Ma non avevo intenzione di venire in un corridoio come un ragazzino in preda agli ormoni. La posta in gioco era troppo alta. Con un sospiro pesante, le afferrai i polsi, fermando la sua mano.
"Andiamo," le ordinai, trascinandola verso la sua camera da letto.
La spinsi senza troppi complimenti sul materasso. Era arrivato il momento. Le sfilai finalmente quei maledetti leggings neri che la fasciavano e feci saltare il gancetto del reggiseno, rivelando un corpo fatto per il peccato. La pelle abbronzata, i seni sodi e non tanto grandi, le curve dolci dei fianchi: era uno spettacolo abbacinante.
La tirai verso di me per le caviglie, facendola scivolare fino al bordo del materasso. La feci mettere in ginocchio, con la schiena appoggiata contro la pediera del letto, mentre io mi piazzavo in piedi, nudo e sovrastante, esattamente davanti al suo viso.
"Visto che sei la professoressa ufficiale del gruppo," le dissi, sfiorandole le labbra con la punta bollente del mio sesso, "fammi provare questi pompini di cui tanto ti vanti. Voglio vedere se sei brava a fare quanto a spiegare."
Maria non se lo fece ripetere due volte. Non c'era traccia di sottomissione nei suoi occhi; solo una fame atavica. Mi afferrò per i fianchi e aprì la bocca, inghiottendomi.
Feci un passo avanti, spingendo il bacino e sbattendoglielo in fondo alla gola con prepotenza. Ma lei non si fece minimamente sopraffare. Non era Anna, impacciata e spaventata; era una vera esperta. Mentre io dettavo il ritmo, scopandole la bocca con spinte profonde, lei teneva il controllo assoluto. Ingoiava ogni mia spinta senza il minimo conato, stringendo le labbra per creare un sottovuoto micidiale. Nel frattempo, una delle sue mani era scivolata sotto di me, accarezzandomi le palle e massaggiandole con dita sapienti, tirandole dolcemente esattamente come aveva spiegato poco prima alla sua "allieva". Era un mix letale di istinto e tecnica pura, una morsa calda e umida che minacciava di prosciugarmi l'anima.
Le labbra di Maria erano un vizio capitale. Inginocchiata davanti a me, con la schiena premuta contro i piedi del letto, mi stava dimostrando che la teoria della zucchina era solo la punta dell'iceberg.
Il calore della sua bocca era umido, avvolgente, un vuoto pneumatico perfetto che mi risucchiava l'anima a ogni affondo. Non c'era esitazione in lei. Le sue guance si scavavano verso l'interno, la lingua guizzava veloce sul frenulo per poi appiattirsi e lasciarmi scivolare fino in fondo alla gola, assecondando le mie spinte senza mai perdere il ritmo. Con una mano mi accarezzava la base, con l'altra si teneva aggrappata alle mie cosce. Il suono osceno, bagnato e ritmico della sua saliva riempiva la stanza.
Non avevo mai provato nulla del genere. Guardavo i suoi riccioli scuri ondeggiare, il seno nudo e abbronzato che si sollevava a ogni respiro rubato, e i suoi occhi chiari che mi fissavano dal basso, carichi di una lussuria malvagia. La tensione salì in modo fulmineo.
"Maria... cazzo, ci sono," ringhiai, stringendole i capelli con entrambe le mani. Non si fermò. Anzi, strinse la presa e accelerò. Mi svuotai nella sua bocca con una foga disperata, le gambe che mi tremavano. Lei non batté ciglio. Prese ogni singola goccia, deglutendo rumorosamente, e poi si passò la lingua sulle labbra lucide, sfoggiando un sorriso da predatrice sazia.
Si alzò in piedi, pulendosi l'angolo della bocca col dorso della mano. Il suo respiro era pesante, il petto si alzava e si abbassava vertiginosamente. "Bene," sussurrò, con una voce roca che mi fece rizzare i peli sulle braccia. "E ora devi scoparmi, amico infame. Mettiti il preservativo, o fai la pussy?"
Era la sfida definitiva. Il disprezzo totale per Giulio, l'adrenalina dell'infamia, la lussuria più becera. Non le risposi nemmeno.
L'afferrai per i fianchi, la sollevai di peso e la scaraventai sul centro del materasso. Maria rimbalzò a gambe all'aria, ridendo, ma la sua risata si strozzò quando mi piazzai tra le sue cosce e, con una sola, decisa spinta di reni, entrai dentro di lei senza la minima protezione.
Fu come scivolare in un inferno di seta. Era fradicia, bagnatissima come una furia in tempesta. E fu lì che notai la differenza abissale: la figa di Maria non era stretta e nervosa come quella di Sof. Sof era una morsa, pura inesperienza ed entusiasmo. Maria, invece, era un guanto di velluto caldissimo, un abisso morbido e scivoloso, modellato dall'esperienza. Ti accoglieva senza opporre resistenza, ma i suoi muscoli interni sapevano esattamente come contrarsi per farti impazzire.
Iniziai a scoparla con una passione furibonda. Questa volta ero io a condurre il gioco. Le bloccai i polsi sul cuscino e cominciai a stantuffare con spinte lunghe, pesanti e inesorabili. L'impatto tra la mia pelle sudata e le sue natiche riecheggiava nella stanza, un applauso osceno e ritmico.
Maria non se lo aspettava. Era abituata a gestire la situazione, ma io la stavo letteralmente inchiodando al materasso. "Sì... cazzo, Giò, sì!" iniziò a gemere, inarcando la schiena. La sua voce si fece sempre più acuta, la testa che sbatteva contro la testiera del letto. Spingevo con decisione, concentrandomi solo sul punto in cui sapevo di farle perdere la testa. A ogni affondo profondo, le sue unghie mi graffiavano le braccia.
"Vengo... Oddio, vengo!" urlò a pieni polmoni, strizzandomi da dentro con una serie di spasmi violenti e caldissimi.
Ma io non mi fermai. Ero diventato una macchina da guerra. E il motivo era il più deviato di tutti. Mentre il mio corpo continuava a martellare quello di Maria, senza perdere un colpo, il mio cervello aveva cambiato stanza. Chiusi gli occhi per un secondo. E lì, stampate a fuoco nella mia retina, c'erano le tette di Anna. Quelle stesse tette candide e burrose che avevo spiato dallo spiraglio della porta, soppesate dalle mani di Maria. L'idea della mia dea ingenua fasciata in quel top di seta mi diede una resistenza sovrumana. Stavo scopando la "troia" del gruppo, ma stavo facendo l'amore mentale con Anna.
Questo cortocircuito mi trasformò in una furia inarrestabile. "Ancora... non ti fermare..." ansimava Maria, sconvolta da quel ritmo che non accennava a diminuire.
Ripresi ad affondare, sempre più veloce, sempre più forte. Il mio corpo dettava una danza primitiva e brutale. Maria perse ogni freno inibitorio. Iniziò a piangere dal piacere, la bocca spalancata in un gemito muto, il corpo che si contorceva sotto di me come attraversato dall'alta tensione. Quando venne per la seconda volta, lo fece con una forza tale da far tremare tutto il letto, aggrappandosi alle mie spalle come se stesse affogando.
Solo in quel momento, al culmine del suo secondo spasmo, mi tirai indietro di scatto, sfilandomi completamente da lei, lucido e duro, senza essere ancora venuto.
Mi accasciai di lato sul letto, col fiato corto e i polmoni in fiamme, mentre l'aria condizionata ci gelava il sudore addosso. Maria era una pozza di carne fremente. Giaceva a pancia in su, il petto abbondante che faticava a trovare un ritmo regolare, i capelli ricci sparsi sul cuscino come un'aureola disordinata. Ci mise due minuti buoni per riaprire gli occhi.
Girò lentamente la testa verso di me. Mi guardò, le guance ancora paonazze, e si lasciò sfuggire una risata stanca, quasi incredula.
"Cristo santo, Giò..." ansimò, passandosi una mano tremante sulla fronte sudata. "Con Giulio... devo sempre fare tutto io. Devo muovermi io, devo guidarlo io... È da non so quanto fottuto tempo che qualcuno non prendeva il controllo in questo modo." Si morse il labbro, sfiorandomi il petto con le dita. "Amico mio... mi sa che abbiamo appena creato un grosso, enorme problema."
Rimasi a guardare Maria stesa sul letto, il petto che si alzava e si abbassava freneticamente. Avevo appena chiuso una prestazione da vera Serie A, dominando la "tigre", ma il problema tecnico rimaneva: ero ancora fottutamente duro.
Allungai una mano e le accarezzai la coscia sudata, facendo scivolare le dita verso il suo centro ancora pulsante. "Tutto molto bello, Maria," le dissi, sfoggiando un sorriso sornione mentre riprendevo fiato. "Ma c'è un piccolo dettaglio. Io non sono ancora venuto."
Lei aprì un occhio, passandosi la lingua sulle labbra carnose. Mi guardò il cavallo dei pantaloni gettati a terra, poi il mio membro ancora dritto come un fuso. Fece una risatina bassa, rotta dall'affanno. "E che vuoi, zombi? Che te lo succhi di nuovo fino a farti svenire? O vuoi farti un'altra passata qua dentro?"
Capii in quel preciso istante di avere l'occasione della mia vita. Era il momento di chiudere in bellezza, di sfidarla sul suo stesso terreno. Mi misi a gattoni sopra di lei, sovrastandola, e feci scivolare la punta bollente del mio cazzo esattamente contro la sua figa bagnata, strusciandolo con lentezza esasperante, senza entrare.
Maria inarcò la schiena, strozzando un gemito. "Che c'è," mi prese in giro, piantandomi le unghie sui fianchi. "Vuoi scoparmi ancora? Non ti è bastato farmi urlare, eh?" "Hai per caso ancora quel lubrificante al silicone di cui parlavi prima?" le sussurrai a un millimetro dalla bocca.
