Le strinsi i collant attorno al collo. Non una presa letale, ma una tensione erotica, ferma e inequivocabile, incrociando i lembi del nylon sopra la sua gola, costringendola a guardarmi dal basso verso l'alto. "Sei mia, stasera," le sussurrai, e con un colpo di reni brutale, entrai dentro di lei.
Maria emise un suono che fu a metà tra un urlo e un lamento strozzato. L'impatto fu devastante. La sua figa mi accolse come un abisso bollente e scivoloso. Iniziai a scoparla con una violenza che non mi apparteneva, sfogando tutto il rancore, l'eccitazione e l'odio per quella serata. Il silenzio della casa, rotto solo dalla musica lontana dal salotto e dai nostri colpi sordi sul materasso, rendeva tutto più claustrofobico e sporco.
Tenevo i collant in tensione con una mano, mentre con l'altra le bloccavo i polsi. Lei aveva gli occhi lucidi, la bocca mezza aperta per cercare aria, ma non cercava di liberarsi. Anzi, si spingeva contro la stretta, il collo teso. "Sì... sì..." ansimava debolmente, gli effetti dell'alcol che le rendevano lo sguardo vitreo e carico di lussuria. "Amo tutto questo... scopami, cazzo..."
Affondai in lei con spinte inesorabili, lunghe e pesanti. La sentivo stringersi attorno a me, i suoi spasmi interni che preannunciavano l'esplosione. I suoi gemiti trattenuti, soffocati dalla tensione della calza di nylon, erano la colonna sonora del nostro disastro. "Vengo..." sussurrò lei, gli occhi rovesciati all'indietro. "Giò... vengo!" Il suo corpo fu scosso da contrazioni violente, la sua figa che mi mungeva disperatamente mentre l'orgasmo la travolgeva come un'onda anomala.
La lasciai godere per tre secondi esatti. Poi, al culmine del suo piacere, mi fermai di colpo e mi sfilai da lei. Maria sbatté le palpebre, confusa, il petto che si alzava a un ritmo disumano. Allentai la presa dei collant per farla respirare.
"Tutto qui?" le dissi, sfoggiando un sorriso cinico, nascondendo a fatica il fatto che stavo per esplodere anch'io. La guardai con aria di superiorità. "Te lo devo dire, Maria... la tua figa non riesce proprio a farmi venire. Sei troppo larga per i miei gusti."
La stoccata fu crudele, un insulto da manuale calcolato per colpire il suo ego smisurato proprio nel momento di massima vulnerabilità. Maria sgranò gli occhi, l'orgoglio ferito che le infiammava le guance. Aprì la bocca per insultarmi, ma io non glielo permisi.
"Girate," le ordinai, afferrandola per un braccio. La ribaltai a pancia in giù, facendola mettere a pecora, con il viso schiacciato contro il cuscino e il sedere perfettamente offerto a me. "Meno male che c'è una soluzione," ironizzai.
Recuperai la bottiglietta di lubrificante dal comodino, ne versai una quantità oscena sulle mie dita e sul suo ingresso posteriore, e poi, senza ulteriori preamboli, spinsi la punta del mio sesso contro la sua fessura anale. Maria lanciò un urlo acuto, immediatamente soffocato dal cuscino. La morsa strettissima e dolorosa del suo culo mi accolse. Affondai con una spinta decisa, fino alla base.
Mentre il mio corpo si abituava a quella densità pazzesca, afferrai di nuovo i lembi dei collant che aveva ancora al collo con la mano sinistra, tirandola leggermente verso di me per inarcarle la schiena, mentre con la mano destra le assestai una sculacciata sonora e brutale sulla natica destra.
SLACK.
Il rumore dello schiaffo rimbombò nella stanza. Maria gemette forte, dimenando i fianchi. Iniziai a scoparle il culo con un ritmo spietato, marziale. A ogni mia spinta in avanti, la mia mano destra si alzava e si abbatteva sulla sua carne morbida. Spinta. Schiaffo. Spinta. Schiaffo. I suoi glutei diventarono rapidamente rossi, mentre i suoi lamenti si trasformavano in puro godimento perverso.
Eravamo andati oltre ogni limite. Era una scena cupa, carica di un'animalità violenta che l'alcol aveva solo esasperato, e io me ne stavo nutrendo fino all'ultima goccia, pronto a scaricare tutto il mio veleno dentro di lei.
La tensione in quella stanza era diventata qualcosa di solido, un calore asfissiante che l’aria condizionata non riusciva più a scalfire. Ero in un loop di pura ferocia, alimentato dal gin, dal rifiuto di Ilenia e da quell'assurda, costante presenza di Anna che mi fluttuava nel cervello come un fantasma erotico.
Maria era ridotta a un ammasso di carne vibrante sotto di me. La tenevo bloccata a pecora, le mani strette attorno ai lembi di quei collant neri che le cingevano il collo. Tiravo verso l'alto, costringendola a inarcare la schiena in modo quasi innaturale, offrendomi il suo sedere rosso per le sculacciate e teso per l'invasione.
Il ritmo era diventato brutale, marziale. Ogni mia spinta nel suo culo era un colpo secco, accompagnato dal suono sordo della mia pelle che sbatteva contro la sua. Maria non emetteva più gemiti articolati; erano suoni strozzati, piccoli versi gutturali che vibravano contro il cuscino dove teneva la faccia schiacciata. La morsa del suo ano era una trappola bollente che mi mungeva a ogni affondo, una sensazione così intensa da farmi girare la testa.
"Ti piace, eh?" le sibilai all'orecchio, tirando ancora di più i collant. "Ti piace che faccia lo stronzo, Maria? Che ti tratti come la troia che sei?"
Lei non rispose a parole, ma scosse la testa freneticamente, spingendo il bacino all'indietro per accogliermi ancora più a fondo, cercando il dolore tanto quanto il piacere. Era un’apoteosi di perversione che mi stava portando dritto al limite. Sentivo il climax salirmi lungo la schiena come una scossa elettrica.
Ero arrivato. Non potevo più tenerlo.
Con un ultimo, violento strattone ai collant, mi sfilai da lei proprio mentre il piacere esplodeva. Maria crollò in avanti, le braccia che cedevano sul materasso, mentre io mi svuotavo sulla sua schiena abbronzata. La sborrata la colpì con una foga disperata, macchiando la pelle lucida di sudore e le calze nere che le scivolavano lungo i fianchi.
In quel preciso istante, mentre il respiro mi usciva dai polmoni in un grugnito roco e Maria cercava di riprendere aria, accadde il disastro.
Il rumore della chiave che girava nella serratura non ci aveva avvertito, perché Maria l'aveva lasciata aperta dopo l'ultimo giro di drink. La porta della camera si spalancò con un colpo secco.
"Mari? Ma dove sei fini... oh mio Dio!"
Il tempo si fermò.
Sulla soglia della stanza c'era Anna. Era stordita, barcollante, con una ciocca di capelli biondi davanti agli occhi e il viso ancora arrossato dall'alcol. Stringeva ancora un bicchiere di plastica in mano, ma lo lasciò scivolare, facendolo cadere a terra con un rumore sordo.
La scena che si trovò davanti era l'incarnazione del trauma: Maria nuda, stesa a faccia in giù con dei collant stretti al collo, la schiena imbrattata e il sedere infiammato. E io, in piedi sopra di lei, nudo, sudato e inequivocabilmente colpevole del massacro appena terminato.
Anna sgranò gli occhi azzurri in un modo che non credevo possibile. La sua bocca si schiuse in un'espressione di puro, viscerale orrore. Il suo sguardo passò dalla schiena di Maria alla mia faccia, poi di nuovo giù. Non era la solita Anna ingenua o gelosa. Era una maschera di shock anafilattico.
"Giò... Mari..." balbettò, la voce che le tremava come se avesse visto un omicidio in diretta. "Ma che... ma che cazzo fate?! Siete dei mostri! Fate schifo! Giulio... oh mio Dio, Giulio!"
Si portò le mani alla bocca, fece un passo indietro inciampando sui suoi stessi piedi e scappò via lungo il corridoio, lanciando un urlo soffocato che sembrava più un gemito di dolore che di rabbia.
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