Capitolo 7 - Lacrime da troia e sesso per ripicca
Incastrato dalla tossica ex del fratello, Giovanni cade dritto nella trappola delle sue zizzone. Un topless spudorato si trasforma in puro e viscido revenge sex, il tutto a due passi dalla camera di Anna.
Il materasso di Sofia mi accolse come una scialuppa di salvataggio in mezzo a un uragano di categoria cinque.
Caddi di schiena, fissando il soffitto familiare della sua camera da letto, mentre il mio cervello, improvvisamente e tragicamente lucido, proiettava in loop la faccia sconvolta di Anna sulla soglia della stanza di Maria. La botta alcolica era evaporata, sostituita da un'ansia fredda e paralizzante. Avevo innescato l'apocalisse.
Sofia, barcollando leggermente sui tacchi, chiuse la porta della camera a chiave con un sospiro che era un misto di esasperazione e genuino divertimento. "Pesi come un fottuto morto, Giò," bofonchiò, scalciando via le scarpe.
Senza la minima traccia di pudore, si sbottonò i jeans e se li sfilò, lasciandoli cadere sul tappeto. Rimase solo con una maglietta bianca mezza sformata e un perizoma di pizzo scuro che faceva risaltare la curva morbida e abbondante dei suoi fianchi. Si arrampicò sul letto gattoni, il petto burroso che dondolava pesante sotto la stoffa a ogni movimento, e recuperò il telecomando della TV e il portatile.
"Allora," esordì, schiacciandosi contro il mio fianco e aprendo Netflix. "Direi che Harvey Specter e una bella canna sono l'unica cura per il trauma che mi hai appena inflitto. Non ho mai visto una fuga più patetica della tua in quel corridoio."
"Non c'è un cazzo da ridere, Sof," gemetti, passandomi le mani sulla faccia. "Ho distrutto tutto. Tutto. La mia amicizia con Giulio, qualunque misera speranza avessi con Anna... e la mia stessa dignità."
Sofia selezionò la puntata di Suits, abbassò il volume e si rannicchiò contro di me. Mi posò una coscia nuda e calda sopra le gambe, e iniziò ad accarezzarmi i capelli. Era un gesto dolcissimo, materno quasi, se non fosse stato accompagnato dal suo solito sarcasmo spietato. "Sei ufficialmente il re dei coglioni della nostra provincia," mi sussurrò, baciandomi la tempia. "Te l'avevo detto. Te l'avevo letteralmente detto oggi pomeriggio: quella troia porta solo guai, non infilarcelo. E tu che fai? Glielo infili non solo con tutti in casa, ma glielo metti pure nel culo, ti fai sgamare in mondovisione e le sborri addosso come in un porno di serie C."
"Non sono nemmeno riuscito a parlarle," continuai, ignorando i suoi insulti perché aveva fottutamente ragione. Il petto mi faceva male per l'angoscia. "Anna è scappata. Ho cercato di infilarmi i pantaloni per correrle dietro, ma era già per strada. E sai quella psicopatica di Maria cosa mi ha detto?" "Sentiamo. Ha chiesto il bis?" "No. Si è passata una salviettina sulla schiena, si è rivestita con una calma raccapricciante e mi ha detto: 'Vai a casa, zombi. Ci penso io a calmarla e a spiegarle la situazione'."
Sofia smise di accarezzarmi. Si tirò su a sedere, incrociando le braccia sotto i seni per sostenerne il peso, sgranando gli occhi chiari. "Maria le ha detto che le spiega la situazione? Giò, sei morto. Quella vipera manipolatrice le racconterà che l'hai costretta, che eri ubriaco marcio, girerà la frittata per uscirne pulita. È come affidare un agnellino a un tirannosauro!"
"Lo so!" sbottai, affondando la faccia nel cuscino. "E come se non bastasse, ho fatto esplodere pure il piano B." "Quale piano B?" "Ilenia," confessai, sentendomi l'essere più viscido della terra. "Prima del macello con Maria, mi ero chiuso nel bagno con Ilenia. Volevo scoparmela. Ero fuso, non capivo niente. E lei... lei mi ha respinto. Mi ha letteralmente spinto a terra, mi ha fatto la morale sul fatto che ci conoscevamo appena e che non voleva essere la mia ruota di scorta, e se n'è andata disgustata."
Sofia mi fissò in silenzio per tre lunghi secondi. Poi, scoppiò in una risata cristallina, sguaiata, buttando la testa all'indietro. "Non ci credo!" ansimò, dandomi una pacca sul petto. "Hai preso un due di picche dalla secchiona e poi sei andato a farti usare come sex toy dalla fidanzata del tuo migliore amico per ripicca? Sei il mio idolo del disagio. Nessuno tocca il fondo con la tua stessa classe."
"Sì, ridi, stronza. Io voglio sotterrarmi."
Sof smise di ridere, notando la mia vera disperazione. Il suo sguardo si ammorbidì. Si sdraiò di nuovo accanto a me, questa volta tirandomi a sé con forza. Prese il mio viso e lo premette contro la sua scollatura. Il calore della sua pelle, la morbidezza infinita di quei seni in cui mi aveva invitato ad affogare, e il suo odore rassicurante ebbero l'effetto di un sedativo istantaneo.
"Povero il mio zombi," sussurrò, con una dolcezza che riservava solo ai momenti in cui eravamo soli e lontani dal mondo. Mi accarezzò la guancia, scivolando poi con le dita lungo il mio collo. "Hai fatto un casino epocale, e probabilmente domani sarai l'uomo più odiato della città. Ma stasera sei qui. E sei salvo."
Il suo tocco divenne meno materno e più malizioso. Le sue dita scesero lungo il mio petto, fino a sfiorare l'elastico dei miei pantaloni. La guardai negli occhi. La luce bluastra della TV illuminava il suo viso rotondo e quel sorriso obliquo che mi faceva sempre impazzire. "E poi," aggiunse, la voce che diventava un sussurro roco ed esigente, "ti ricordo che abbiamo un patto. C'è una cosa con la lingua che mi avevi promesso prima che scoppiasse la terza guerra mondiale. E credo di meritare che tu me la faccia fottutamente bene per consolarti."
Sofia non aspettò nemmeno la mia risposta. Allungò un braccio verso la borsa buttata ai piedi del letto, frugò per un paio di secondi ed estrasse il suo stropicciato pacchetto di sigarette. Da lì dentro, tirò fuori una canna già perfettamente chiusa a cono, pronta per l'uso. Se la portò alle labbra carnose, accese l'accendino e fece un primo, lungo tiro, riempiendo quasi subito la stanza di una nuvola densa e dolciastra.
Io, nel frattempo, avevo deciso che se dovevo affogare i miei dispiaceri, tanto valeva farlo nel modo migliore che conoscevo.
Mi feci scivolare verso il fondo del materasso. Afferrai le sue caviglie e iniziai a baciarle. La pelle di Sofia era calda, morbida, e sapeva ancora del bagnoschiuma che aveva usato prima di uscire. Risalii lentamente con le labbra e la lingua lungo i suoi polpacci, per poi indugiare sull'interno delle sue cosce burrose. Lei sospirò, espirando il fumo verso il soffitto, gli occhi chiari fissi sullo schermo della TV dove scorrevano le immagini della serie, ma le sue gambe si aprirono quasi in automatico, accogliendomi.
Arrivato al centro, trovai l'ostacolo di quel minuscolo perizoma di pizzo nero. Invece di abbassarglielo con delicatezza, la frustrazione, l'adrenalina residua e la foga del momento presero il sopravvento. Agganciai due dita al laccetto laterale e, con uno strattone secco, lo strappai. Il rumore del pizzo che cedeva risuonò nella stanza.
Sofia abbassò lo sguardo su di me, un sopracciglio inarcato e il joint a mezz'aria. "Mio eroe," mi prese in giro, ridacchiando e passandosi una mano tra i capelli scuri. "Ti farò recapitare il conto di Intimissimi. Vedi di ripagarmi a dovere, zombi."
Non le risposi a parole. Mi posizionai esattamente in mezzo alle sue gambe e affondai il viso nella sua intimità. L'odore di Sofia era inebriante, un mix perfetto tra il suo profumo naturale, un leggero sentore di muschio e l'aroma pungente dell'erba che stava saturando la camera. Era già caldissima e bagnata, segno che la nostra sveltina mentale di sfottò le aveva acceso gli ormoni.
Iniziai a leccarla usando la lingua piatta e larga, con movimenti lenti e profondi che partivano dal basso per scivolare su, lungo tutta la sua fessura umida. Sofia fece un piccolo salto sul materasso. "Mmh..." mormorò, cercando di mantenere la sua fottuta aria da dura. Fece un altro tiro di canna, soffiando il fumo dal naso. "Devo ammettere che Harvey Specter in TV e tu lì sotto siete una combo... interessante. Però non distrarti, eh. Concentrati."
Per tutta risposta, le afferrai i glutei con entrambe le mani, sollevandole leggermente il bacino per avere un accesso totale, e cambiai ritmo. La mia lingua andò a cercare il suo clitoride, ormai gonfio e turgido. Iniziai a stuzzicarlo con la punta, disegnando piccoli cerchi veloci, per poi chiudere le labbra attorno a quel piccolo bottone di carne e iniziare a succhiarlo delicatamente, creando un sottovuoto caldo e ritmico.
L'effetto fu immediato. Il sarcasmo di Sofia svanì, sostituito da un gemito profondo, di gola, che le fece vibrare il petto nudo. Cercò di concentrarsi sulla TV, ma il piacere la stava tradendo. La sentivo fremere sotto le mie mani. L'umidità della sua figa aumentava a ogni mio passaggio di lingua, bagnandomi il mento e le labbra. Mi nutrivo delle sue reazioni, usandole per cancellare dalla mia testa il disastro con Anna e Maria. Ero lì, ero nel presente, e volevo farla impazzire.
"Cazzo, Giò..." ansimò, la voce roca, allontanando la mano con la canna per non rischiare di bruciare le lenzuola. Le sue dita libere si infilarono tra i miei capelli, stringendoli, non per allontanarmi, ma per spingermi ancora più contro di lei. "Devo dire che... ah!... diventi sempre più bravo. Stai imparando in fretta."
"Tutto merito della dottoressa," mormorai contro la sua pelle bagnata, prima di affondare di nuovo la lingua in lei, questa volta spingendomi in profondità e alternando il movimento con suzioni voraci sul suo punto più sensibile.
La situazione precipitò verso il piacere assoluto. Sofia chiuse gli occhi, la TV completamente dimenticata. I suoi respiri divennero corti, spezzati, trasformandosi in una serie di gemiti acuti e disperati. Le sue cosce carnose si strinsero attorno alle mie orecchie come una morsa, i muscoli tesi allo spasimo. Il sapore salato e dolciastro della sua eccitazione era una droga. Aumentai il ritmo, martellando il suo clitoride con la lingua senza darle un secondo di tregua, succhiando con forza ogni volta che sentivo i suoi fianchi sollevarsi in cerca di attrito.
"Vengo... vengo, Giò, vengo!" urlò a un certo punto, inarcando la schiena in modo drammatico, la testa spinta all'indietro contro il cuscino. La sua figa fu attraversata da una serie di spasmi violenti, inondandomi la bocca. Continuai a stimolarla morbidamente anche durante il climax, facendola tremare come una foglia e strappandole l'ultimo, lunghissimo gemito liberatorio.
Quando mi tirai su, asciugandomi la bocca col dorso della mano, la scena era un capolavoro. Sofia era stesa a braccia larghe, letteralmente sudata fradicia, il petto che si alzava e si abbassava a un ritmo folle, le guance rosse e un'espressione da chi ha appena visto la Madonna. Era su di giri, carica di endorfine e THC.
Mi sdraiai accanto a lei, appoggiando la testa sul suo seno morbido. Lei, con una mano ancora tremante, mi passò la canna mezza finita. Finimmo di fumare in un silenzio complice, pesante e bellissimo. Il mix di alcol smaltito, erba e sesso ci diede il colpo di grazia. La TV rimase accesa a fare da sottofondo mentre noi, aggrovigliati l'uno all'altra, crollavamo in un sonno profondo e senza sogni, lasciando il mondo e le sue apocalissi fuori dalla porta.
Il risveglio, però, presentò il conto. E i due giorni successivi furono un autentico, logorante limbo di malinconia e paranoia.
domenica e lunedì li passai barricato in camera mia, fissando il soffitto o aggiornando compulsivamente WhatsApp. Il silenzio da parte di Anna e Maria era assordante. Era come vivere all'ombra di un vulcano pronto a eruttare: mi aspettavo da un momento all'altro la telefonata in lacrime di Giulio, un messaggio carico d'odio da parte di Anna o un ricatto psicologico di Maria. Ma niente. Zero assoluto. Questo vuoto comunicativo mi stava letteralmente divorando lo stomaco.
Poi, martedì pomeriggio, il telefono vibrò. Il cuore mi saltò in gola. Presi il cellulare, preparandomi mentalmente all'esecuzione. Ma il nome sul display non era né quello della mia dea ingenua né quello della troia manipolatrice.
Era Ilenia.
Ilenia: Ciao Giò. Senti, c'ho pensato un po' su in questi giorni. Mi dispiace per come ci siamo mollati l'altra sera. Sono stata molto rigida, ma forse ho sbagliato anche io a non capire che eri solo su di giri e fuso dall'alcol. Non voglio perdere il bel rapporto e le belle chiacchierate che stavamo costruendo per una cazzata. Se ti va, possiamo fare finta che l'altra sera non sia mai esistita e darci una seconda possibilità. Caffè freddo domani pomeriggio? Offro io.
Rilessi il messaggio tre volte. Un'ondata di sollievo puro mi travolse. Ilenia non mi odiava. Nella sua testa da intellettuale aveva processato l'accaduto, lo aveva razionalizzato e, incredibilmente, aveva deciso di perdonarmi. Tra tanto fango e tanto disastro, quello spiraglio di luce era esattamente ciò di cui avevo bisogno per non impazzire.
Io: Non sai quanto mi rende felice leggere questo messaggio, Ile. Sono stato un coglione e accetto il caffè freddo con infinita gratitudine. Prometto di tenere le mani a posto e il cervello acceso questa volta.
Lei rispose con l'emoji di un sorriso ironico, e ricominciammo a chattare con la solita fluidità, come se il mio scivolone da viscido non fosse mai accaduto. Il fronte Ilenia era miracolosamente salvo.
Sul fronte Anna e Maria, invece, la guerra fredda continuava. E sapevo, con assoluta certezza, che quando la bomba fosse sganciata, avrebbe fatto vittime illustri.
Il giovedì arrivò portandosi dietro un caldo asfissiante e una cappa di umidità che sembrava incollarsi ai vestiti. L'hangover emotivo e alcolico del weekend era parzialmente rientrato grazie al ritorno alla normalità con Ilenia, ma il silenzio radio di Anna e Maria continuava a scavarmi un buco nello stomaco.
Per non impazzire, stavo facendo l'unica cosa sensata: andavo a piedi verso casa di Sofia. I suoi genitori erano ancora in Sardegna, e avevamo in programma un pomeriggio di aria condizionata, lamentele reciproche e sesso disimpegnato per scaricare la tensione.
Stavo svoltando l'angolo della piazza principale, la testa china sul telefono, quando una voce mi inchiodò al marciapiede.
"Giò! Ma guarda chi c'è."
Alzai lo sguardo e il sangue mi si gelò per un istante. Cazzo, pensai, in preda al panico.
Davanti a me c'era Marica. L'ex storica di mio fratello. E, dettaglio non trascurabile in quel momento, la sorella maggiore di Anna.
Marica era una di quelle donne che non potevi ignorare, anche se ci provavi con tutte le tue forze. Aveva un fascino totalmente diverso dalle ragazze che frequentavo di solito: niente aria da "ragazzina da social" o pose ammiccanti. La sua era un'eleganza puramente mediterranea, una sensualità naturale e sofisticata che sembrava uscita direttamente da un film italiano ambientato in costiera d'estate.
Mi venne incontro con un passo lento, sicuro. Indossava un top bianco a fascia aderentissimo e una gonna leggera che le scivolava sui fianchi. I suoi lineamenti erano morbidi ma estremamente espressivi: grandi occhi scuri e intensi che ti scrutavano, un naso sottile e labbra piene, delicate, piegate in un sorriso che aveva sempre una nota vagamente altezzosa, come di una donna abituata a ricevere attenzioni senza doverle chiedere. La pelle, leggermente arrossata dal sole, era punteggiata da lentiggini leggere sul naso che le davano un'aria autentica, umana, imperfetta nel modo più eccitante possibile.
Ma era il suo corpo a fregarti il cervello. Marica non era estrema o esagerata; era semplicemente, fottutamente armoniosa. Curve morbide, eleganti, adulte. Il top a fascia senza spalline che indossava metteva in risalto in modo prepotente il suo seno, pieno e perfettamente proporzionato, offrendo una visuale sul décolleté che ti costringeva a fare uno sforzo disumano per guardarla negli occhi. Emanava una sensualità calda, avvolgente, per nulla aggressiva, ma che ti catturava con la sola presenza.
Il problema, però, era che appena apriva bocca, quella magia cinematografica rischiava di schiantarsi contro un muro di logorrea e vittimismo. Marica era la regina del dramma, e con la rottura fresca con mio fratello, sapevo già che mi avrebbe sequestrato per farmi il processo. Non si sarebbe più zittita.
"Marica! Ciao!" esclamai, sfoderando il sorriso più falso e cordiale del mio repertorio, fermandomi a un metro da lei. "Che coincidenza. Sembri... radiosa. Il sole ti fa bene."
Lei sospirò teatralmente, passandosi una mano tra i capelli scuri, le spalle scoperte che si alzavano in un gesto rassegnato. Il movimento fece tendere la stoffa sul seno, attirando inevitabilmente il mio sguardo per una frazione di secondo. "Magari fossi radiosa, Giò," iniziò, con quel suo tono languido e sofferente. "Sto cercando di sopravvivere. Esco a fare due passi per non impazzire chiusa in casa. Sai com'è la situazione... dopo quello che tuo fra-"
"E il lavoro? Come sta andando?" la interruppi brutalmente, con un entusiasmo quasi isterico, pur di deviare il missile nucleare che stava per sganciare su mio fratello. "Tutto bene in ufficio?"
Lei sbatté le palpebre, leggermente infastidita dall'interruzione, ma l'egocentrismo prese il sopravvento. "Ah, guarda, un inferno. Mi caricano di responsabilità come se fossi l'unica a saper fare le cose. Ma d'altronde, se non ci penso io..." Iniziò a parlare ininterrottamente per tre minuti buoni delle dinamiche del suo ufficio, lamentandosi dei colleghi. Annuivo compulsivamente, fingendo interesse, mentre il mio cervello cercava una via di fuga.
"Immagino, immagino, sei insostituibile," le diedi corda, approfittando di un suo respiro per piazzare il colpo. "Senti, e a casa? Anna come sta? Non la sento da domenica, fa la misteriosa ultimamente."
Infilare Anna nel discorso aveva un doppio scopo: sviare definitivamente il discorso da mio fratello e cercare di estorcere informazioni sul silenzio tombale che la mia "dea ingenua" stava mantenendo dopo il trauma a casa di Maria.
Marica incrociò le braccia sotto il petto. Il top bianco si tese ulteriormente, spingendo verso l'alto le sue forme morbide. Mi guardò con un pizzico di sufficienza. "Anna è fuori di testa, Giò. Ti giuro, non so che le prende," sbuffò, scuotendo la testa. "L'altra sera è tornata a casa pallida come un lenzuolo, si è chiusa in camera e ha pianto non so per quanto. Ieri ha litigato al telefono con quel tamarro di Marco e lo ha mezzo mollato. E oggi è in un mutismo selettivo insopportabile."
Il mio cuore fece una capriola. Ha mollato Marco? Ha pianto? Cristo santo, l'ho traumatizzata davvero. Cercai di mantenere la faccia da poker. "Ah, mi dispiace. Sarà lo stress dell'estate."
"Sì, lo stress, certo," ribatté Marica, socchiudendo gli occhi grandi. "Ma il vero stress ce l'ho io. Devo gestire la sua instabilità mentre io crollo a pezzi dentro. Sai cosa mi ha detto ieri tuo fratell-"
"Marica, giuro, mi fa un sacco piacere vederti," provai a sganciarmi, facendo un passo indietro e indicando vagamente in fondo alla strada. "Ma sono fottutamente in ritardo. Sof mi sta aspettando e se non arrivo mi uccide."
Lei non fece una piega. Allungò una mano e mi afferrò leggermente l'avambraccio. La sua pelle era calda, le dita morbide. C'era un profumo di crema solare e vaniglia che si sprigionava dal suo collo scoperto, qualcosa di estremamente intimo e adulto. "Giò, dai," mi disse, con un sorriso obliquo che mescolava la preghiera al comando. "Non mi puoi abbandonare così. Sto malissimo, ho bisogno di sfogarmi con qualcuno che conosca le dinamiche, qualcuno di cui mi fido. Un caffè. Offro io. Cinque minuti. Poi ti lascio andare dalla tua amichetta."
Mi guardava con quegli occhi intensi, il viso vicino al mio, il décolleté perfetto che si alzava e si abbassava in un respiro calcolato. Sapeva perfettamente l'effetto che faceva. Era logorroica e a tratti insopportabile, ma la sua presenza fisica aveva una gravità a cui era difficile sottrarsi.
Ero in trappola. Un caffè con l'ex di mio fratello, sorella della ragazza per cui stavo impazzendo, mentre Sofia mi aspettava a casa nuda e Maria era ancora una mina vagante.
"Un caffè veloce," cedetti, sospirando, sapendo già che quei cinque minuti si sarebbero trasformati in un sequestro di persona. "Ma veloce, Marica. Sul serio."
Il caffè si rivelò esattamente la tortura che avevo previsto, ma con una distrazione visiva che mi stava mandando al manicomio.
Seduti al tavolino del bar, Marica era un fiume in piena. Iniziò a dare di matto, ripercorrendo ogni singola tappa del fallimento della sua relazione con mio fratello. Le lacrime le rigavano il viso perfetto, rovinandole leggermente il trucco, mentre si sporgeva in avanti, gesticolando e buttandosi praticamente sul tavolino.
"Tu non hai idea di cosa mi ha fatto passare!" singhiozzava, tamponandosi gli occhi con un fazzolettino. "Io gli ho dato tutto, Giò. Tutto! E lui mi ha scartata come un vestito vecchio. È un insensibile, un mostro!"
Mentre lei piangeva, la mia mente viaggiava su due binari completamente separati. Sul primo binario, c'era un fastidio cosmico. Pensavo: Cazzo, ma perché ho accettato? Questa è pazza. Conoscevo bene le dinamiche: Marica era una di quelle ragazze tossiche fino al midollo, iper-possessiva, roba che se mio fratello non rispondeva a un messaggio entro tre minuti lei minacciava di buttarsi dal balcone o di ingoiare mezza farmacia. Non lo faceva letteralmente vivere. Era asfissiante.
Sul secondo binario, però, c'erano gli ormoni. Mentre lei si lamentava e si sporgeva in avanti, il suo top a fascia bianco sembrava sul punto di cedere. I suoi seni erano un richiamo ipnotico. Non erano le zizzone morbide e strabordanti di Anna, no. Erano sodi, pieni, con una forma a coppa perfetta, tenuti su senza l'ombra di un reggiseno, e la pelle abbronzata del décolleté era coperta da un leggero velo di sudore per il caldo. Era impossibile non guardarli. Ogni volta che faceva un respiro profondo per singhiozzare, io perdevo dieci punti di quoziente intellettivo.
"Sì, Marica, hai ragione, è stato un coglione," balbettai per la centesima volta, cercando di distogliere lo sguardo dalla sua scollatura e guardando l'orologio. "Senti, mi dispiace da morire, ma io ora devo proprio scappare. Sof mi aspetta e..."
"No, ti prego, Giò, un'ultima cosa!" mi interruppe, afferrandomi la mano sul tavolo con una presa disperata. "Non riesco più a vivere in quella casa. C'è uno scatolone in camera mia. È pieno zeppo delle sue felpe, dei suoi profumi... non ce la faccio a guardarlo, mi vengono gli attacchi di panico. Vuoi salire un secondo a prenderlo? Ti supplico."
Mi irrigidii. Andare a casa sua significava andare a casa di Anna. "Marica, guarda, è meglio di no," inventai, grattandomi il collo, sudando freddo. "Io e Anna... insomma, abbiamo litigato di brutto l'altro giorno. Non ci parliamo. Se mi vede entrare in casa sua le viene un infarto e mi lancia i coltelli dalla cucina."
Marica sbuffò una risata amara, asciugandosi una lacrima. "Ma figurati. Anna è rintanata in camera sua da due giorni, al buio, con la musica nelle cuffie. Sembra un fottuto vampiro in depressione. Non uscirà mai. Saliamo, prendi lo scatolone e te ne vai. Ti rubo tre minuti."
Ero scocciato, stanco, ma il senso di colpa per mio fratello e la voglia di levarmi da quella situazione mi fecero cedere. "E va bene. Tre minuti contati."
Durante il tragitto a piedi verso casa sua, Marica continuò a piangere e a fare la vittima. Arrivammo al portone, prendemmo l'ascensore e lei continuò a lamentarsi di come il mondo ce l'avesse con lei, mentre io annuivo con lo sguardo perso nel vuoto. Aprì la porta di casa. L'appartamento era silenzioso.
"Anna!" urlò improvvisamente Marica, facendomi saltare in aria. "Sono con un amico in camera mia per prendere delle cose! Non rompere e non uscire!" Da una porta chiusa in fondo al corridoio arrivò un urlo ovattato e incomprensibile, qualcosa che suonava vagamente come "Ma chi se ne frega, stronza!"
"Visto? Te l'avevo detto," sospirò Marica, asciugandosi l'ultima lacrima e facendomi cenno di entrare nella sua stanza.
La camera di Marica odorava di vaniglia e di chiuso. Lo scatolone di mio fratello era lì, ai piedi dell'armadio. Feci un passo avanti per prenderlo, sperando di battere il record mondiale di fuga, quando sentii la porta della stanza chiudersi alle mie spalle. E la chiave girare nella serratura. Click.
Mi bloccai. Mi girai lentamente. Marica era appoggiata alla porta. E, miracolosamente, non stava più piangendo.
I suoi occhi grandi e scuri non avevano più niente della vittima affranta. Erano lucidi, sì, ma di una freddezza predatrice e diabolica. Il suo viso, incorniciato dai capelli scuri, assunse un'espressione di pura, vendicativa sensualità.
"Marica... che fai?" chiesi, la voce che mi tradì spezzandosi.
Lei non rispose subito. Fece due passi verso di me, lenti, felini. Prima che potessi reagire, mi mise le mani sul petto e mi diede una spinta. Inciampai all'indietro e caddi seduto sul bordo del letto.
"Pensi che io sia stupida, Giò?" mormorò, avvicinandosi, piazzandosi esattamente in mezzo alle mie gambe divaricate. "Pensi che non me ne sia accorta?" "Accorta... di cosa?" balbettai, sentendo il profumo della sua pelle mischiarsi all'adrenalina.
Marica fece un sorriso che le illuminò il viso, un sorriso carico di un ego smisurato che aveva appena trovato il suo nutrimento. "Ho visto come mi guardavi al bar," sussurrò, chinandosi leggermente in avanti. "Ho pianto per mezz'ora, ti ho vomitato addosso i miei traumi... e tu non hai fatto altro che fissarmi le tette. Il tuo cervello era completamente spento."
Il mio viso andò in fiamme. Fui beccato in pieno. "Io... no, ti stavo ascoltando..."
"Bugiardo," lo zittì lei, passandomi una mano tra i capelli, costringendomi a guardarla negli occhi. "E sai una cosa? Mi va benissimo. Mi voglio vendicare, Giò. Voglio vendicarmi di tutta la merda che ho vissuto con la tua famiglia, dell'umiliazione che mi ha fatto subire quel coglione. E sai qual è il modo migliore per farlo?"
Deglutii rumorosamente. "Quale?"
"Scopare suo fratello minore," sibilò lei, la voce roca e carica di una perversione calcolata. "Proprio qui. In camera mia. Mentre lui è chissà dove a fare il fenomeno."
E poi, lo fece. Incrociò le braccia, afferrò l'orlo del top a fascia bianco e, con un movimento fluido e spudorato, lo tirò su, sfilandoselo dalla testa e lanciandolo sul pavimento.
Rimase in topless davanti a me. Era uno spettacolo illegale. I suoi seni, ora liberi dalla costrizione della stoffa, si rivelarono in tutta la loro maestosa perfezione mediterranea. Erano pesanti, sodi, con capezzoli scuri e turgidi che puntavano dritti verso di me. La pelle era dorata, immacolata. Marica tirò indietro le spalle, inarcando leggermente la schiena per offrirmeli in pieno, godendosi la mia espressione devastata. Voleva essere venerata. Esigeva la mia ammirazione più totale.
Il mio cervello andò in tilt. Riassumiamo, pensò la mia voce interiore, in preda al panico e all'eccitazione più sfrenata. Sono seduto sul letto della pazza furiosa che ha rovinato la vita a mio fratello. Ha appena chiuso la porta a chiave. È mezza nuda davanti a me, con due tette che meritano un premio Nobel per la pace. E, ciliegina sulla torta, la ragazza che amo e per cui sto perdendo il sonno è barricata nella stanza accanto, a dieci fottuti metri da qui.
Alzai lo sguardo verso il viso di Marica, poi lo riabbassai sul suo décolleté, sentendo la zip dei miei pantaloni minacciare di esplodere. "Marica," sospirai, con la voce rassegnata di un uomo che ha appena accettato la propria condanna a morte. "Sei ufficialmente il chiodo finale sulla bara della mia dignità."
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