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Erotika
Vacanze spagnola · Cap. 1
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Capitolo 1 di 7 10 min di lettura

La normalità che scotta

Il primo giorno in Spagna accende subito le micce: caldo soffocante, vestiti che cadono, sguardi troppo lunghi e gesti innocenti che sanno già di proibito. Tra birre, balli e carezze fuori posto, la vacanza inizia con un segreto che pulsa sotto la pelle, pronto a esplodere.

Peccati e Guai
1 anno fa · 699 letture · 1

La prima sera in Spagna ci accolse con quell’afa che ti si appiccica alle costole e ti fa desiderare di toglierti di dosso tutto, pelle compresa. Appartamento al terzo piano, persiane semiaperte, profumo di detersivo economico e di mare secco. Tre stanze, un soggiorno enorme con cucina a vista e un balcone che dava su una strada rumorosa. Le valigie sul pavimento, il tempo di un «siamo arrivati» e già eravamo in intimo, come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Elena fu la prima a spogliarsi senza pensarci: top leggero, niente reggiseno sotto, shorts sottili, piedi nudi e un sorriso sfrontato. «Fa un caldo della madonna» disse, tirandosi su i capelli e legando un nodo alto che le scopriva il collo. Le si vedevano i capezzoli tesi sotto il cotone. Non se ne curava. Era lei: tutta pepe, tutta pelle, e quella leggerezza di chi con me si sente sicura.

Chiara, la gemella di Elena, entrò in salotto con una maglietta corta e un tanga già in vista sopra l’osso dell’anca. Niente reggiseno neanche lei. Capezzoli puntati contro il tessuto, due piccoli coni che sembravano volerlo sfondare. «Metto qualcosa in frigo» disse, aprendo con l’anca: il taglio laterale della maglietta mostrò mezzo seno quando si allungò per spostare le birre. Il suo corpo parlava una lingua senza vocali: curve e tagli, ombre e luci. Aveva un modo di muoversi che era una provocazione educata, come se chiedesse scusa mentre ti metteva la lingua in bocca. Mi guardò negli occhi un secondo di troppo. Fu come una firma.

Nicola era già a torso nudo, boxer scuri, i soliti tatuaggi sulle braccia. «Raga, io non so se uscire o svenire sul divano.» Ridacchiò, aprì una birra, una per ciascuno. Io presi la mia, ma la sete vera mi era salita altrove. E non aveva a che fare col luppolo.

Le prime ore furono un balletto nuovo e naturale. C’è una fiducia che scatta quando condividi un appartamento in vacanza: porte socchiuse, docce veloci, salviette buttate sui letti a caso, chi passa davanti a chi si cambia senza fare una piega. Nessuna malizia in superficie. La malizia stava sotto, come l’acqua sotto la crosta secca.

Io ed Elena ci buttammo sul letto della nostra stanza per cinque minuti di riposo. «Domani spiaggia, poi pub» disse, stesa di lato, un piede sulla mia coscia. Mi accarezzò distratta, come si carezza un gatto. Io annuii, ma la mente mi ronzava altrove: Chiara che rideva in cucina, quel rumore di bottiglia spostata sul ripiano, il frigo che sbuffava aria fredda sulla sua pancia.

Quando riemersi in salotto, la trovai di spalle, a sistemare il phon e una spazzola vicino al microonde perché l’unica presa libera stava lì. La maglietta era salita, il tanga tagliava il culo come una lama sottile. La linea centrale spariva tra due emisferi sodi, pelle tesa che ti viene voglia di morderla per vedere se lascia il segno. Si piegò appena per prendere il cavo. Il tanga scese di un millimetro. Io mi fermai. E lei, senza guardarmi, disse piano: «Puoi passarmi l’adattatore, è lì dietro?»

L’adattatore era a terra, contro lo zoccolo della cucina. Mi piegai anche io, troppo vicino. Sentii il calore del suo corpo a dieci centimetri dal mio viso. Le porgevo la presa, lei me la prese dalle dita strofinando il polpastrello contro il mio, come se stesse assaggiando il gusto. «Grazie» fece, un soffio.

Il phon partì, rumore pieno. I capelli di Chiara si gonfiavano e cadevano, lei li alzava con le dita, e quel gesto le scopriva i seni ai lati, due mezze lune di carne soda, areole scure appena visibili sotto la maglietta che ballava. Elena entrò, prese la spazzola dall’altra parte del banco e in due si misero a ridere di qualcosa, complici, gambe nude, tette libere. Io in mezzo, ospite del paradiso. Nessuno fingeva pudore. Eppure, ogni tanto, quegli occhi chiari di Chiara mi cercavano come un dito cerca il nervo scoperto.

Uscimmo più tardi. Pub appiccicoso, reggaeton che pulsava come un’arteria, luci basse e odore di gin e lime. Elena ballava, una birra in mano, i fianchi sciolti. Nicola provava a starle dietro ridendo. Io, appoggiato al bancone, t-shirt sottile, sudore sulla schiena. Chiara si accostò di lato, gomito contro gomito. «Ti piace il posto?» chiese, ma la domanda era un’altra. «Mi piace la vista» risposi senza guardarla. Sorrise con la bocca chiusa, bastarda in quel modo dolce che ha chi sa cosa sta facendo.

Sul bancone arrivarono dei chupitos. Ne bevemmo due a testa. La musica ci prese la vita. Elena ci trascinò in pista un attimo, poi si perse tra la gente. Io e Chiara rimanemmo al margine, vicini, il suo braccio sfiorava il mio quando batteva il tempo. Si piegò verso di me come per dirmi qualcosa e mi parlò all’orecchio: «Hai presente quando sai già cosa succederà e non vedi l’ora che accada?» Il suo fiato era fresco di menta e rum. Mi si alzò tutto. «Sì» dissi. «Lo so benissimo.»

Sotto il tavolino alto del bancone, il suo piede nudo trovò il mio. Appoggiò la pianta contro la mia caviglia, poi lentamente salì lungo il polpaccio. Un gioco innocente, due centimetri di pelle. Ma la linea che tracciava era una mappa per l’inferno. Arrivò dietro il ginocchio. Il mio corpo rispose da solo. Mi si vide in faccia. Si vide nei boxer. Lei abbassò lo sguardo e si morse l’angolo della bocca, piena di malizia. Nessuno intorno sapeva nulla. Nessuno vedeva nulla. Questo era il bello.

«Vado in bagno» dissi al vento, perché stavo per scoppiare. Infilai il corridoio stretto. Una fila di porte, luci al neon. L’acqua che scorreva da qualche parte. Mi fermai un secondo contro il muro fresco, il respiro che andava a colpi. Chiara comparve come un’ombra accanto a me, senza toccarmi. Restò a venti centimetri. «Tutto bene?» L’ironia le faceva brillare gli occhi. «Ti si legge negli occhi.» Io non dissi niente. Lei avvicinò la bocca al mio orecchio, senza sfiorarlo. «Tranquillo» sussurrò. «Io sono come te.» E sparì di nuovo verso il bancone, scivolando come un coltello nel burro.

Quando tornammo a casa eravamo sudati, sbronzi al punto giusto, leggeri. Elena cantava un ritornello idiota di una canzone, infilando le chiavi nella porta sbagliata. Nicola le faceva da coro. Io ridevo, ma il riso era solo la coperta sopra a un fuoco. In salotto si ricominciò a spogliarsi come se fosse la cosa più comoda da fare: solo intimo, pelle, spruzzi di doccia, asciugamani annodati male. Il pavimento fresco era una benedizione sotto i piedi.

Prima di andare avanti…

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