«I miei genitori non volevano che andassi a studiare fuori, in quanto, anche qui da noi, avrei potuto frequentare la stessa scuola, ma una mia amica studiava fuori città e mi raccontava di quanto erano belle le serate trascorse in libertà con gli amici. I miei genitori hanno accettato che andassi a studiare fuori, ma ad una condizione: avrei avuto a disposizione un budget e quei soldi mi sarebbero dovuti bastare solo ed esclusivamente per studiare e per tornare a casa. La mia amica è rimasta solo due anni, poi ha mollato tutto perché ha trovato un ragazzo dolcissimo e si è sposata senza finire di completare gli studi. Io mi son trasferita in un altro appartamento, dove c'erano già le cinque ragazze, quelle che hai visto quella sera. Dormivo in camera con una assente al momento e mi son accorta che loro avevano molti soldi da spendere, quindi, mi è stato chiaro che, per averne, si prostituivano. Più volte mi hanno proposto di unirmi a loro, ma io ho sempre rifiutato. Una sera che avevo finito di sostenere un esame, eravamo tutti a casa, perché fuori pioveva e così ci siamo messi a giocare a carte, era un gioco strano, fatto con un semplice mazzo di carte. Una cosa stupida basata sullo scommettere se la carta che peschi è superiore o inferiore al 5. Se è superiore vinci la posta che hai scommesso, se è inferiore la paghi. Loro ci giocavano spesso ed io non sapevo che, su 40 carte utilizzate, 20 erano superiori e 20 inferiori per cui bastava semplicemente contare le carte già uscite, per capire quando rischiare o quando invece puntare poco. Quella sera ho perso tutti i soldi che mi servivano per tornare a casa per le feste di Natale, per i regali che dovevo comperare e così, essendo a corto di soldi, per non dire ai miei genitori che li avevo persi a carte, ho accettato di prender il posto di quella ragazza assente. È stata l'esperienza più brutta della mia vita, anche se, ammetto di esser stata fortunata ad imbattermi in te, una persona che, in qualche modo, mi ha insegnato tanto! Dopo quella sera, quando son tornata di nuovo a studiare in quella città, ho cambiato residenza e sono andata ad abitare con un'altra ragazza molto più tranquilla e, soprattutto, con la voglia di studiare. Mi vergogno di quello che ho fatto e, soprattutto, mi vergogno di averlo fatto con te! Adoro Luca e, tra noi, l'intesa è massima; mi rendo conto che tu, ora, hai in mano la chiave della mia felicità.»
La guardo e capisco che sta attendendo il mio giudizio.
«Voglio molto bene a mio figlio e, vederti al suo fianco, mi ha impensierito non poco. La storia che mi hai raccontato può essere la verità oppure qualcosa che ti sei inventata in questi due giorni, ma non ho elementi che dimostrino una cosa o l'altra. Però c'è una cosa che ti voglio chiedere: hai intenzione di raccontare tutto a Luca?»
Lei mi guarda e rimane a bocca aperta.
«Come raccontare tutto a Luca? Perché dovrei fare questa cosa? Com'è possibile che tu non capisca che non potrei mai farlo? Lo perderei sicuramente e non è questo che voglio. I miei genitori lo adorano e, se venissero a sapere che ho fatto una simile sciocchezza, sarebbero capaci di cacciarmi di casa! Su queste cose, i miei genitori non transigono. Ti prego non farne parola: solo tu conosci questo segreto; promettimi che non gli dirai nulla! Quella sera mi hai dato una sonora lezione, in tutti i sensi, e, soprattutto, me la sono ricordata per almeno 5 o 6 giorni, il tempo che mi è servito per farmi passare il bruciore. Ti prego, son disposta a fare qualunque cosa, pur di non perdere Luca!»
La guardo e mi rendo conto che probabilmente ha imparato la lezione.
«Per ora non gli dirò nulla, ma, se capisco o mi accorgo che lo fai soffrire, ti giuro che ti metto alla berlina in tutta la città!»
Non aggiungo altro, mi alzo e me ne vado, lasciandola perplessa. Torno a casa e vedo che Silvia non c'è; entro nel mio ufficio e mi metto a lavorare sul mio computer, perché il lavoro che sto facendo ha la massima priorità. Vengo assorbito dal lavoro e non mi rendo conto del tempo che passa, quando, nel primo pomeriggio, mi suona il cellulare: è mio figlio Luca. Rispondo, parliamo un po' e lo sento un po' strano, così lo incalzo e gli chiedo il motivo per cui mi ha chiamato.
«Scusa, papà, se ti ho disturbato; è che vorrei chiederti un favore, ma mi sembra un po' ridicola come richiesta.»
Ha un tono di voce strano, ma non riesco a capire cosa voglia realmente e, alla fine, dopo un po' di insistenza da parte mia, mi espone la sua richiesta.
«Come ho detto, si tratta di una cosa un po' stupida, ma mi son accorto che non so fare il nodo alla cravatta. Domani, al matrimonio di mia sorella, non voglio avere un nodo banale, ma ne voglio uno a triangolo come quelli che sai far benissimo tu. Mi domandavo se potevi sprecare 10 minuti del tuo tempo, per passare qui a casa mia ed insegnarmi oppure farmi un nodo che poi, domani, lo aggiusto.»
Sorrido, pensando a quanto sia ingenua questa gioventù, così, dopo dieci minuti, vado a casa sua. Suono e, quando mi aprono la porta, mi trovo davanti Simona, che mi guarda e china il capo in silenzio. Immediatamente ho come la sensazione che il nodo della cravatta sia stata una scusa per farmi andare a casa sua. Entro, faccio pochi passi, preceduto da lei e mi ritrovo nel suo salone, dove c'è Luca seduto sul divano; quando mi vede, scatta in piedi come una molla. Il suo viso è scuro, ha l'aria torva, sembra incazzato nero! Mi guarda e poi guarda lei, e, infine, mi si avvicina e, parlando a denti stretti in modo da dominare il suo forte nervosismo, mi avanza una domanda ben precisa.
Com'è finora?
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Il sesso e bello tre volte... quando lo aspetti... quando lo vivi... quando lo ricordi. Un racconto fissa quel ricordo per sempre!
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