Rientrammo dal pub sbronzi, con le cornamuse ancora in testa e la lingua che sapeva di birra e sale. La strada fino all’appartamento fu un serpentone di risate, spintoni, baci rubati agli angoli della bocca, mani sulle anche senza più freni. Appena dentro, il caldo ci colpì addosso e le sorelle fecero quello che ormai era naturale: via tutto.
Elena si tolse top e shorts in due gesti, restando nuda come il primo giorno d’estate, capezzoli duri nella luce gialla del soggiorno. Chiara fece uguale, canotta per terra, slip strappato con un colpo di polso. Io e Nicola eravamo in boxer, e non c’era niente da nascondere: le erezioni spingevano nette contro il cotone, la stoffa tesa, la punta che segnava. Elena rise, puntandoci il dito contro.
«Guarda qua… due pali da tenda.» «Siete due troie,» dissi ridendo, prendendomi il pacco con una spavalderia che era metà alcol e metà verità. Nicola ci mise il carico: «Sì, delle gran troie. E ci fate impazzire.»
Le sorelle si rincorrevano per il soggiorno, tette che saltavano, culi che rimbalzavano, palmi che scrocchiavano sulle chiappe nude. Le risate rimbalzavano sui muri insieme agli schiaffi sul culo. Io e Nicola seduti, gambe aperte, boxer tesi, battute da porci in bocca e fame negli occhi. L’aria sapeva di sudore, alcol e pelle calda.
Elena rallentò, si avvicinò a Chiara, le prese il viso tra le mani e le sussurrò all’orecchio con un sorriso brutto e dolce. Chiara la guardò un secondo, poi annuì. Si voltarono verso di noi, stesse facce da gatte.
«Stanotte… scambio di sorelle,» disse Elena, roca, senza tremare. «Tanto siamo gemelle: non vi cambia niente, no?» Io e Nicola ci scambiammo uno sguardo d’intesa, quella scossa da maschi che si capiscono in un secondo. Ci uscì una risata ubriaca, poi insieme: «Perché no.»
Elena prese Nicola per mano e lo trascinò nella nostra camera. Chiara mi afferrò il polso e mi tirò nella loro. Le porte si chiusero quasi in simultanea. E il silenzio durò giusto un battito di cuore.
Chiara mi saltò addosso. Mi spinse sul letto, bocca contro bocca, bacio preso, lingua, denti, unghie sul petto. Con una mano scese, mi strappò il boxer. Il mio cazzo scattò fuori duro, già lucido in punta. Lei sorrise, un lampo di malizia negli occhi, e se lo ingoiò. Niente cerimonie: lo prese profondo, sbavando, soffocando appena, con quel rumore bagnato che mi fece stringere i denti. Mi guardava dal basso mentre mi succhiava, a tratti lasciava la lingua piatta sotto l’asta, poi mi prendeva tutto fino al fondo, fino a farmi sentire il riflesso che le scuoteva la gola.
Le mani mi stringevano le cosce; io le tenevo la testa e spingevo. Dall’altra stanza arrivò il primo urlo. Elena. «Sì… così… più forte!» La sentivo ridefinirsi in ogni gemito. Il letto laggiù cominciò a sbattere, thud-thud-thud contro la parete. La voce di Nicola, roca: «Prendilo bene… brava… brava… troia…»
Chiara mollò il mio cazzo con un filo di bava che le colava sul mento. Si passò la lingua sulle labbra, ghiotta. «Ti arrapa sentirla con Nicola, eh?» sussurrò. «Mi fa impazzire.» Si mise a quattro zampe, culo alto, perfetto, aperto. «Allora… fammi quello che lui sta facendo a lei.»
Le aprii le chiappe con i pollici. Il buco dell’ano, piccolo, che pulsa; la figa lucida, gonfia, pronta. Le appoggiai la cappella e spinsi dentro in un colpo solo. Era caldissima, stretta, scivolosa. Il mio gemito le si mescolò al suo urlo pieno. «Dio… sì!»
Mi piantai ai suoi fianchi e iniziai a scoparla sul serio. Colpi netti, profondi, il mio bacino che schiacciava contro il suo culo a martellate. Il suono era doppio: bagnato e secco insieme. Ogni spinta mi faceva sentire l’abbraccio della sua carne, il mio cazzo sparire in quel calore, le mie palle batterle sul clitoride quando affondavo fino all’ultimo millimetro.
Il nostro letto scricchiolava. Il loro sbatteva di là. «Più forte!» urlò Elena negli interstizi del muro. «Spaccami!» E Nicola ruggì in risposta: «Te lo do tutto… sì… così!»
Chiara voltò la testa verso lo specchio dell’armadio, voleva vedere come la stavo prendendo. «Guardami,» disse, ansimando. «Guardami mentre mi apri.» Le diedi due schiaffi sul culo, secchi. La pelle si colorò. Lei venne. Il suo corpo si irrigidì, la figa mi strinse come un pugno morbido, uno spruzzo caldo mi bagnò le palle. Non mi fermai. Le presi i capelli, glieli tirai indietro, la costrinsi a tenere gli occhi sul riflesso, a guardarsi con il mio cazzo che le spariva dentro.
Dall’altra stanza, Elena: «Sì! Sì! Fammi venire, Nicola!» Il suo urlo si ruppe in tre onde. Il letto di là martellava. Thud-thud-thud. Mi infilai più a fondo, quasi a volerle sfondare l’anima col mio ritmo.
«Ancora!» Chiara graffiò il lenzuolo, il clitoride duro sotto il mio pollice quando ci scivolai sopra a girare cerchi stretti. «Fammi venire come sta venendo lei!» E ci venne sopra un’altra volta, scuotendosi forte, finendo con la faccia affondata nel cuscino per ingoiare il grido.
Non staccai. Le cambiai posizione. La girai sotto, le aprii le ginocchia fino a spingerle quasi ai lati del cuscino, la presi a martello con le mani sulle sue spalle per tenerla in asse. Le tette le saltavano contro il petto, i capezzoli duri come chiodi. Le scivolai una mano al collo — fermo, sicuro — e il suo respiro si fece più corto e più caldo. «Sì… così… stringimi… fammi tua…» masticò tra i denti.
Di là, Elena: «Sbattilo, sbattilo dentro… Nicola… vienimi dentro…» La sua voce non tremava più: ordinava. Il mio cervello prese fuoco. Il cazzo pulsava dentro Chiara, le vene tese. «Sto per venire,» le sibilai, con la voce rotta. Lei mi inchiodò con lo sguardo, lucida e sporca. «Dentro. Riempimi. Voglio la tua sborra. Voglio essere piena mentre Nicola riempie lei.»
E come se avesse premuto un interruttore, dall’altra stanza arrivò la frase tagliata nel granito: «Sto venendo!» — Nicola con la voce spessa — «Ti riempio, Elena… apriti… prendila tutta…» Elena urlò come una campana: «Sì! Riempimi la figa! Tutta!»
Quella frase mi attraversò la spina dorsale. Spinsi fino in fondo e mi svuotai. Un colpo lungo, caldo, poi un altro, e un altro ancora. Mi tremavano le braccia, il ventre contratto, la testa bianca. Chiara godeva con me, mi stringeva dentro come a spremere l’ultima goccia. Sentivo la mia sborra miscelarsi alla sua umidità, traboccare, colare calda lungo il mio cazzo e le sue cosce.
