Rimasi dentro, a pulsare, con la fronte contro la sua. Il letto era fradicio. L’aria sapeva di noi, di culi sculacciati e lenzuola bagnate, di bocche e pelle.
Chiara non si mosse. Restò aperta, le ginocchia piegate, il bacino alto. La mia sborra le usciva lenta, una striscia bianca che scendeva verso il culo e disegnava una traccia sul lenzuolo. Mi guardò, sudata, gli occhi lucidi. «Vai,» disse, un sorriso sporco sulle labbra. «Vai dalla tua troia. Io aspetto qui. Voglio che Nicola mi trovi così: piena di te.»
Mi tolsi fuori con un suono bagnato. La vista di lei, a gambe aperte, la pancia che ancora tremava, la scia bianca che le colava, mi diede un brivido nelle cosce. Attraversai il corridoio. Dal muro arrivavano respiri in risacca, la coda della tempesta di là.
La nostra porta era aperta. Elena era distesa sul letto, gambe spalancate, la figa colante. Le cosce lucide, la pancia che saliva e scendeva. Mi vide, mi chiamò con un dito. «Qui.» Le salii tra le cosce, la presi a lingua senza una parola. Le infilai la punta dentro, le leccai la sponda, su e giù, poi dentro ancora. Il gusto era misto: salato, metallico, caldo, un cognac di lei e Nicola. Lei urlò, forte, senza maschere.
«Dio! Leccamela tutta! Beviti la sborra di Nicola dalla mia figa! Fammi sentire che mi ripulisci!»
Quelle parole mi fecero impazzire. Mi infilai più profondo possibile, la lingua a cucchiaio per raccogliere tutto, su fino al clitoride, giù di nuovo. La tenevo larga con le dita, il pollice a scoprire il cappuccio, la lingua che disegnava otto stretti, poi colpi dritti. Elena spingeva il bacino contro di me, le mani sulla mia nuca. «Sì! Così! Mangiamela! Lecca tutto!»
E mentre succhiavo e pulivo, dal muro arrivò la voce di Chiara, nitida, senza più alcuna vergogna: «Nicola… vieni qui.» Una pausa. Il letto che fruscia. «Leccami la figa piena di lui. Ripuliscimi tutta. »
Un secondo di silenzio. Poi un gemito di Nicola. E subito il suono umido di una lingua che affonda, che mescola, che succhia. Chiara gridò. «Sì! Così! Tutto! Voglio sentire la sua sborra sulla tua lingua! Non fermarti!»
Io ed Elena ci guardammo un attimo — lo sguardo breve di chi sa — poi lei mi schiacciò la testa contro, mi prese a spasmi sulle labbra. «Più forte! Voglio venire sapendo che Chiara gode mentre Nicola la ripulisce piena di te!»
Raddoppiai il ritmo, la lingua dura sul clitoride, due dita dentro a farle sentire il pavimento. Elena esplose. Un urlo pieno, il bacino che mi saltava in faccia, la figa che spremeva attorno alle mie dita. La sborra di Nicola e i suoi succhi mi si spandevano sulla lingua. La bevvi tutta, senza lasciare niente. Ogni goccia era un chiodo che mi piantava la schiena nel materasso.
Di là, Chiara scoppiò in un grido speculare. «Sì! Nicola! Così! Ripuliscimi bene! Dio… sì…» E il letto di quella stanza diede due colpi contro la parete, come se avessero riso anche i mobili.
Elena mi tirò su. Mi baciò con la bocca sporca, affamata. Ci scambiammo il gusto di Nicola e di lei tra i denti, senza fantasia di pudore. Mi sentii fisso e muscoloso nel bacino, un’altra scossa che mi attraversava. Restammo abbracciati un minuto, il respiro in sincrono, la stanza piena di odore di sesso che non aveva nessuna voglia di andarsene.
Il corridoio restò un attimo in silenzio. Poi si sentì la maniglia della loro stanza. Un passo. Un ridere piano. Il suono dell’acqua in bagno, lo sciacquo. Poi di nuovo passi. Chiara parlò a Nicola, troppo sottovoce per capire le parole, ma il timbro diceva tutto: complicità piena.
La nostra stanza era bagnata, il cuscino caldo degli urli. Elena si accasciò su di me, guancia sul mio petto. «Siamo degli animali,» disse senza giudizio, con un sorriso soddisfatto. «Siamo in vacanza,» risposi, passandole la mano sui capelli. Sotto le dita sentivo la crosta di sale della notte. Sotto il palmo, il battito del suo cuore che stava scendendo.
Restammo così il tempo di un respiro lungo, poi ci alzammo a fatica. Elena scese dal letto, le cosce lucide. Non cercò le mutandine. Prese un asciugamano, si passò una strisciata tra le gambe senza convinzione, come a spostare un po’ il disastro, non a cancellarlo. «Domani servirà cambiare le lenzuola,» disse ridendo, guardando l’alone sul materasso.
Attraversammo il corridoio nudi, come se fosse normale. La casa sapeva di birra, pelle, sborra. In cucina c’era ancora un bicchiere con un dito di gin, e il suo odore si mescolava al nostro. Aprii il frigo, presi due sorsi d’acqua in piedi. Elena mi si stampò alla schiena, nuda, le tette fredde contro la mia pelle calda. «Domani…» mormorò. «Domani,» ripetei. E sapevamo entrambi che domani era già adesso.
Tornammo in camera. Le lenzuola erano un quadro di chiazze e pieghe. Ci buttammo dentro. Elena mi infilò una gamba tra le cosce, la mano sul petto, un bacio senza fretta sulla bocca.
Di là, una porta si chiuse piano. Poi il suono ovattato di due corpi che si accoccolano. Un «buonanotte» detto ridendo. Un «stronzo» affettuoso. Un «troia» sussurrato con adorazione. E poi il silenzio posò la sua mano tiepida su di noi.
Chiusi gli occhi. Sapevo che Chiara era rimasta lì ad aspettare Nicola con la mia sborra ancora addosso, che lui l’aveva leccata tutta e poi l’aveva stretta. Sapevo che Elena aveva la bocca piena di me e di lui, che il nostro bacio era stato un patto. La notte stava finendo, ma la vacanza non era che a metà.
Dormimmo con addosso il profumo del peccato e l’idea ridicola e bellissima che stavamo facendo storia nelle nostre teste: una storia senza filtri, con i muri come amplificatori e le porte come cornici. E che nessuno, ormai, avrebbe più bussato prima di entrare.
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