Le mie mani rimasero paralizzate sotto l'orlo del suo top sudato. Il rumore del citofono riecheggiava ancora nella cucina, ma a fare più rumore era il battito impazzito del mio cuore.
Guardai Maria. Quel suo sorrisetto obliquo, carico di una malizia diabolica, mi fece capire tutto in una frazione di secondo. Non c'era stato nessun contrattempo. Nessuna sfiga cosmica. Lei sapeva perfettamente che qualcuno avrebbe suonato.
"Chi cazzo è, Maria?" sibilai, ritirando le mani come se mi fossi scottato e allontanandomi di mezzo passo dal bancone.
Lei, con una flemma invidiabile, si sistemò il top elastico che le avevo appena arrotolato sul petto. Si passò una mano tra i riccioli scuri e mi guardò dritto negli occhi. "Te l'ho detto, una visita. Anna mi ha scritto mentre tu eri giù ad aspettarmi come un cagnolino fedele. Mi ha chiesto se le presto quel top nero di seta per stasera. Sai, esce di nuovo con il tizio dei pacchi e vuole essere... irresistibile."
Il mio stomaco fece un triplo salto mortale all'indietro. "Anna? Hai detto ad Anna di venire qui adesso?"
Il citofono suonò di nuovo. Un trillo breve, impaziente. Maria non mi staccò gli occhi di dosso mentre allungava il braccio verso la cornetta appesa al muro. Premette il pulsante di apertura del portone, senza nemmeno chiedere chi fosse.
"Sali pure, tesoro! Secondo piano!" trillò nel microfono, con una voce così falsamente zuccherosa da farmi venire il diabete. Poi staccò il dito dal pulsante e mi osservò pietrificarmi.
"Ma sei completamente pazza?!" sbottai in un sussurro disperato, passandomi le mani tra i capelli. "Ora cosa cazzo facciamo? Sta salendo, porca troia! Se mi vede qui, da solo con te, sudata in top sportivo..." Abbassai lo sguardo sui miei jeans. La mia erezione non aveva la minima intenzione di collaborare; svettava ostile e marmorea contro la cerniera, incurante del dramma incombente. "...E io sto pure in queste condizioni! Mi ammazza! O peggio, smette di parlarmi!"
Maria scese dal bancone con una lentezza esasperante. Si avvicinò, talmente tanto che i suoi seni sfiorarono di nuovo il mio petto. Mi accarezzò il viso con una mano, il pollice che indugiava sul mio labbro inferiore in una carezza puramente erotica e fuori contesto.
"Mamma mia, Giò, come tremi," mi prese in giro, la voce bassa e suadente. "Mi chiedo quale sia il vero problema. C'è che sei così agitato perché sei ancora cotto marcio di lei e non vuoi che scopra che non sei il santo migliore amico che fingi di essere? O sei in panico perché ti stai improvvisamente ricordando che stavi per tradire la fiducia del tuo amico Giulio scopandoti la sua ragazza sul bancone della cucina?"
Incastrato. Ero fottutamente incastrato. Ero terrorizzato dall'idea di perdere Anna, consumato dal senso di colpa (tardivo) per Giulio, e al tempo stesso l'odore di Maria e il suo tocco mi stavano facendo letteralmente impazzire. Era un cortocircuito di ormoni e disperazione.
"Sei... sei il demonio," balbettai, indietreggiando.
Din-don.
Il campanello della porta d'ingresso suonò, secco e perentorio. I passi di Anna risuonavano già sul pianerottolo.
"Il demonio con l'aria condizionata, prego," mi corresse lei, afferrandomi per un braccio con una forza inaspettata. Mi trascinò fuori dalla cucina, lungo il corridoio buio. "Muoviti, zombi. Infila il culo nella camera di mio fratello. E non azzardarti a fare il minimo rumore, a meno che tu non voglia spiegare ad Anna perché hai i pantaloni così stretti."
Mi spinse dentro la stanza di suo fratello, richiudendo la porta alle mie spalle con uno scatto secco, un attimo prima che sentissi la serratura dell'ingresso scattare e la voce allegra di Anna invadere l'appartamento. Restai lì, al buio, col respiro mozzato, pregando che il mio cazzo si decidesse a sgonfiarsi prima che mi venisse un infarto.
Rimasi immobile nella stanza di Giulio (sì, la stanza del fratello, colma di poster di calcio e puzza di chiuso), col cuore che mi martellava contro le costole. La parete che mi separava dalla camera di Maria doveva essere fatta di cartapesta, perché sentivo ogni singolo respiro. Ma sentire non mi bastava.
Sentii la porta della camera accanto chiudersi, ma non scattare. Silenzioso come un cazzo di ninja in crisi d'astinenza, aprii la mia porta di un millimetro, scivolai nel corridoio e mi appiattii contro il muro, accostando l'occhio allo spiraglio lasciato aperto da Maria. La visuale era perfetta.
"Scusa tesoro, sono in condizioni pietose," stava dicendo Maria. Il suo tono era completamente trasformato: dalla predatrice sessuale di cinque minuti prima, era passata alla modalità "amichetta dolce e premurosa". "Sono appena tornata dalla palestra e sto grondando." "Ma figurati, Mari! Anzi, grazie per avermi fatta salire," rispose Anna, posando la borsa sul letto.
Maria aprì l'armadio e tirò fuori un top nero di seta, minuscolo e con una scollatura a barca. Lo passò ad Anna con un sospiro teatrale. "Tieni, provalo. Ti giuro, su di me fa pietà," si lamentò Maria, mettendosi le mani sui fianchi. "Voglio dire, ho le tette sode, per carità, ma sono piccole. In quel top ci ballano dentro, sembro una bambina. Ma con le tue zizzone... ci starà da dio, vedrai."
Anna ridacchiò, un po' imbarazzata ma palesemente lusingata. "Dici? Speriamo. Marco mi fa un sacco di paranoie su come mi vesto..." "Marco è un idiota. Dai, provalo. Tanto siamo sole," la incoraggiò Maria, lanciando un'occhiata impercettibile verso la porta. Quella stronza sapeva benissimo che stavo guardando.
Anna annuì. Afferrò l'orlo della sua maglietta di cotone e, in un movimento fluido, se la sfilò dalla testa. Non indossava il reggiseno.
Dietro la porta, smisi letteralmente di respirare. Erano lì. Le avevo sognate, bramate, venerate nella mia mente per mesi, e ora erano a tre metri da me. Erano un capolavoro assoluto: pesanti, piene, di un pallore candido che faceva risaltare i capezzoli morbidi e rosati. La gravità dava loro una forma naturale, a goccia, di una bellezza disarmante e autentica. Sentii la zip dei miei jeans tendersi fino quasi a strapparsi. Il mio cazzo, già gonfio per i preliminari con Maria, stava per esplodere per la visione di Anna.
Anna fece per infilarsi il top, ma Maria la fermò. "Fermo lì. Ammazza che roba," mormorò Maria. Si avvicinò e, con una naturalezza che mi fece sudare freddo, allungò le mani. I suoi palmi sudati e abbronzati si posarono sotto i seni candidi di Anna, sollevandone il peso. Li palpò con una delicatezza invidiosa, soppesandoli. "Mamma mia, Anna. Sono burro puro. Se avessi io questa roba, governerei il mondo."
Anna arrossì fino alla radice dei capelli, ma sorrise, prendendosi una meritata botta di egocentrismo. Maria le diede un'ultima strizzatina amichevole prima di staccarsi, permettendole di infilare il top. Le stava divinamente: la seta nera fasciava le sue forme, spingendo il seno verso l'alto e creando una scollatura da infarto.
"Sei perfetta," decretò Maria, sedendosi sul bordo del letto. Anna si guardò nello specchio, sospirando. "Speriamo. Ieri... ieri le cose si sono fatte un po' strane." "Che è successo?" "Voleva che... insomma, che andassi giù," confessò Anna, torturandosi le mani. "Ma io mi sono tirata indietro. Mi faceva un po' schifo, a dirla tutta. E poi avevo il terrore di fargli male con i denti. Insomma, è così delicato lì sotto."
Dietro la porta, il mio cervello andò in tilt. La mia dea ingenua stava parlando di pompini. Maria scoppiò in una risata cristallina. "Delicato? Anna, tesoro mio, un cazzo dritto è tutto tranne che delicato. È bellissimo prendere un bel cazzo caldo e duro in bocca. Devi solo sapere come fare." Si alzò di scatto. "Aspetta qui. Non muoverti."
Vidi Maria uscire dalla stanza. Mi appiattii contro il muro del corridoio, terrorizzato di essere beccato, ma lei sfrecciò verso la cucina senza guardarmi. Tornò dieci secondi dopo, trionfante. Aveva in mano una zucchina cruda. Lunga, verde e decisamente spessa.
"Ok, lezione numero uno," annunciò Maria, piazzandosi davanti ad Anna come una fottuta professoressa di anatomia erotica. "Il segreto non è solo la bocca, è tutto il pacchetto."
E lì, Maria diede spettacolo. Sotto i miei occhi sgranati, coprì la parte superiore della zucchina con i palmi, lasciando scoperta la punta. "Prima di tutto, lo guardi negli occhi," sussurrò, abbassando le palpebre a metà. "Poi tiri le labbra sui denti, così, per ammortizzare. E scendi." Maria si portò l'ortaggio alla bocca. Iniziò a leccare la punta con movimenti circolari e lenti della lingua, per poi far scivolare le labbra lungo la buccia verde, ingoiandola in profondità. La sua bocca umida creava un suono osceno. Fece un paio di movimenti su e giù, veloci, succhiando le guance in dentro. "La mano alla base è fondamentale," ansimò leggermente, staccandosi. "Devi stringere un po', e intanto con le dita gli accarezzi le palle. Le tiri dolcemente. Li fa letteralmente impazzire."
