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Erotika
Vacanze spagnola · Cap. 2
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Capitolo 2 di 7 10 min di lettura

La porta

Una porta che non si chiude mai diventa il pretesto per il primo vero passo oltre il limite. In pochi minuti, tra dita bagnate e sguardi compiaciuti, la tensione segreta diventa tocco reale: un gioco pericoloso che non può più tornare indietro.

Peccati e Guai
1 anno fa · 484 letture · 1

La seconda sera in Spagna aveva quel sapore appiccicoso di caldo e di alcol che ti rimane addosso anche dopo la doccia. L’appartamento sembrava respirare con noi, ogni stanza un ventre tiepido e umido, le pareti bianche che riflettevano la luce arancione dei lampioni fuori. Avevamo cenato tardi: tapas, dita unte di olio e sale, bocche bagnate di birra e gin, e poi quell’andatura un po’ lenta da turisti ubriachi ma lucidi abbastanza da voler rientrare e prolungare la notte.

Eravamo a nostro agio. Era normale stare in intimo con trenta gradi dentro casa e l’aria condizionata che non bastava. Elena girava con un top che le copriva a malapena i capezzoli e shorts sottili, senza reggiseno sotto: i brividi sulla pelle parlavano per lei. Nicola aveva solo boxer, birra in mano e una risata pronta, uno che non immagina nemmeno i pensieri degli altri. E poi c’era Chiara: reggiseno triangolo color ruggine e un tanga sottile che tagliava le anche. I capelli legati alla meglio, poche gocce d’acqua scivolate dalla doccia che le correvano lungo la schiena. Camminava scalza, morbida, sicura. Ogni suo passo era una provocazione finta maldestra: una curva di troppo, un ginocchio che sfiorava, un tessuto che scivolava giù di un millimetro e poi risaliva, come se niente.

Io tenevo stretta una bottiglia, seduto al bracciolo del divano. Guardavo, ma non abbastanza da farmi beccare. O forse sì, abbastanza perché lei lo vedesse. Chiara guardava indietro. Ogni volta.

Si parlava di niente. Delle foto fatte quel pomeriggio, del barista di Valencia con i baffi troppo curati, di una spiaggia trovata per caso. Elena aveva le gambe appoggiate sulle mie, spalle rilassate, sorriso easy. Nicola armeggiava con una ciotola di olive e un coltello smussato, sgranocchiava ridendo. E Chiara, in piedi contro lo stipite del corridoio, si stava piegando per raccogliere una molletta caduta. Una piega lenta, un arco che scendeva piano, il tanga che tirava la tela in una V affamata. Si fermò a metà, come se si fosse impigliata. Mi lanciò uno sguardo da sotto: mi aveva già scelto.

Mi si mosse qualcosa nello stomaco e più in basso. Faceva caldo, eppure sentivo la pelle d’oca salire dalla nuca. Mi era rimasto addosso l’odore di crema solare e sabbia della giornata, lo sentivo mischiarsi al suo profumo: una cosa floreale, dolce, con un fondo di pelle vera. Quella sera, tra noi, l’aria era spessa.

«Questo fermo della porta non tiene…» disse Chiara a un certo punto, simulando una stizza, muovendo la maniglia della loro stanza. «Si apre da sola ogni volta, guarda che fastidio.» La voce era neutra ma le pupille ridevano.

Elena non si scompose. «Chiedi a lui» disse dandomi una pacca sul ginocchio. «Lui fa miracoli.»

Nicola rise. «Io manco so dove guardare, figurati.»

«Allora…» fece Chiara, già girata verso di me, «…mi dai un occhio tu? È un attimo.»

La parola “attimo” aveva un’eco lunga. Mi alzai come niente, la bottiglia in mano, i boxer che non nascondevano la mia reazione. Elena mi lanciò un sorriso distratto e tornò a parlare con Nicola di un locale dove voleva andare l’indomani. Sapevo che in quei due secondi nessuno dei due ci stava guardando.

Il corridoio era in penombra. Le piastrelle fresche sotto i piedi. Chiara aprì la porta della stanza e ci entrò davanti a me. Il letto sfatto, lenzuola leggere, due cuscini con le federe spiegazzate, una lampada bassa sul comodino. Odore di bagnoschiuma e di sera calda. Avanzò di due passi e si piegò subito, come senza pensarci, con il culo verso di me, tanga che spariva in mezzo a due mezze lune perfette. «Vedi? Il fermo è qui, manca la clip…» mormorò, puntando il dito. Ma la mano, invece di indicare, scostò una chiappa, lenta, aprendo la vista su quell’ombra tenera e lucida, l’ano che si contraeva piano, la fessura rosa della figa che brillava umida anche senza luci.

Il mio respiro cambiò senza che potessi nasconderlo. Sentii il sangue battermi alle tempie. Il mio nome non esisteva più. Esisteva solo il suo invito.

Feci due passi. Le posai una mano sul fianco, poi sul culo. La pelle era calda, liscia, soda. Le dita affondarono un millimetro, come a chiedere permesso. Lei rimase piegata, ferma, ma il bacino venne incontro al palmo. Non disse una parola. La sua schiena si inarcò un filo. Avevo la gola secca. Con l’altra mano le scostai il tanga di lato, un gesto quasi rituale, e la vidi meglio: le piccole labbra gonfie, bagnate; il buco del culo teso, in bella vista; un filo di umido che colava piano verso il limitare.

«Così?» sussurrò, e il sussurro era benzina.

Non potevo fare finta. Le entrai con un dito, piano, il polpastrello umido che scompariva dentro di lei. Era stretta e calda, elastica, viva, mi avvolgeva come se fosse fatta apposta per tenermi. Un gemito le scappò dalle labbra, piccolo ma tagliente, tipo coltello sulla seta. «Sì…» fece, ancora piegata, una mano sullo stipite, l’altra che teneva il tanga scostato, offertissima, sporca, bellissima.

Il mio polso iniziò a muoversi da solo. Dentro-fuori, un ditalino corto, cattivo, il mio pollice che cercava il suo clitoride e lo sfiorava in cerchi stretti. Lei si morse il labbro, le spalle tremarono appena; il respiro le salì in gola in due falcate, quelle che si sente subito che stanno diventando gemiti. «Non fermarti…» sibilò, appena udibile.

Il rumore del televisore dal soggiorno arrivava ovattato. Elena e Nicola a dieci passi, e io con il dito dentro sua sorella, le nocche bagnate, il palmo che raccoglieva il suo caldo. L’oscenità della situazione mi faceva vibrare la spina dorsale.

«Piano, piano…» sussurrò. Più un mantra che un invito a rallentare. Più “fammi durare” che “rallenta”. Io obbedii alla sua cadenza, le dettai un ritmo, guardai la mia mano scomparire tra le sue cosce: aprii con l’indice, scivolai con il medio, la sentii cedere, accogliermi, abbracciarmi dentro. Il mio cazzo era già duro come pietra, premeva contro l’elastico dei boxer, faceva male. Le avvicinai il corpo da dietro, lei spinse il culo indietro, tonda, inarcata, come se volesse sentirmi anche attraverso il tessuto.

«Sei un vizio» dissi a denti stretti, quasi senza voce.

Lei ridacchiò, bassa, porca. «Lo so.»

Nell’aria c’era l’odore inconfondibile della sua eccitazione, una nota metallica e dolce, mescolata al bagnoschiuma. Mi entrò nel naso come un colpo. Sentii un piccolo schizzo contro le dita, una vibrazione che partì da dentro e si spense in superficie: stava colando su di me. Raddoppiai la cura sul clitoride, il pollice giusto sopra il cappuccio, cerchi stretti, decisi. Le ginocchia le cedettero un attimo, afferrò il bordo della porta per non contorcersi di più. «Dio…» disse piano. Un gemito vero, spezzato.

Prima di andare avanti…

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