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Erotika
Provincia Di Troie - Vol.1 · Cap. 7
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Capitolo 7 di 9 20 min di lettura

Lacrime da troia e sesso per ripicca

Incastrato dalla tossica ex del fratello, Giovanni cade dritto nella trappola delle sue zizzone. Un topless spudorato si trasforma in puro e viscido revenge sex, il tutto a due passi dalla camera di Anna.

Giovy22
4 mesi fa · 853 letture · 2

"Tutto merito della dottoressa," mormorai contro la sua pelle bagnata, prima di affondare di nuovo la lingua in lei, questa volta spingendomi in profondità e alternando il movimento con suzioni voraci sul suo punto più sensibile.

La situazione precipitò verso il piacere assoluto. Sofia chiuse gli occhi, la TV completamente dimenticata. I suoi respiri divennero corti, spezzati, trasformandosi in una serie di gemiti acuti e disperati. Le sue cosce carnose si strinsero attorno alle mie orecchie come una morsa, i muscoli tesi allo spasimo. Il sapore salato e dolciastro della sua eccitazione era una droga. Aumentai il ritmo, martellando il suo clitoride con la lingua senza darle un secondo di tregua, succhiando con forza ogni volta che sentivo i suoi fianchi sollevarsi in cerca di attrito.

"Vengo... vengo, Giò, vengo!" urlò a un certo punto, inarcando la schiena in modo drammatico, la testa spinta all'indietro contro il cuscino. La sua figa fu attraversata da una serie di spasmi violenti, inondandomi la bocca. Continuai a stimolarla morbidamente anche durante il climax, facendola tremare come una foglia e strappandole l'ultimo, lunghissimo gemito liberatorio.

Quando mi tirai su, asciugandomi la bocca col dorso della mano, la scena era un capolavoro. Sofia era stesa a braccia larghe, letteralmente sudata fradicia, il petto che si alzava e si abbassava a un ritmo folle, le guance rosse e un'espressione da chi ha appena visto la Madonna. Era su di giri, carica di endorfine e THC.

Mi sdraiai accanto a lei, appoggiando la testa sul suo seno morbido. Lei, con una mano ancora tremante, mi passò la canna mezza finita. Finimmo di fumare in un silenzio complice, pesante e bellissimo. Il mix di alcol smaltito, erba e sesso ci diede il colpo di grazia. La TV rimase accesa a fare da sottofondo mentre noi, aggrovigliati l'uno all'altra, crollavamo in un sonno profondo e senza sogni, lasciando il mondo e le sue apocalissi fuori dalla porta.

Il risveglio, però, presentò il conto. E i due giorni successivi furono un autentico, logorante limbo di malinconia e paranoia.

domenica e lunedì li passai barricato in camera mia, fissando il soffitto o aggiornando compulsivamente WhatsApp. Il silenzio da parte di Anna e Maria era assordante. Era come vivere all'ombra di un vulcano pronto a eruttare: mi aspettavo da un momento all'altro la telefonata in lacrime di Giulio, un messaggio carico d'odio da parte di Anna o un ricatto psicologico di Maria. Ma niente. Zero assoluto. Questo vuoto comunicativo mi stava letteralmente divorando lo stomaco.

Poi, martedì pomeriggio, il telefono vibrò. Il cuore mi saltò in gola. Presi il cellulare, preparandomi mentalmente all'esecuzione. Ma il nome sul display non era né quello della mia dea ingenua né quello della troia manipolatrice.

Era Ilenia.

Ilenia: Ciao Giò. Senti, c'ho pensato un po' su in questi giorni. Mi dispiace per come ci siamo mollati l'altra sera. Sono stata molto rigida, ma forse ho sbagliato anche io a non capire che eri solo su di giri e fuso dall'alcol. Non voglio perdere il bel rapporto e le belle chiacchierate che stavamo costruendo per una cazzata. Se ti va, possiamo fare finta che l'altra sera non sia mai esistita e darci una seconda possibilità. Caffè freddo domani pomeriggio? Offro io.

Rilessi il messaggio tre volte. Un'ondata di sollievo puro mi travolse. Ilenia non mi odiava. Nella sua testa da intellettuale aveva processato l'accaduto, lo aveva razionalizzato e, incredibilmente, aveva deciso di perdonarmi. Tra tanto fango e tanto disastro, quello spiraglio di luce era esattamente ciò di cui avevo bisogno per non impazzire.

Io: Non sai quanto mi rende felice leggere questo messaggio, Ile. Sono stato un coglione e accetto il caffè freddo con infinita gratitudine. Prometto di tenere le mani a posto e il cervello acceso questa volta.

Lei rispose con l'emoji di un sorriso ironico, e ricominciammo a chattare con la solita fluidità, come se il mio scivolone da viscido non fosse mai accaduto. Il fronte Ilenia era miracolosamente salvo.

Sul fronte Anna e Maria, invece, la guerra fredda continuava. E sapevo, con assoluta certezza, che quando la bomba fosse sganciata, avrebbe fatto vittime illustri.

Il giovedì arrivò portandosi dietro un caldo asfissiante e una cappa di umidità che sembrava incollarsi ai vestiti. L'hangover emotivo e alcolico del weekend era parzialmente rientrato grazie al ritorno alla normalità con Ilenia, ma il silenzio radio di Anna e Maria continuava a scavarmi un buco nello stomaco.

Per non impazzire, stavo facendo l'unica cosa sensata: andavo a piedi verso casa di Sofia. I suoi genitori erano ancora in Sardegna, e avevamo in programma un pomeriggio di aria condizionata, lamentele reciproche e sesso disimpegnato per scaricare la tensione.

Stavo svoltando l'angolo della piazza principale, la testa china sul telefono, quando una voce mi inchiodò al marciapiede.

"Giò! Ma guarda chi c'è."

Alzai lo sguardo e il sangue mi si gelò per un istante. Cazzo, pensai, in preda al panico.

Davanti a me c'era Marica. L'ex storica di mio fratello. E, dettaglio non trascurabile in quel momento, la sorella maggiore di Anna.

Marica era una di quelle donne che non potevi ignorare, anche se ci provavi con tutte le tue forze. Aveva un fascino totalmente diverso dalle ragazze che frequentavo di solito: niente aria da "ragazzina da social" o pose ammiccanti. La sua era un'eleganza puramente mediterranea, una sensualità naturale e sofisticata che sembrava uscita direttamente da un film italiano ambientato in costiera d'estate.

Mi venne incontro con un passo lento, sicuro. Indossava un top bianco a fascia aderentissimo e una gonna leggera che le scivolava sui fianchi. I suoi lineamenti erano morbidi ma estremamente espressivi: grandi occhi scuri e intensi che ti scrutavano, un naso sottile e labbra piene, delicate, piegate in un sorriso che aveva sempre una nota vagamente altezzosa, come di una donna abituata a ricevere attenzioni senza doverle chiedere. La pelle, leggermente arrossata dal sole, era punteggiata da lentiggini leggere sul naso che le davano un'aria autentica, umana, imperfetta nel modo più eccitante possibile.

Ma era il suo corpo a fregarti il cervello. Marica non era estrema o esagerata; era semplicemente, fottutamente armoniosa. Curve morbide, eleganti, adulte. Il top a fascia senza spalline che indossava metteva in risalto in modo prepotente il suo seno, pieno e perfettamente proporzionato, offrendo una visuale sul décolleté che ti costringeva a fare uno sforzo disumano per guardarla negli occhi. Emanava una sensualità calda, avvolgente, per nulla aggressiva, ma che ti catturava con la sola presenza.

Il problema, però, era che appena apriva bocca, quella magia cinematografica rischiava di schiantarsi contro un muro di logorrea e vittimismo. Marica era la regina del dramma, e con la rottura fresca con mio fratello, sapevo già che mi avrebbe sequestrato per farmi il processo. Non si sarebbe più zittita.

"Marica! Ciao!" esclamai, sfoderando il sorriso più falso e cordiale del mio repertorio, fermandomi a un metro da lei. "Che coincidenza. Sembri... radiosa. Il sole ti fa bene."

Lei sospirò teatralmente, passandosi una mano tra i capelli scuri, le spalle scoperte che si alzavano in un gesto rassegnato. Il movimento fece tendere la stoffa sul seno, attirando inevitabilmente il mio sguardo per una frazione di secondo. "Magari fossi radiosa, Giò," iniziò, con quel suo tono languido e sofferente. "Sto cercando di sopravvivere. Esco a fare due passi per non impazzire chiusa in casa. Sai com'è la situazione... dopo quello che tuo fra-"

"E il lavoro? Come sta andando?" la interruppi brutalmente, con un entusiasmo quasi isterico, pur di deviare il missile nucleare che stava per sganciare su mio fratello. "Tutto bene in ufficio?"

Lei sbatté le palpebre, leggermente infastidita dall'interruzione, ma l'egocentrismo prese il sopravvento. "Ah, guarda, un inferno. Mi caricano di responsabilità come se fossi l'unica a saper fare le cose. Ma d'altronde, se non ci penso io..." Iniziò a parlare ininterrottamente per tre minuti buoni delle dinamiche del suo ufficio, lamentandosi dei colleghi. Annuivo compulsivamente, fingendo interesse, mentre il mio cervello cercava una via di fuga.

"Immagino, immagino, sei insostituibile," le diedi corda, approfittando di un suo respiro per piazzare il colpo. "Senti, e a casa? Anna come sta? Non la sento da domenica, fa la misteriosa ultimamente."

Infilare Anna nel discorso aveva un doppio scopo: sviare definitivamente il discorso da mio fratello e cercare di estorcere informazioni sul silenzio tombale che la mia "dea ingenua" stava mantenendo dopo il trauma a casa di Maria.

Marica incrociò le braccia sotto il petto. Il top bianco si tese ulteriormente, spingendo verso l'alto le sue forme morbide. Mi guardò con un pizzico di sufficienza. "Anna è fuori di testa, Giò. Ti giuro, non so che le prende," sbuffò, scuotendo la testa. "L'altra sera è tornata a casa pallida come un lenzuolo, si è chiusa in camera e ha pianto non so per quanto. Ieri ha litigato al telefono con quel tamarro di Marco e lo ha mezzo mollato. E oggi è in un mutismo selettivo insopportabile."

Il mio cuore fece una capriola. Ha mollato Marco? Ha pianto? Cristo santo, l'ho traumatizzata davvero. Cercai di mantenere la faccia da poker. "Ah, mi dispiace. Sarà lo stress dell'estate."

Prima di andare avanti…

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