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Erotika
Provincia Di Troie - Vol.1 · Cap. 7
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Capitolo 7 di 9 20 min di lettura

Lacrime da troia e sesso per ripicca

Incastrato dalla tossica ex del fratello, Giovanni cade dritto nella trappola delle sue zizzone. Un topless spudorato si trasforma in puro e viscido revenge sex, il tutto a due passi dalla camera di Anna.

Giovy22
4 mesi fa · 853 letture · 2

"Sì, lo stress, certo," ribatté Marica, socchiudendo gli occhi grandi. "Ma il vero stress ce l'ho io. Devo gestire la sua instabilità mentre io crollo a pezzi dentro. Sai cosa mi ha detto ieri tuo fratell-"

"Marica, giuro, mi fa un sacco piacere vederti," provai a sganciarmi, facendo un passo indietro e indicando vagamente in fondo alla strada. "Ma sono fottutamente in ritardo. Sof mi sta aspettando e se non arrivo mi uccide."

Lei non fece una piega. Allungò una mano e mi afferrò leggermente l'avambraccio. La sua pelle era calda, le dita morbide. C'era un profumo di crema solare e vaniglia che si sprigionava dal suo collo scoperto, qualcosa di estremamente intimo e adulto. "Giò, dai," mi disse, con un sorriso obliquo che mescolava la preghiera al comando. "Non mi puoi abbandonare così. Sto malissimo, ho bisogno di sfogarmi con qualcuno che conosca le dinamiche, qualcuno di cui mi fido. Un caffè. Offro io. Cinque minuti. Poi ti lascio andare dalla tua amichetta."

Mi guardava con quegli occhi intensi, il viso vicino al mio, il décolleté perfetto che si alzava e si abbassava in un respiro calcolato. Sapeva perfettamente l'effetto che faceva. Era logorroica e a tratti insopportabile, ma la sua presenza fisica aveva una gravità a cui era difficile sottrarsi.

Ero in trappola. Un caffè con l'ex di mio fratello, sorella della ragazza per cui stavo impazzendo, mentre Sofia mi aspettava a casa nuda e Maria era ancora una mina vagante.

"Un caffè veloce," cedetti, sospirando, sapendo già che quei cinque minuti si sarebbero trasformati in un sequestro di persona. "Ma veloce, Marica. Sul serio."

Il caffè si rivelò esattamente la tortura che avevo previsto, ma con una distrazione visiva che mi stava mandando al manicomio.

Seduti al tavolino del bar, Marica era un fiume in piena. Iniziò a dare di matto, ripercorrendo ogni singola tappa del fallimento della sua relazione con mio fratello. Le lacrime le rigavano il viso perfetto, rovinandole leggermente il trucco, mentre si sporgeva in avanti, gesticolando e buttandosi praticamente sul tavolino.

"Tu non hai idea di cosa mi ha fatto passare!" singhiozzava, tamponandosi gli occhi con un fazzolettino. "Io gli ho dato tutto, Giò. Tutto! E lui mi ha scartata come un vestito vecchio. È un insensibile, un mostro!"

Mentre lei piangeva, la mia mente viaggiava su due binari completamente separati. Sul primo binario, c'era un fastidio cosmico. Pensavo: Cazzo, ma perché ho accettato? Questa è pazza. Conoscevo bene le dinamiche: Marica era una di quelle ragazze tossiche fino al midollo, iper-possessiva, roba che se mio fratello non rispondeva a un messaggio entro tre minuti lei minacciava di buttarsi dal balcone o di ingoiare mezza farmacia. Non lo faceva letteralmente vivere. Era asfissiante.

Sul secondo binario, però, c'erano gli ormoni. Mentre lei si lamentava e si sporgeva in avanti, il suo top a fascia bianco sembrava sul punto di cedere. I suoi seni erano un richiamo ipnotico. Non erano le zizzone morbide e strabordanti di Anna, no. Erano sodi, pieni, con una forma a coppa perfetta, tenuti su senza l'ombra di un reggiseno, e la pelle abbronzata del décolleté era coperta da un leggero velo di sudore per il caldo. Era impossibile non guardarli. Ogni volta che faceva un respiro profondo per singhiozzare, io perdevo dieci punti di quoziente intellettivo.

"Sì, Marica, hai ragione, è stato un coglione," balbettai per la centesima volta, cercando di distogliere lo sguardo dalla sua scollatura e guardando l'orologio. "Senti, mi dispiace da morire, ma io ora devo proprio scappare. Sof mi aspetta e..."

"No, ti prego, Giò, un'ultima cosa!" mi interruppe, afferrandomi la mano sul tavolo con una presa disperata. "Non riesco più a vivere in quella casa. C'è uno scatolone in camera mia. È pieno zeppo delle sue felpe, dei suoi profumi... non ce la faccio a guardarlo, mi vengono gli attacchi di panico. Vuoi salire un secondo a prenderlo? Ti supplico."

Mi irrigidii. Andare a casa sua significava andare a casa di Anna. "Marica, guarda, è meglio di no," inventai, grattandomi il collo, sudando freddo. "Io e Anna... insomma, abbiamo litigato di brutto l'altro giorno. Non ci parliamo. Se mi vede entrare in casa sua le viene un infarto e mi lancia i coltelli dalla cucina."

Marica sbuffò una risata amara, asciugandosi una lacrima. "Ma figurati. Anna è rintanata in camera sua da due giorni, al buio, con la musica nelle cuffie. Sembra un fottuto vampiro in depressione. Non uscirà mai. Saliamo, prendi lo scatolone e te ne vai. Ti rubo tre minuti."

Ero scocciato, stanco, ma il senso di colpa per mio fratello e la voglia di levarmi da quella situazione mi fecero cedere. "E va bene. Tre minuti contati."

Durante il tragitto a piedi verso casa sua, Marica continuò a piangere e a fare la vittima. Arrivammo al portone, prendemmo l'ascensore e lei continuò a lamentarsi di come il mondo ce l'avesse con lei, mentre io annuivo con lo sguardo perso nel vuoto. Aprì la porta di casa. L'appartamento era silenzioso.

"Anna!" urlò improvvisamente Marica, facendomi saltare in aria. "Sono con un amico in camera mia per prendere delle cose! Non rompere e non uscire!" Da una porta chiusa in fondo al corridoio arrivò un urlo ovattato e incomprensibile, qualcosa che suonava vagamente come "Ma chi se ne frega, stronza!"

"Visto? Te l'avevo detto," sospirò Marica, asciugandosi l'ultima lacrima e facendomi cenno di entrare nella sua stanza.

La camera di Marica odorava di vaniglia e di chiuso. Lo scatolone di mio fratello era lì, ai piedi dell'armadio. Feci un passo avanti per prenderlo, sperando di battere il record mondiale di fuga, quando sentii la porta della stanza chiudersi alle mie spalle. E la chiave girare nella serratura. Click.

Mi bloccai. Mi girai lentamente. Marica era appoggiata alla porta. E, miracolosamente, non stava più piangendo.

I suoi occhi grandi e scuri non avevano più niente della vittima affranta. Erano lucidi, sì, ma di una freddezza predatrice e diabolica. Il suo viso, incorniciato dai capelli scuri, assunse un'espressione di pura, vendicativa sensualità.

"Marica... che fai?" chiesi, la voce che mi tradì spezzandosi.

Lei non rispose subito. Fece due passi verso di me, lenti, felini. Prima che potessi reagire, mi mise le mani sul petto e mi diede una spinta. Inciampai all'indietro e caddi seduto sul bordo del letto.

"Pensi che io sia stupida, Giò?" mormorò, avvicinandosi, piazzandosi esattamente in mezzo alle mie gambe divaricate. "Pensi che non me ne sia accorta?" "Accorta... di cosa?" balbettai, sentendo il profumo della sua pelle mischiarsi all'adrenalina.

Marica fece un sorriso che le illuminò il viso, un sorriso carico di un ego smisurato che aveva appena trovato il suo nutrimento. "Ho visto come mi guardavi al bar," sussurrò, chinandosi leggermente in avanti. "Ho pianto per mezz'ora, ti ho vomitato addosso i miei traumi... e tu non hai fatto altro che fissarmi le tette. Il tuo cervello era completamente spento."

Il mio viso andò in fiamme. Fui beccato in pieno. "Io... no, ti stavo ascoltando..."

"Bugiardo," lo zittì lei, passandomi una mano tra i capelli, costringendomi a guardarla negli occhi. "E sai una cosa? Mi va benissimo. Mi voglio vendicare, Giò. Voglio vendicarmi di tutta la merda che ho vissuto con la tua famiglia, dell'umiliazione che mi ha fatto subire quel coglione. E sai qual è il modo migliore per farlo?"

Deglutii rumorosamente. "Quale?"

"Scopare suo fratello minore," sibilò lei, la voce roca e carica di una perversione calcolata. "Proprio qui. In camera mia. Mentre lui è chissà dove a fare il fenomeno."

E poi, lo fece. Incrociò le braccia, afferrò l'orlo del top a fascia bianco e, con un movimento fluido e spudorato, lo tirò su, sfilandoselo dalla testa e lanciandolo sul pavimento.

Rimase in topless davanti a me. Era uno spettacolo illegale. I suoi seni, ora liberi dalla costrizione della stoffa, si rivelarono in tutta la loro maestosa perfezione mediterranea. Erano pesanti, sodi, con capezzoli scuri e turgidi che puntavano dritti verso di me. La pelle era dorata, immacolata. Marica tirò indietro le spalle, inarcando leggermente la schiena per offrirmeli in pieno, godendosi la mia espressione devastata. Voleva essere venerata. Esigeva la mia ammirazione più totale.

Il mio cervello andò in tilt. Riassumiamo, pensò la mia voce interiore, in preda al panico e all'eccitazione più sfrenata. Sono seduto sul letto della pazza furiosa che ha rovinato la vita a mio fratello. Ha appena chiuso la porta a chiave. È mezza nuda davanti a me, con due tette che meritano un premio Nobel per la pace. E, ciliegina sulla torta, la ragazza che amo e per cui sto perdendo il sonno è barricata nella stanza accanto, a dieci fottuti metri da qui.

Alzai lo sguardo verso il viso di Marica, poi lo riabbassai sul suo décolleté, sentendo la zip dei miei pantaloni minacciare di esplodere. "Marica," sospirai, con la voce rassegnata di un uomo che ha appena accettato la propria condanna a morte. "Sei ufficialmente il chiodo finale sulla bara della mia dignità."

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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