la sua ragazza. Che ti ha fatto?"

Lei sbuffò, alzando gli occhi al cielo. L'espressione innocente svanì, lasciando il posto a una noia genuina. "Giulio è... noioso, Giò. È un bravo ragazzo, per carità, ma è tutto così piatto, monotono. È prevedibile a letto, è prevedibile fuori. Io ho bisogno di stimoli. E tu... beh, mi piace la tua energia."

A stento trattenni una risata isterica. La mia energia? Domenica notte ero un disperato ubriaco fradicio che piagnucolava sul suo collo, che cazzo di energia aveva visto? L'energia della disperazione?

"Certo, sono noto per essere un concentrato di pura adrenalina," ironizzai. "Quindi, ipoteticamente parlando... se venerdì venissi da te, cosa pensi che faremmo per combattere questa tua noia? Un torneo di Risiko? Una maratona del Signore degli Anelli?"

Maria si morse il labbro inferiore, scivolando più vicina a me sulla panchina. Il fresco dell'androne non bastava più a raffreddare l'aria tra noi. "Ipoteticamente," sussurrò, la voce improvvisamente più roca, "pensavo di farti sudare molto di più di quanto non abbia fatto io oggi in palestra."

La sua mano si posò sulla mia coscia. Non un tocco leggero, ma una presa salda, proprio sopra il ginocchio. Le mie difese iniziarono a sgretolarsi. Come raccomanda la guida, si parte adagio per farsi diretti, fino a far salire la tensione in modo palpabile.

"E come?" la provocai, sentendo la gola secca. Le sue dita iniziarono a risalire lentamente lungo il tessuto dei miei jeans, tracciando piccoli cerchi esplorativi. "Beh... potremmo iniziare sul divano. Tu ti rilassi, e io ti faccio vedere perché Giulio è così 'innamorato' di me. Ti toglierei quei vestiti, e ti dimostrerei cosa so fare con la lingua prima ancora di farti entrare... Ti piace quando ti leccano lentamente, Giò?"

Deglutii a fatica. La sua mano era arrivata pericolosamente vicina al mio inguine. "Maria..." "E poi," continuò lei, imperterrita, sfiorandomi la base dell'erezione che stava ormai esplodendo nei pantaloni, "quando non ne puoi più, ti metto io con le spalle al muro. E decido io il ritmo."

Le parole di Sofia mi rimbombavano nel cranio come un allarme antiaereo: Le troie portano solo guai. Non ci provare nemmeno. Ma il contrasto era devastante. Sof, per quanto burrosa, passionale e affamata, aveva praticamente imparato tutto con me in quelle settimane. Era entusiasta, ma grezza. Maria, invece, era una leggenda. Giravano storie su di lei fin dai tempi delle superiori. Sapevo che era perversa fino al midollo, una che sapeva esattamente dove mettere le mani e come farti impazzire. Era una fottuta tigre indomabile, e l'idea di essere sbranato da lei mi stava eccitando oltre ogni limite razionale.

"Non tieni proprio le mani a posto, eh?" riuscii a dire, la voce ridotta a un sussurro roco, mentre lei mi accarezzava sfacciatamente attraverso il denim. "Solo se c'è qualcosa di interessante da toccare," mi sorrise, staccandosi di scatto, lasciandomi con un vuoto incolmabile e un problema logistico enorme nei pantaloni. Si alzò in piedi, sistemandosi i leggings sudati.

"Venerdì. Ore nove. Citofona e sali," disse, facendomi l'occhiolino mentre si dirigeva verso l'uscita del palazzo. "Vedi di non mancare, o vengo a prenderti per i capelli."

Inutile mentirci: potevo fare tutte le riflessioni filosofiche del mondo, potevo dirmi che era sbagliato, ma la verità era una sola. La volevo. Come insegna il nostro manuale, nell'erotico la spontaneità e l'istinto vincono sempre sulla complessità morale.

Quel venerdì sera, mi presentai puntuale come un orologio svizzero davanti al suo cancello. Suonai. Nessuna risposta. Dovetti aspettare venti, lunghissimi minuti, sudando freddo e caldo insieme, prima di vederla spuntare dal fondo della strada. Esattamente come l'altra volta, arrivò in motorino, di ritorno dalla palestra, sudata fradicia. E ovviamente, non si sprecò in mezza scusa per il ritardo. Mi fece un cenno con la testa, aprì il cancello e mi fece cenno di seguirla.

Mentre attraversavamo il cortile del suo parco residenziale, un brivido di pura ironia mi scorse lungo la schiena. Da piccolo, proprio in quel piazzale, venivo a giocare a calcetto con suo fratello maggiore e con gli altri del quartiere. Tra cui Giulio. E ora, a distanza di anni, stavo camminando su quegli stessi sanpietrini con l'unico, fottuto scopo di scoparmi la sua ragazza.

Salimmo nel suo appartamento. L'aria condizionata era un miraggio bellissimo, ma la tensione la tagliavi col coltello. Iniziarono quei classici convenevoli carichi di doppi sensi. Lei andò in cucina per versarmi un bicchiere d'acqua ghiacciata e iniziammo a parlare di stronzate assolute. Solo che, a differenza delle solite chiacchierate, Maria trovava ogni scusa per buttarmi addosso il suo corpo sudato. Si appoggiava al bancone sfiorandomi il braccio, si sporgeva per prendere i bicchieri strusciandomi il petto contro la spalla, ricalcando esattamente quello che avevo fatto io da sbronzo la domenica precedente.

Mentre lei trafficava, il mio telefono vibrò nella tasca. Era Ilenia. Continuavo a scriverle, a mandarle messaggi divertenti e vagamente intellettuali. Mi sentivo un po' stronzo? Sì. Mi sentivo in colpa? Assolutamente no. E bastava abbassare lo sguardo sulle gambe di Maria per far sparire ogni traccia di moralità.

Mentre beveva un sorso d'acqua, mi presi un momento per guardarla davvero, sotto la luce della cucina. Maria ha una sensualità molto naturale e solare, quasi "estiva", che ti colpisce allo stomaco. Il suo viso è morbido e luminoso, e quegli occhi chiari, tendenti al verde/nocciola, ti catturano subito l'attenzione. Le sopracciglia marcate e i lineamenti delicati le danno un’espressione intensa ma dolce, mentre le labbra piene e rilassate, luccicanti per l'acqua appena bevuta, aggiungono un’aria provocante anche quando non fa nulla per esserlo.

I suoi capelli ricci e lunghi sono letali: voluminosi, pieni, con onde morbide che le cadono disordinate sulle spalle e lungo il petto, appiccicati alla pelle per il sudore. Creano un contrasto magnetico con la sua carnagione. Non ha un filo di trucco, eppure ha una presenza fortissima.

Fisicamente, ha un corpo incredibilmente armonioso e femminile. Il top sportivo comprime a fatica un seno pieno e morbido, lo stesso che su Instagram mette sempre in mostra nei primi piani con quei bikini a fascia o i costumi floreali, riempiendoli senza mai risultare eccessiva. La vita è definita, ma il ventre leggermente morbido rende il suo aspetto carnale, realistico. I fianchi e le gambe, fasciati in quei leggings neri, hanno curve dolci, con una silhouette proporzionata che trasuda sesso.

Osservandola, ripensai alle sue foto al mare, al modo in cui cammina nell'acqua a gambe leggermente incrociate, o a come i lacci del costume le segnano la pelle abbronzata. Ha quel fascino caldo e spontaneo da "ragazza bellissima incontrata in vacanza", ma chiusa in questa cucina, con quell'aria da predatrice, era pura dinamite.

E infatti, le sue provocazioni si fecero subito più audaci. Per posare il bicchiere nel lavandino, invece di aggirarmi, si girò di spalle e si piegò leggermente in avanti, spingendo il sedere fasciato dai leggings esattamente contro il mio bacino. Un movimento fluido e inequivocabile.

"Attento, Giò," mormorò, guardandomi da sopra la spalla con un sorriso letale.

Io la presi dai fianchi, stringendole la carne morbida tra le dita. Iniziai a sfotterla, assecondando il crescendo della situazione. "Sai, Maria..." le sussurrai, la voce resa roca dal fatto che ero già duro come un pezzo di marmo. "Ho sempre apprezzato un sacco le foto del tuo culo su Instagram. Anzi, a dirla tutta, mi ci sono segato una marea di volte."

Lei fece una risatina bassa, spingendo i glutei ancora più forte contro la mia erezione. "Davvero? Povero piccolo Giò, costretto a guardare uno schermo." "Già," ribattei, facendo scivolare le mani dalla sua vita fino a stringerle le natiche piene. "Ma ora è diverso. Ora posso toccare con mano."

Mi avvicinai al suo collo. I riccioli scostati lasciavano scoperta la pelle sudata. Affondai il naso proprio lì, tra la nuca e la spalla, annusandola profondamente. "Mmm..." feci, con un finto tono disgustato. "Ti ricordi quando domenica scorsa ti sei offesa perché ho detto che puzzi? Ecco. Oggi è decisamente peggio. Fai proprio schifo."

La provocazione centrò il bersaglio. Maria si irrigidì, ma non di rabbia. Si girò di scatto tra le mie braccia, fronteggiandomi. Le sue guance erano accese, gli occhi chiari brillavano di una sfida pura e sensuale. "Sei uno stronzo," sibilò, il respiro affannoso che le faceva alzare e abbassare il petto generoso contro il mio petto. "Se ti faccio così schifo, sai che c'è? Vado a farmi una fottuta doccia e ti lascio qua da solo ad aspettare. Magari puoi segarti pensando al mio Instagram mentre io mi lavo."

Mentre pronunciava quelle parole, però, la sua mano scese lungo il mio addome. Dita esperte e decise scivolarono sopra i miei jeans, afferrando l'erezione pulsante attraverso la stoffa con una stretta che mi fece mancare la terra sotto i piedi. Strinse, accarezzando la lunghezza con il pollice.

La guardai negli occhi, il cuore che mi rimbombava nelle orecchie. Le strinsi i fianchi con più forza, intrappolandola contro il bancone. "Bella idea," le sussurrai a un millimetro dalla bocca, sentendo il calore del suo respiro mescolarsi al mio. "Ma per andare a farti la doccia, prima mi devi staccare di dosso. E, considerando come mi stai tenendo in questo momento... credo che questa volta tu sappia esattamente come fare."

"Pensi davvero che voglia staccarti?" ringhiai, la voce ridotta a un sussurro roco e rovinato.

Con uno scatto, le afferrai i fianchi. Non le diedi il tempo di ribattere: la sollevai di peso e la sbattei a sedere sul bancone di marmo della cucina. Maria lanciò un piccolo gemito di sorpresa, ma le sue gambe, fasciate in quei leggings neri madidi di sudore, scattarono in automatico, avvolgendosi attorno alla mia vita e tirandomi contro il suo bacino.

Mi avventai sulla sua bocca. Fu un bacio famelico, disperato, che sapeva di menta e del sale del suo sudore. Maria mi accolse schiudendo le labbra, infilandomi le dita tra i capelli per tenermi incollato a lei. Le sue labbra piene e morbide erano una droga, e il modo in cui mi rispondeva, sfacciata e vorace, mi fece capire che di "noioso" in quell'appartamento non ci sarebbe stato assolutamente nulla.

Le mie mani scivolarono lungo la sua schiena nuda e rovente, accarezzando la curva della colonna vertebrale, per poi spostarsi sui fianchi e risalire verso l'orlo di quel maledetto top sportivo rosa fluo. Volevo vederla. Volevo affondare le mani in quel seno pieno e morbido che mi aveva fatto impazzire in centinaia di foto su Instagram.

Afferrai il bordo elastico del top e tirai verso l'alto. Niente. Il tessuto era letteralmente incollato alla sua pelle sudata.

"Cazzo, Maria," bofonchiai contro il suo collo, strappandole un brivido mentre le mordicchiavo la pelle umida sotto l'orecchio. "Ma te lo sei dipinto addosso questo coso?"

Lei scoppiò a ridere, una risata rotta dal fiato corto, inarcando la schiena per aiutarmi. "Tira più forte, Giò," mi incitò, spingendo il petto in avanti.

Il movimento fece strabordare la curva inferiore dei suoi seni dalla stoffa elastica. Riuscii a far salire il top di qualche centimetro, scoprendo la pelle calda del suo sterno. I suoi riccioli scuri e disordinati ci solleticavano i visi, creando una barriera intima tra noi e il resto del mondo. Ero a un millimetro dal liberare quelle forme perfette, le mie dita stavano già sfiorando la base morbida del suo seno, la tensione era alle stelle...

DRIIIIIIIIIN.

Il suono acuto e spietato del citofono squarciò il silenzio dell'appartamento come una fucilata.

Mi bloccai all'istante, le mani ancora incastrate sotto il bordo del suo top sportivo, il cuore che mi rimbombava nel cranio a una velocità disumana. L'aria condizionata della cucina sembrò improvvisamente gelida sul mio collo sudato.

Maria si pietrificò contro di me. Il suo respiro si mozzò.

DRIIIIIIIIIN. Una seconda volta, prolungata. Insistente.

Abbassai lo sguardo su di lei, gli occhi sgranati dal terrore puro. Nella mia testa scattarono le ipotesi peggiori: Giulio è tornato prima dalla Spagna. Anna è venuta a fare una scenata. Suo padre. La polizia.

Maria sbatté le palpebre un paio di volte. Poi, lentamente, un sorriso indecifrabile le incurvò le labbra carnose. Si passò la lingua sui denti, sfilando le gambe dalla mia vita, e mi guardò dritta negli occhi con un'espressione a metà tra la colpa e il divertimento più assoluto.

"Ops," sussurrò, sistemandosi i riccioli dietro l'orecchio con una finta innocenza che mi fece gelare il sangue. "Mi sa che avevo dimenticato una visita."

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