Provincia Di Troie

Capitolo 4 - Gola bagnata, culo sfondato

Nascosto nell'ombra, Giovanni spia Anna mentre impara a fare i pompini, per poi sfogare tutta la sua eccitazione sfondando senza pietà la sua nuova amante da dietro.

G
Giovy22

7 ore fa

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Le mie mani rimasero paralizzate sotto l'orlo del suo top sudato. Il rumore del citofono riecheggiava ancora nella cucina, ma a fare più rumore era il battito impazzito del mio cuore.

Guardai Maria. Quel suo sorrisetto obliquo, carico di una malizia diabolica, mi fece capire tutto in una frazione di secondo. Non c'era stato nessun contrattempo. Nessuna sfiga cosmica. Lei sapeva perfettamente che qualcuno avrebbe suonato.

"Chi cazzo è, Maria?" sibilai, ritirando le mani come se mi fossi scottato e allontanandomi di mezzo passo dal bancone.

Lei, con una flemma invidiabile, si sistemò il top elastico che le avevo appena arrotolato sul petto. Si passò una mano tra i riccioli scuri e mi guardò dritto negli occhi. "Te l'ho detto, una visita. Anna mi ha scritto mentre tu eri giù ad aspettarmi come un cagnolino fedele. Mi ha chiesto se le presto quel top nero di seta per stasera. Sai, esce di nuovo con il tizio dei pacchi e vuole essere... irresistibile."

Il mio stomaco fece un triplo salto mortale all'indietro. "Anna? Hai detto ad Anna di venire qui adesso?"

Il citofono suonò di nuovo. Un trillo breve, impaziente. Maria non mi staccò gli occhi di dosso mentre allungava il braccio verso la cornetta appesa al muro. Premette il pulsante di apertura del portone, senza nemmeno chiedere chi fosse.

"Sali pure, tesoro! Secondo piano!" trillò nel microfono, con una voce così falsamente zuccherosa da farmi venire il diabete. Poi staccò il dito dal pulsante e mi osservò pietrificarmi.

"Ma sei completamente pazza?!" sbottai in un sussurro disperato, passandomi le mani tra i capelli. "Ora cosa cazzo facciamo? Sta salendo, porca troia! Se mi vede qui, da solo con te, sudata in top sportivo..." Abbassai lo sguardo sui miei jeans. La mia erezione non aveva la minima intenzione di collaborare; svettava ostile e marmorea contro la cerniera, incurante del dramma incombente. "...E io sto pure in queste condizioni! Mi ammazza! O peggio, smette di parlarmi!"

Maria scese dal bancone con una lentezza esasperante. Si avvicinò, talmente tanto che i suoi seni sfiorarono di nuovo il mio petto. Mi accarezzò il viso con una mano, il pollice che indugiava sul mio labbro inferiore in una carezza puramente erotica e fuori contesto.

"Mamma mia, Giò, come tremi," mi prese in giro, la voce bassa e suadente. "Mi chiedo quale sia il vero problema. C'è che sei così agitato perché sei ancora cotto marcio di lei e non vuoi che scopra che non sei il santo migliore amico che fingi di essere? O sei in panico perché ti stai improvvisamente ricordando che stavi per tradire la fiducia del tuo amico Giulio scopandoti la sua ragazza sul bancone della cucina?"

Incastrato. Ero fottutamente incastrato. Ero terrorizzato dall'idea di perdere Anna, consumato dal senso di colpa (tardivo) per Giulio, e al tempo stesso l'odore di Maria e il suo tocco mi stavano facendo letteralmente impazzire. Era un cortocircuito di ormoni e disperazione.

"Sei... sei il demonio," balbettai, indietreggiando.

Din-don.

Il campanello della porta d'ingresso suonò, secco e perentorio. I passi di Anna risuonavano già sul pianerottolo.

"Il demonio con l'aria condizionata, prego," mi corresse lei, afferrandomi per un braccio con una forza inaspettata. Mi trascinò fuori dalla cucina, lungo il corridoio buio. "Muoviti, zombi. Infila il culo nella camera di mio fratello. E non azzardarti a fare il minimo rumore, a meno che tu non voglia spiegare ad Anna perché hai i pantaloni così stretti."

Mi spinse dentro la stanza di suo fratello, richiudendo la porta alle mie spalle con uno scatto secco, un attimo prima che sentissi la serratura dell'ingresso scattare e la voce allegra di Anna invadere l'appartamento. Restai lì, al buio, col respiro mozzato, pregando che il mio cazzo si decidesse a sgonfiarsi prima che mi venisse un infarto.

Rimasi immobile nella stanza di Giulio (sì, la stanza del fratello, colma di poster di calcio e puzza di chiuso), col cuore che mi martellava contro le costole. La parete che mi separava dalla camera di Maria doveva essere fatta di cartapesta, perché sentivo ogni singolo respiro. Ma sentire non mi bastava.

Sentii la porta della camera accanto chiudersi, ma non scattare. Silenzioso come un cazzo di ninja in crisi d'astinenza, aprii la mia porta di un millimetro, scivolai nel corridoio e mi appiattii contro il muro, accostando l'occhio allo spiraglio lasciato aperto da Maria. La visuale era perfetta.

"Scusa tesoro, sono in condizioni pietose," stava dicendo Maria. Il suo tono era completamente trasformato: dalla predatrice sessuale di cinque minuti prima, era passata alla modalità "amichetta dolce e premurosa". "Sono appena tornata dalla palestra e sto grondando." "Ma figurati, Mari! Anzi, grazie per avermi fatta salire," rispose Anna, posando la borsa sul letto.

Maria aprì l'armadio e tirò fuori un top nero di seta, minuscolo e con una scollatura a barca. Lo passò ad Anna con un sospiro teatrale. "Tieni, provalo. Ti giuro, su di me fa pietà," si lamentò Maria, mettendosi le mani sui fianchi. "Voglio dire, ho le tette sode, per carità, ma sono piccole. In quel top ci ballano dentro, sembro una bambina. Ma con le tue zizzone... ci starà da dio, vedrai."

Anna ridacchiò, un po' imbarazzata ma palesemente lusingata. "Dici? Speriamo. Marco mi fa un sacco di paranoie su come mi vesto..." "Marco è un idiota. Dai, provalo. Tanto siamo sole," la incoraggiò Maria, lanciando un'occhiata impercettibile verso la porta. Quella stronza sapeva benissimo che stavo guardando.

Anna annuì. Afferrò l'orlo della sua maglietta di cotone e, in un movimento fluido, se la sfilò dalla testa. Non indossava il reggiseno.

Dietro la porta, smisi letteralmente di respirare. Erano lì. Le avevo sognate, bramate, venerate nella mia mente per mesi, e ora erano a tre metri da me. Erano un capolavoro assoluto: pesanti, piene, di un pallore candido che faceva risaltare i capezzoli morbidi e rosati. La gravità dava loro una forma naturale, a goccia, di una bellezza disarmante e autentica. Sentii la zip dei miei jeans tendersi fino quasi a strapparsi. Il mio cazzo, già gonfio per i preliminari con Maria, stava per esplodere per la visione di Anna.

Anna fece per infilarsi il top, ma Maria la fermò. "Fermo lì. Ammazza che roba," mormorò Maria. Si avvicinò e, con una naturalezza che mi fece sudare freddo, allungò le mani. I suoi palmi sudati e abbronzati si posarono sotto i seni candidi di Anna, sollevandone il peso. Li palpò con una delicatezza invidiosa, soppesandoli. "Mamma mia, Anna. Sono burro puro. Se avessi io questa roba, governerei il mondo."

Anna arrossì fino alla radice dei capelli, ma sorrise, prendendosi una meritata botta di egocentrismo. Maria le diede un'ultima strizzatina amichevole prima di staccarsi, permettendole di infilare il top. Le stava divinamente: la seta nera fasciava le sue forme, spingendo il seno verso l'alto e creando una scollatura da infarto.

"Sei perfetta," decretò Maria, sedendosi sul bordo del letto. Anna si guardò nello specchio, sospirando. "Speriamo. Ieri... ieri le cose si sono fatte un po' strane." "Che è successo?" "Voleva che... insomma, che andassi giù," confessò Anna, torturandosi le mani. "Ma io mi sono tirata indietro. Mi faceva un po' schifo, a dirla tutta. E poi avevo il terrore di fargli male con i denti. Insomma, è così delicato lì sotto."

Dietro la porta, il mio cervello andò in tilt. La mia dea ingenua stava parlando di pompini. Maria scoppiò in una risata cristallina. "Delicato? Anna, tesoro mio, un cazzo dritto è tutto tranne che delicato. È bellissimo prendere un bel cazzo caldo e duro in bocca. Devi solo sapere come fare." Si alzò di scatto. "Aspetta qui. Non muoverti."

Vidi Maria uscire dalla stanza. Mi appiattii contro il muro del corridoio, terrorizzato di essere beccato, ma lei sfrecciò verso la cucina senza guardarmi. Tornò dieci secondi dopo, trionfante. Aveva in mano una zucchina cruda. Lunga, verde e decisamente spessa.

"Ok, lezione numero uno," annunciò Maria, piazzandosi davanti ad Anna come una fottuta professoressa di anatomia erotica. "Il segreto non è solo la bocca, è tutto il pacchetto."

E lì, Maria diede spettacolo. Sotto i miei occhi sgranati, coprì la parte superiore della zucchina con i palmi, lasciando scoperta la punta. "Prima di tutto, lo guardi negli occhi," sussurrò, abbassando le palpebre a metà. "Poi tiri le labbra sui denti, così, per ammortizzare. E scendi." Maria si portò l'ortaggio alla bocca. Iniziò a leccare la punta con movimenti circolari e lenti della lingua, per poi far scivolare le labbra lungo la buccia verde, ingoiandola in profondità. La sua bocca umida creava un suono osceno. Fece un paio di movimenti su e giù, veloci, succhiando le guance in dentro. "La mano alla base è fondamentale," ansimò leggermente, staccandosi. "Devi stringere un po', e intanto con le dita gli accarezzi le palle. Le tiri dolcemente. Li fa letteralmente impazzire."

Io stavo morendo. Sapevo esattamente come si sentiva quella fottuta zucchina, perché cinque minuti prima quella bocca era a un millimetro da me.

"Hai capito?" chiese Maria, pulendosi l'angolo della bocca col dorso della mano. Porse la zucchina ad Anna. "Se non ti fa schifo la mia saliva... prova tu. Fidati, la teoria è inutile senza la pratica."

Anna guardò la verdura come se fosse una bomba a mano. Arrossì violentemente, ma poi, spinta dalla curiosità e dai consigli di Maria, la prese. Si inginocchiò goffamente sul tappeto, stringendo la base della zucchina. "Brava, così," la guidò Maria, posandosi una mano sul fianco. "Tira dentro le labbra. Vai."

Anna chiuse gli occhi e si chinò. Vederla schiudere quelle labbra piene e morbide, che avevo sognato di baciare per mesi, e avvolgerle attorno a quell'oggetto fallico, fu il punto di non ritorno per la mia sanità mentale. Era impacciata, certo. La sua lingua si muoveva timidamente, assaggiando la punta, prima di scendere. "Usa più lingua, Anna. Non avere paura," sussurrò Maria. "Bagna tutto."

Anna obbedì, emettendo un piccolo sospiro dal naso. Il suo seno fasciato nel top di seta si muoveva a ogni suo affondo, strabordando dalla scollatura. Era uno spettacolo incredibilmente erotico.

Ma Maria, essendo Maria, decise di alzare l'asticella. "Tutto molto bello, tesoro. Ma i ragazzi non stanno fermi come i tronchi," disse, con un sorriso perverso.

Maria si posizionò dietro Anna. Allungò una mano e afferrò saldamente l'estremità inferiore della zucchina che Anna teneva stretta. "Lascia fare a me," sussurrò Maria.

Con un movimento secco, Maria spinse la zucchina in avanti. L'ortaggio colpì il fondo della gola di Anna, che sgranò gli occhi, strozzando un gemito sorpreso e facendo un piccolo verso di conato. "Non ti fermare, rilassa la gola," le ordinò Maria, iniziando a simulare le spinte pelviche di un uomo.

Spinta. Ritorno. Spinta profonda. Maria sbatteva la zucchina dentro la bocca di Anna con un ritmo brutale e perfetto. Anna, in ginocchio, le mani sul vuoto, si lasciava fare, cercando di assecondare il ritmo, le guance arrossate e gli occhi lucidi per lo sforzo. I suoni umidi e i piccoli gemiti di Anna riempivano la stanza, mentre Maria le teneva il ritmo, spingendole la verdura giù per l'esofago come una dominatrice consumata.

Io ero appoggiato allo stipite della porta, tremante, a un passo dall'aneurisma cerebrale. Stavo letteralmente guardando la ragazza che amavo farsi sverginare la gola da un ortaggio manovrato dalla ragazza che stavo per scopare.

Quella scena mi stava letteralmente massacrando. Sentire i versetti umidi di Anna, guardare le sue labbra dischiuse attorno a quella fottuta zucchina, era una tortura cinese.

A un certo punto, Anna tossicchiò, ritraendosi con le guance in fiamme. "Ok, ok, fermati," ansimò, asciugandosi l'angolo della bocca col dorso della mano. "Credo... credo di aver capito la meccanica."

Maria scoppiò a ridere, gettando l'ortaggio sul letto con nonchalance. "Sei stata bravissima, tesoro. Devi solo scioglierti un po'. I ragazzi perdono la testa per queste cose." Anna si sistemò il top nero, sospirando. Si sedette sul bordo del letto, lo sguardo perso nel vuoto, chiaramente in vena di confessioni. "Il problema è che... non si è fermato a quello," sussurrò, abbassando la voce. "qualche sera fa... eravamo in camera sua. Non avevamo il preservativo, e lui insisteva che non ce la faceva a fermarsi. Così... mi ha convinta a farlo da dietro."

Dietro la porta, il mio cuore saltò un battito. Cosa cazzo aveva appena detto? Pensavo che quella domanda di qualche giorno fa fosse solo curiosità e stupidità. Anche Maria sgranò gli occhi, la malizia improvvisamente sostituita da una genuina curiosità mista a eccitazione. Si sedette a gambe incrociate di fronte ad Anna. "In culo? Anna! Ma davvero? Io non l'ho mai fatto! Ti prego, dimmi tutto. Com'è stato?"

Anna si morse il labbro. "Oddio, Mari... all'inizio è stato orribile. Ho sentito una pressione fortissima, come se mi stesse spaccando in due. Bruciava da morire. Poi, dopo un po', il dolore è diminuito ed era... strano. Un senso di pienezza assoluta. Ma ho fatto una fatica assurda a rilassarmi." Maria pendeva dalle sue labbra, visibilmente arrapata dal racconto. "Ma scusa... spero bene che abbia usato mezza boccetta di lubrificante, per essere la tua prima volta!" Anna arrossì ancora di più, scuotendo la testa. "No. Non ce l'avevamo. Ha usato... beh, ha usato un sacco di sputo."

Maria portò le mani al viso, sconvolta. "Ma è un troglodita! Ci credo che hai visto le stelle, sei mezza matta! Lo sputo si asciuga in tre secondi! Però... cazzo. Devo ammettere che l'idea mi intriga da morire. Prima o poi devo provarci assolutamente."

Dietro lo stipite, avevo il respiro corto. L'immagine della mia dea ingenua piegata a novanta sul sedile di una macchina, presa in quel modo brutale da quello stronzo, mi faceva ribollire il sangue di gelosia, ma al tempo stesso aveva drizzato il mio cazzo verso l'infinito e oltre. Ero un fascio di nervi e ormoni pronto a esplodere.

"Vabbè, io vado, Mari," sospirò Anna, alzandosi e recuperando la borsa. "Grazie per il top e per... la lezione di ortofrutta." "Figurati, tesoro! Fammi sapere come va stasera!"

Sentendo i passi di Anna avvicinarsi alla porta, feci uno scatto felino e mi rintanai di nuovo nel buio della camera del fratello, schiacciandomi contro il muro. Trattenni il respiro finché non sentii la porta di casa aprirsi, i saluti finali, e lo scatto secco della serratura.

Uscii dalla stanza. Maria era in fondo al corridoio. Non era tornata in cucina. Mi stava aspettando. Il top sportivo rosa fluo era sparito, buttato chissà dove. Era rimasta solo con i leggings neri e un reggiseno di pizzo che non c'entrava nulla con l'abbigliamento da palestra, ma che esaltava il suo seno pieno e sudato in modo illegale. I suoi occhi chiari brillavano nel buio del corridoio. Era affamata. Il racconto di Anna e la lezione pratica l'avevano accesa come un fiammifero.

"Hai sentito tutto, vero, piccolo guardone?" sussurrò, leccandosi le labbra.

Non risposi. Azzerai i tre metri che ci separavano in due passi. L'afferai per i fianchi e la sbattei contro il muro del corridoio. Lei emise un gemito di pura approvazione, allacciandomi immediatamente le braccia al collo. Le nostre bocche si scontrarono con una foga animalesca. Niente preliminari dolci, niente chiacchiere. L'attrazione era sfociata nell'apoteosi dei sensi. Le morsi il labbro inferiore, assaporando il suo sapore, mentre lei mi infilava la lingua in gola, stringendomi i capelli.

Mi staccai un attimo per riprendere fiato. Il sudore della palestra si stava ormai asciugando sulla sua pelle, lasciandole addosso un profumo salato e inebriante che mi mandava in corto circuito il cervello. La guardai dall'alto in basso, sfoderando il mio miglior sorriso da stronzo.

"Che c'è," la provocai, col fiato ancora corto. "Ti sei eccitata a fare la professoressa ad Anna? Ora lo vuoi anche tu in culo?"

Maria non fece una piega. Anzi, i suoi occhi chiari si assottigliarono in una fessura carica di pura sfida. Inclinò la testa di lato, sfottendomi apertamente. "Amore mio, tu non avresti le palle. Sei esattamente come il tuo caro amico Giulio." "Che c'entra Giulio adesso?" sbottai, punto sul vivo. "C'entra che è una noia mortale," sbuffò lei, accarezzandomi i fianchi sopra i jeans con una lentezza snervante. "Una volta avevo pure comprato il lubrificante al silicone per provare. Ero pronta. E sai lui che ha fatto? Ha iniziato a fare il tragico. 'Nooo, ma sei pazza? Da lì esce la merda!' Ti rendi conto? È la solita femminuccia ignorante."

La presi per i fianchi, schiacciandola di nuovo contro il muro del corridoio. "Beh, ti do una notizia," le ringhiai a un millimetro dalla bocca. "Io le palle ce le ho. Eccome se ce le ho."

"Ah sì?" mormorò lei. Con un movimento rapido e fluido, le sue dita scesero sulla zip dei miei jeans. La abbassò di scatto, liberando la mia erezione, ormai dura come il marmo e pulsante per l'attesa. Maria la prese in mano, soppesandola, e il suo sguardo si illuminò di una lussuria genuina.

"Mmh... devo ammettere che non hai solo le palle. Hai un cazzo decisamente importante," sussurrò, passandosi la lingua sulle labbra carnose. Strinse la presa e iniziò a muovere la mano su e giù, pompandomi con una decisione che mi fece rovesciare la testa all'indietro. "Spero tu sappia farmi divertire per davvero, Giò... e non farti masto solo con la bocca. Non fare lo sbruffone a chiacchiere."

Iniziò a segarmi con passione lì, in mezzo al corridoio. Il suono umido della sua mano che sbatteva contro la mia pelle riecheggiava nel silenzio dell'appartamento. Chiuse gli occhi, accelerando il ritmo, stringendo la base a ogni discesa. Stava trasformando una provocazione in un'apoteosi dei sensi, dimostrandomi che, con lei, gli approcci diretti erano l'unica via.

Ma non avevo intenzione di venire in un corridoio come un ragazzino in preda agli ormoni. La posta in gioco era troppo alta. Con un sospiro pesante, le afferrai i polsi, fermando la sua mano.

"Andiamo," le ordinai, trascinandola verso la sua camera da letto.

La spinsi senza troppi complimenti sul materasso. Era arrivato il momento. Le sfilai finalmente quei maledetti leggings neri che la fasciavano e feci saltare il gancetto del reggiseno, rivelando un corpo fatto per il peccato. La pelle abbronzata, i seni sodi e non tanto grandi, le curve dolci dei fianchi: era uno spettacolo abbacinante.

La tirai verso di me per le caviglie, facendola scivolare fino al bordo del materasso. La feci mettere in ginocchio, con la schiena appoggiata contro la pediera del letto, mentre io mi piazzavo in piedi, nudo e sovrastante, esattamente davanti al suo viso.

"Visto che sei la professoressa ufficiale del gruppo," le dissi, sfiorandole le labbra con la punta bollente del mio sesso, "fammi provare questi pompini di cui tanto ti vanti. Voglio vedere se sei brava a fare quanto a spiegare."

Maria non se lo fece ripetere due volte. Non c'era traccia di sottomissione nei suoi occhi; solo una fame atavica. Mi afferrò per i fianchi e aprì la bocca, inghiottendomi.

Feci un passo avanti, spingendo il bacino e sbattendoglielo in fondo alla gola con prepotenza. Ma lei non si fece minimamente sopraffare. Non era Anna, impacciata e spaventata; era una vera esperta. Mentre io dettavo il ritmo, scopandole la bocca con spinte profonde, lei teneva il controllo assoluto. Ingoiava ogni mia spinta senza il minimo conato, stringendo le labbra per creare un sottovuoto micidiale. Nel frattempo, una delle sue mani era scivolata sotto di me, accarezzandomi le palle e massaggiandole con dita sapienti, tirandole dolcemente esattamente come aveva spiegato poco prima alla sua "allieva". Era un mix letale di istinto e tecnica pura, una morsa calda e umida che minacciava di prosciugarmi l'anima.

Le labbra di Maria erano un vizio capitale. Inginocchiata davanti a me, con la schiena premuta contro i piedi del letto, mi stava dimostrando che la teoria della zucchina era solo la punta dell'iceberg.

Il calore della sua bocca era umido, avvolgente, un vuoto pneumatico perfetto che mi risucchiava l'anima a ogni affondo. Non c'era esitazione in lei. Le sue guance si scavavano verso l'interno, la lingua guizzava veloce sul frenulo per poi appiattirsi e lasciarmi scivolare fino in fondo alla gola, assecondando le mie spinte senza mai perdere il ritmo. Con una mano mi accarezzava la base, con l'altra si teneva aggrappata alle mie cosce. Il suono osceno, bagnato e ritmico della sua saliva riempiva la stanza.

Non avevo mai provato nulla del genere. Guardavo i suoi riccioli scuri ondeggiare, il seno nudo e abbronzato che si sollevava a ogni respiro rubato, e i suoi occhi chiari che mi fissavano dal basso, carichi di una lussuria malvagia. La tensione salì in modo fulmineo.

"Maria... cazzo, ci sono," ringhiai, stringendole i capelli con entrambe le mani. Non si fermò. Anzi, strinse la presa e accelerò. Mi svuotai nella sua bocca con una foga disperata, le gambe che mi tremavano. Lei non batté ciglio. Prese ogni singola goccia, deglutendo rumorosamente, e poi si passò la lingua sulle labbra lucide, sfoggiando un sorriso da predatrice sazia.

Si alzò in piedi, pulendosi l'angolo della bocca col dorso della mano. Il suo respiro era pesante, il petto si alzava e si abbassava vertiginosamente. "Bene," sussurrò, con una voce roca che mi fece rizzare i peli sulle braccia. "E ora devi scoparmi, amico infame. Mettiti il preservativo, o fai la pussy?"

Era la sfida definitiva. Il disprezzo totale per Giulio, l'adrenalina dell'infamia, la lussuria più becera. Non le risposi nemmeno.

L'afferrai per i fianchi, la sollevai di peso e la scaraventai sul centro del materasso. Maria rimbalzò a gambe all'aria, ridendo, ma la sua risata si strozzò quando mi piazzai tra le sue cosce e, con una sola, decisa spinta di reni, entrai dentro di lei senza la minima protezione.

Fu come scivolare in un inferno di seta. Era fradicia, bagnatissima come una furia in tempesta. E fu lì che notai la differenza abissale: la figa di Maria non era stretta e nervosa come quella di Sof. Sof era una morsa, pura inesperienza ed entusiasmo. Maria, invece, era un guanto di velluto caldissimo, un abisso morbido e scivoloso, modellato dall'esperienza. Ti accoglieva senza opporre resistenza, ma i suoi muscoli interni sapevano esattamente come contrarsi per farti impazzire.

Iniziai a scoparla con una passione furibonda. Questa volta ero io a condurre il gioco. Le bloccai i polsi sul cuscino e cominciai a stantuffare con spinte lunghe, pesanti e inesorabili. L'impatto tra la mia pelle sudata e le sue natiche riecheggiava nella stanza, un applauso osceno e ritmico.

Maria non se lo aspettava. Era abituata a gestire la situazione, ma io la stavo letteralmente inchiodando al materasso. "Sì... cazzo, Giò, sì!" iniziò a gemere, inarcando la schiena. La sua voce si fece sempre più acuta, la testa che sbatteva contro la testiera del letto. Spingevo con decisione, concentrandomi solo sul punto in cui sapevo di farle perdere la testa. A ogni affondo profondo, le sue unghie mi graffiavano le braccia.

"Vengo... Oddio, vengo!" urlò a pieni polmoni, strizzandomi da dentro con una serie di spasmi violenti e caldissimi.

Ma io non mi fermai. Ero diventato una macchina da guerra. E il motivo era il più deviato di tutti. Mentre il mio corpo continuava a martellare quello di Maria, senza perdere un colpo, il mio cervello aveva cambiato stanza. Chiusi gli occhi per un secondo. E lì, stampate a fuoco nella mia retina, c'erano le tette di Anna. Quelle stesse tette candide e burrose che avevo spiato dallo spiraglio della porta, soppesate dalle mani di Maria. L'idea della mia dea ingenua fasciata in quel top di seta mi diede una resistenza sovrumana. Stavo scopando la "troia" del gruppo, ma stavo facendo l'amore mentale con Anna.

Questo cortocircuito mi trasformò in una furia inarrestabile. "Ancora... non ti fermare..." ansimava Maria, sconvolta da quel ritmo che non accennava a diminuire.

Ripresi ad affondare, sempre più veloce, sempre più forte. Il mio corpo dettava una danza primitiva e brutale. Maria perse ogni freno inibitorio. Iniziò a piangere dal piacere, la bocca spalancata in un gemito muto, il corpo che si contorceva sotto di me come attraversato dall'alta tensione. Quando venne per la seconda volta, lo fece con una forza tale da far tremare tutto il letto, aggrappandosi alle mie spalle come se stesse affogando.

Solo in quel momento, al culmine del suo secondo spasmo, mi tirai indietro di scatto, sfilandomi completamente da lei, lucido e duro, senza essere ancora venuto.

Mi accasciai di lato sul letto, col fiato corto e i polmoni in fiamme, mentre l'aria condizionata ci gelava il sudore addosso. Maria era una pozza di carne fremente. Giaceva a pancia in su, il petto abbondante che faticava a trovare un ritmo regolare, i capelli ricci sparsi sul cuscino come un'aureola disordinata. Ci mise due minuti buoni per riaprire gli occhi.

Girò lentamente la testa verso di me. Mi guardò, le guance ancora paonazze, e si lasciò sfuggire una risata stanca, quasi incredula.

"Cristo santo, Giò..." ansimò, passandosi una mano tremante sulla fronte sudata. "Con Giulio... devo sempre fare tutto io. Devo muovermi io, devo guidarlo io... È da non so quanto fottuto tempo che qualcuno non prendeva il controllo in questo modo." Si morse il labbro, sfiorandomi il petto con le dita. "Amico mio... mi sa che abbiamo appena creato un grosso, enorme problema."

Rimasi a guardare Maria stesa sul letto, il petto che si alzava e si abbassava freneticamente. Avevo appena chiuso una prestazione da vera Serie A, dominando la "tigre", ma il problema tecnico rimaneva: ero ancora fottutamente duro.

Allungai una mano e le accarezzai la coscia sudata, facendo scivolare le dita verso il suo centro ancora pulsante. "Tutto molto bello, Maria," le dissi, sfoggiando un sorriso sornione mentre riprendevo fiato. "Ma c'è un piccolo dettaglio. Io non sono ancora venuto."

Lei aprì un occhio, passandosi la lingua sulle labbra carnose. Mi guardò il cavallo dei pantaloni gettati a terra, poi il mio membro ancora dritto come un fuso. Fece una risatina bassa, rotta dall'affanno. "E che vuoi, zombi? Che te lo succhi di nuovo fino a farti svenire? O vuoi farti un'altra passata qua dentro?"

Capii in quel preciso istante di avere l'occasione della mia vita. Era il momento di chiudere in bellezza, di sfidarla sul suo stesso terreno. Mi misi a gattoni sopra di lei, sovrastandola, e feci scivolare la punta bollente del mio cazzo esattamente contro la sua figa bagnata, strusciandolo con lentezza esasperante, senza entrare.

Maria inarcò la schiena, strozzando un gemito. "Che c'è," mi prese in giro, piantandomi le unghie sui fianchi. "Vuoi scoparmi ancora? Non ti è bastato farmi urlare, eh?" "Hai per caso ancora quel lubrificante al silicone di cui parlavi prima?" le sussurrai a un millimetro dalla bocca.

Lei si bloccò. Sgranò gli occhi chiari, realizzando esattamente cosa le stavo chiedendo. Poi scoppiò a ridere, una risata diabolica e incredibilmente arrapata. "Allora hai davvero le palle, Giò," mormorò, mordendosi il labbro con una lussuria che le illuminò il viso. "Mannaggia ad Anna. Devo dare il mio culo a te, e non a quel deficiente del mio ragazzo, solo per colpa sua."

Raccolsi la provocazione con un sorriso. "Prendilo."

Maria non se lo fece ripetere due volte. Scattò in piedi, nuda e bellissima, aprì l'anta dell'armadio e tirò fuori una bottiglietta di lubrificante ancora sigillata dal cellophane. La lanciò sul materasso, per poi mettersi immediatamente a pecora, dandomi le spalle. Era uno spettacolo illegale. La schiena inarcata, i glutei rotondi e perfetti offerti alla mia visuale, e una mano che scivolava sfacciatamente in mezzo alle sue stesse gambe, accarezzandosi la figa per mantenere alta l'eccitazione mentre mi aspettava.

Mi sedetti sui talloni e presi la bottiglietta. E qui, il mio momento di gloria epica subì una tragica battuta d'arresto. Le mie mani erano scivolose di sudore e umori, e quella fottuta pellicola di plastica attorno al tappo si rifiutava di cedere. Tirai, graffiai, imprecai a mezza voce.

Maria, girando la testa all'indietro e vedendo la mia lotta patetica con il lubrificante, scoppiò a ridere di gusto. "Ma sei impedito?" mi sfotté, la voce carica di scherno. "Cazzo, Giò, riesci ad aprire me e non una fottuta confezione di plastica? Sei l'esatto contrario di Giulio. Lui i pacchi li sa aprire benissimo, ma per il resto... zero assoluto. Ci credo che perdi tempo con la teoria."

La stoccata mi irritò. L'idea che mi stesse paragonando a lui proprio in quel momento, sminuendomi, accese una rabbia carnale che mi diede la forza necessaria. Ci piantai i denti, strappai la plastica e svitai il tappo con un colpo secco.

Mi avvicinai al suo fondoschiena. Le versai una dose generosa di gel denso e freddo direttamente tra le natiche, poi ne spalmai un po' sul mio membro. "Ehi," le ringhiai contro l'orecchio, afferrandola saldamente per i fianchi. "Non provocarmi, Maria. Potrei farti male."

"Meno chiacchiere e più fatti, zombi," ribatté lei, sfacciata.

Ma quando posizionai la punta esattamente contro la sua fessura posteriore e feci la prima, inesorabile spinta, il suo sarcasmo evaporò. Maria lanciò un urlo acuto, aggrappandosi con le mani alle lenzuola stropicciate. Entrare in quel nuovo ambiente fu una sensazione trascendentale. Era una morsa strettissima, bollente, che opponeva resistenza a ogni millimetro. Sentivo la pressione avvolgermi in modo quasi doloroso, ma fottutamente perfetto. Mi fermai un secondo, lasciandola abituare, sentendo i suoi muscoli contrarsi e rilassarsi attorno a me.

"Cazzo... Giò..." ansimò, la voce improvvisamente tremante. "Te l'avevo detto," le risposi, e con una spinta decisa affondai fino alla base.

Maria gridò. Un urlo a metà tra il dolore iniziale e un'eccitazione viscerale, totalmente non contenuta e volutamente esagerata, roba da far tremare i muri del palazzo. Iniziai a muovermi. Ritmi lenti, poi sempre più veloci, sperimentando la densità pazzesca di quel suo angolo proibito.

A ogni mio colpo, i suoi seni pesanti sbattevano contro il materasso, e la sua bocca non smetteva di vomitare oscenità e provocazioni, come se il dolore la eccitasse in modo malsano. "Sì... oh, sì! Spingi, cazzo!" gridava, le guance rosse e schiacciate contro il cuscino. "Giulio... Giulio si metterebbe a piangere! Ha troppa paura... Ah! Non ha le palle per sfondarmi così!" "Zitta," le ordinai, dandole uno sculaccione sonoro sulla natica viscida di gel, che la fece strillare di nuovo. "Lui non sa farlo! È una noia... Ah, cazzo, Giò! Scopami il culo come lui non sa fare!"

Le sue parole, la sua voce rotta, il modo umiliante in cui sminuiva il mio amico mentre io la prendevo nel modo più intimo possibile... era benzina sul fuoco. L'apoteosi dei sensi. Il senso di colpa era morto e sepolto, sostituito da una lussuria deviata.

Aumentai il ritmo, martellando i suoi glutei sudati col mio bacino. Maria gemeva in modo sguaiato, fuori controllo, la tigre indomabile finalmente messa in ginocchio. La stretta del suo ano, i suoi insulti a Giulio, il calore della stanza: tutto convergette in un unico punto alla base della mia spina dorsale.

"Vengo... Maria, vengo!" ruggii, afferrandole i capelli e tirandole la testa all'indietro. Mi svuotai dentro il suo culo con una forza devastante, i muscoli contratti allo spasimo, riempiendola di spinte profonde mentre lei urlava il mio nome, perdendosi totalmente nell'estasi della sua stessa perversione.

Quando mi sfilai finalmente da lei, il contrasto termico fu brutale. L'aria condizionata della stanza colpì i nostri corpi madidi di sudore come una frustata.

Mi lasciai cadere a peso morto di schiena sul materasso, fissando il soffitto bianco. I miei polmoni cercavano aria disperatamente, e il cuore mi batteva così forte che pensavo potesse incrinare le costole.

Di fianco a me, Maria era un disastro bellissimo. Era rimasta a pancia in giù, la faccia sprofondata nel cuscino, le braccia larghe. I suoi riccioli erano un groviglio selvaggio e la pelle abbronzata della schiena era coperta da un velo lucido di sudore e lubrificante. Le sue gambe erano ancora leggermente divaricate, i muscoli delle cosce percorsi da leggeri spasimi involontari.

Per un minuto buono, l'unico rumore nella stanza fu il nostro respiro affannoso.

Poi, Maria mosse la testa di lato. Aprì un occhio solo, guardandomi da sotto in su, col trucco leggermente sbavato e un'espressione a metà tra il trionfo e la devastazione fisica.

"Giò..." gracchiò, la voce roca e impastata. "Eh," risposi io, senza nemmeno la forza di girare la testa. "Te lo dico col cuore in mano," sospirò, chiudendo l'occhio e affondando di nuovo la faccia nel cuscino. "Mi brucia il culo in una maniera che non puoi nemmeno immaginare. Penso di aver visto San Pietro che mi faceva l'occhiolino."

Nonostante la stanchezza, scoppiai a ridere. Una risata genuina, liberatoria, che mi fece contrarre gli addominali indolenziti. "Te l'avevo detto di non provocarmi," la presi in giro, allungando una mano per accarezzarle distrattamente la curva del fianco morbido. "Hai voluto fare l'esperta, hai voluto la lezione pratica... e il professore ha dovuto punirti."

Maria sbuffò una mezza risata contro la federa. Fece per tirarsi su puntellandosi sui gomiti, ma appena fece forza sul bacino lanciò un gemito acuto e si bloccò, stringendo i denti. "Porca troia, fa malissimo sul serio," sibilò, massaggiandosi la natica. Poi mi guardò, e il suo solito sorriso sfacciato tornò a illuminarle il viso. "Però... cazzo, se ne è valsa la pena. Se l'avessimo fatto con Giulio, a quest'ora sarebbe al pronto soccorso per un attacco di panico da sensi di colpa."

"Giulio," ripetei, sentendo quella parola cadere come un macigno nella stanza. "Vogliamo parlare del fatto che abbiamo appena commesso il tradimento perfetto? Siamo letteralmente delle persone orribili."

"Parla per te," ribatté lei, riuscendo finalmente a mettersi seduta sul bordo del letto. I suoi seni perfetti si mossero pesantemente, catturando ancora una volta la mia attenzione nonostante fossi svuotato. "Io mi sento rinata. E tu hai appena scaricato una settimana di frustrazione per Anna. Direi che è una situazione win-win."

Si alzò in piedi. Sembrava una novantenne con l'artrite. Camminò a gambe leggermente larghe, raccogliendo i miei boxer dal pavimento e lanciandomeli dritto in faccia.

"Forza, zombi. Alzati," mi ordinò. "Devo assolutamente farmi una doccia prima che tutto questo gel al silicone si solidifichi e io diventi un pezzo di plastica dell'IKEA. E tu vieni con me, perché non ho nessuna intenzione di lavarmi la schiena da sola."

Mi tirai su a fatica, nudo e ancora stordito dall'odore di sesso, sudore e silicone che impregnava l'aria. La seguii verso il bagno, guardando il modo in cui i suoi fianchi morbidi ondeggiavano. Avevamo appena aperto un vaso di Pandora che non si sarebbe più richiuso.

Mentre lei apriva l'acqua calda del box doccia, il fumo iniziò a riempire il bagno, appannando lo specchio. Maria si girò verso di me, entrando sotto il getto d'acqua, e mi lanciò quell'occhiata maliziosa che ormai avevo imparato a temere. "A proposito, Giò," disse, mentre l'acqua le scivolava addosso, creando la promessa perfetta per il disastro imminente. "Domani sera visto che sono sola pensavo di invitare anna, sofia e gli altri da me, ci saranno anche Antonella e Ilenia…con chi ci proverai domani? ”

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