La guardai, un misto di frustrazione cosmica e tensione sessuale repressa che mi bruciava lo stomaco. "Uno schifo, Anna," sbottai, passandomi le mani sulla faccia. "Un fottuto disastro. E tu non mi hai aiutato per niente, anzi. Quindi, tecnicamente, la nostra scommessa è annullata. Mi devi delle tette. Ora."
Anna scoppiò in una risatina acuta, di quelle che fai quando sei brilla e tutto ti sembra una barzelletta. Mi diede una spinta leggera sulla spalla. "Ma non fare lo scemo, Giò! Pensi davvero che te le avrei fatte vedere? Cioè, io e te? Dai, siamo praticamente fratelli!" Ridacchiò ancora, portandosi il bicchiere alle labbra. "E poi, scusa, se tu non sai rimorchiare non è colpa mia. Dovevi usare più... charme."
Il suo tono leggero, quel suo modo di trattare la mia eccitazione come un normalissimo scherzo tra amici, mi mandò il sangue al cervello. Ero seduto accanto alla ragazza per cui sbavavo da mesi, la stessa che mi aveva fatto venire un'erezione di marmo spiandola mentre usava una zucchina, e lei mi dava del "fratello".
"Sì, ridi, ridi," la stuzzicai, avvicinandomi col viso al suo, sfidandola, sentendo il profumo della sua pelle. "Sei in debito, Anna. Le regole del gioco erano chiare. E prima o poi passo all'incasso." "Sì, nei tuoi sogni, zombi," mi prese in giro lei, chiudendo gli occhi e appoggiando la testa all'indietro sul divano, totalmente ignara del fatto che io fossi consumato dall'eccitazione e a un passo dall'esplodere.
"Che faccia da funerale," trillò una voce alle mie spalle.
Mi girai. Maria era uscita dal bagno. Il suo vestitino rosso a sottoveste sembrava ancora più corto e illegale di prima. Si appoggiò allo stipite della porta, incrociando le braccia, e il suo sguardo da predatrice scansionò immediatamente la situazione: Anna mezza addormentata, io rigido come un pezzo di legno, con una mascella contratta che tradiva tutta la mia frustrazione.
Maria non si fece sfuggire l'occasione. Sfoderò un sorriso diabolico. "Giò," mi chiamò, facendo un cenno con la testa verso il corridoio. "Vieni un attimo di là. Devo farti vedere una cosa. E porta quella bottiglia di rum."
Mi alzai, lasciando Anna al suo torpore alcolico, e la seguii. Maria mi trascinò direttamente in camera sua, chiudendo la porta a chiave con un piccolo scatto secco che mi fece rizzare i peli sulle braccia. La stanza era immersa nella penombra, illuminata solo da una piccola abat-jour. L'aria condizionata rendeva l'ambiente fresco, in netto contrasto con il calore che Maria emanava.
Mi indicò il bordo del letto. Mi sedetti, posando la bottiglia sul comodino. Non feci in tempo a dire una parola che lei si avvicinò, mi allargò le gambe e si sedette a cavalcioni sulle mie cosce, fronteggiandomi. Le sue ginocchia premevano contro il materasso ai miei lati, e la seta sottile del vestitino scivolò su, lasciandomi sentire il calore della sua intimità separata da me solo dal tessuto dei miei pantaloni e da quel perizoma inesistente.
"Allora," sussurrò, passandomi le mani tra i capelli e guardandomi dritto negli occhi con un'intensità quasi crudele. "Che è successo con la piccola filosofa? Ti ha dato il due di picche?"
La sua vicinanza, il suo profumo invadente, il peso del suo corpo sul mio... era troppo. "Ha fatto la suora," grugnii, appoggiando le mani sui suoi fianchi caldi. "Mi ha fatto la morale sui tempi, sul rispetto e su stronzate simili. E io sono qua, che sto letteralmente impazzendo."
Maria scoppiò a ridere in modo basso, roco. Iniziò a muovere il bacino contro il mio, una frizione lenta e calcolata che mi fece gemere a denti stretti. "Povero il mio zombi sfigato," mi consolò, ma il suo tono era una presa in giro totale. Si chinò in avanti, sfiorandomi il naso con il suo. "Te l'avevo detto che dovevi lasciar perdere quelle ragazzine noiose. Loro non sanno gestire la tua energia. Io sì." Si morse il labbro inferiore, e i suoi occhi chiari brillarono di una lussuria pura. "Dai... continuiamo il gioco, io e te. Dammi un obbligo."
Il mio cervello, già devastato dal gin, dai rifiuti e dalla frustrazione accumulata per Anna, decise di staccare la spina alla razionalità. Davanti a me avevo l'incarnazione del vizio, la fidanzata del mio migliore amico, una tigre che chiedeva solo di essere domata. E io ero incazzato nero.
"Ho voglia di farti male," le sussurrai, la voce che era diventata un ringhio gutturale. Le strinsi i fianchi con forza, affondando le dita nella sua carne. "Il tuo obbligo sarà obbedire a ogni mio singolo ordine. In silenzio. Finché non vengo io."
Maria sussultò. Le sue pupille si dilatarono, e un brivido visibile le percorse la colonna vertebrale. La perversione di quella dinamica la eccitava da morire. "Sì," ansimò, piegando leggermente la testa.
"Spogliati," le ordinai. "Togliti quel vestito da troia. Lentamente."
Maria non se lo fece ripetere. Si alzò in piedi davanti a me. Con una lentezza esasperante e teatrale, incrociò le braccia e afferrò l'orlo del vestitino rosso di seta. Lo tirò su, scoprendo prima le cosce perfette, poi il ventre piatto, fino a sfilarselo dalla testa, lasciandolo cadere a terra. Era rimasta solo con il minuscolo perizoma nero, i seni pieni e sodi offerti alla penombra della stanza, i capezzoli già turgidi. Fece la finta ubbidiente, tenendo lo sguardo basso in una finta sottomissione che mi faceva impazzire, perché sapevo perfettamente quanto fosse dominante di natura.
"Ora togli il perizoma," continuai, la voce che mi tremava per l'adrenalina. Lo sfilò con un dito, calciandolo via. Nuda. Perfetta. “hai dei collant?” le chiesi, lei annuì. “Prendine un paio neri. Indossali. Tirali su fino alla figa e basta."
La vidi deglutire. Ubbidì. Prese un paio di collant neri velati, si sedette sul bordo del letto accanto a me e iniziò a infilarli. Il nylon scuro le avvolse i piedi, risalendo lungo i polpacci e le cosce abbronzate. Li tirò su fino all'inguine, lasciando che l'elastico si fermasse proprio sopra il suo pube, creando una cornice sintetica ed estremamente feticista attorno al suo centro già umido.
"Sdraiati," ringhiai.
La spinsi indietro sul materasso, facendola sdraiare a pancia in su. Mi inginocchiai davanti a lei, ai piedi del letto. Afferrai i suoi piedi, ora coperti dal nylon nero, e iniziai a leccarli. La consistenza ruvida e sintetica dei collant contro la mia lingua, mescolata al suo odore, era inebriante. Le baciai le caviglie, i polpacci, mentre lei inarcava la schiena, strozzando i gemiti, costretta dal mio ordine a fare la parte della vittima compiacente.
Senza smettere di fissarla negli occhi, mi abbassai i pantaloni della tuta, liberando la mia erezione dolorante. Mi spinsi in avanti, posizionandomi tra le sue gambe. Invece di entrare, abbassai il bacino e iniziai a strusciare il mio cazzo pulsante direttamente contro la sua figa coperta dal collant.
La frizione era pazzesca. Il nylon velato creava un attrito caldo, elettrico, che faceva gemere Maria in modo disperato. Sentivo l'umidità del suo centro bagnare la calza nera, mentre io spingevo e ritraevo il bacino, strofinando la lunghezza del mio sesso contro il suo clitoride intrappolato. "Giò... cazzo..." supplicò lei, contorcendosi sulle lenzuola, le mani strette a pugno. "Ho detto in silenzio," la zittii, mordendole l'interno della coscia coperto dalla calza.
La torturai così per minuti interminabili. L'attrito, il calore della stanza, l'alcol che mi rendeva insensibile a tutto tranne che al piacere puro. Lei fingeva di essere docile, ma i suoi fianchi spingevano verso l'alto con una fame animalesca, implorando di essere riempita.
Quando la situazione divenne insostenibile anche per me, la tirai più su sul letto. "Toglili," le ordinai. Maria si afferrò l'elastico dei collant e se li sfilò con una mossa disperata e rapida, liberando finalmente la sua intimità rovente. Mi chinai, baciandole i piedi nudi appena liberati. Poi, con un gesto repentino, presi i collant appena tolti, li attorcigliai leggermente e glieli passai dietro la nuca.
