Mi sarei perso lì, l’avrei presa, l’avrei infilata dritta e forte e avrei fatto scorrere quel caldo su di me, dentro di lei, fino a svuotarmi. Ma il pericolo batté alla tempia. Sentii la risata di Elena vibrare nell’aria, una frase non distinta, il tintinnio di una bottiglia. La realtà ruppe la patina. Fui costretto a staccarmi.
La mano uscì dalla sua figa con un suono bagnato. Il tanga risalì contro le labbra con uno snap sottile. Gli occhi di Chiara — quando si voltò — brillavano come quelli di una predatrice divertita. Le gote calde, la bocca semiaperta. «Vai» disse piano, con un sorriso insolente. «Che se no ci beccano.»
Mi guardò le dita. Le guardai anche io. Erano lucide di lei, profumavano di lei. Se le portò alle labbra, sfiorò con la punta della lingua un mio polpastrello come a testare il gusto, ma non le leccò. L’idea mi prese a pugni nello stomaco. Voleva che lo facessi io.
Mi infilai le dita in bocca lento, davanti a lei, senza staccare lo sguardo. Il sapore era salato e dolce, pieno, vivo, come morderle la carne. Le pulii il medio e l’indice, poi il pollice; raccolsi la scia che mi era colata sul palmo. Le labbra mi si inumidirono, la lingua scivolò lungo le nocche. Lei gemette appena, a fior di gola, come se le avessi leccato l’interno coscia. «Bravo» sussurrò. «Ora vai.»
Mi rialzai il boxer con un gesto che nascondeva più che altro una verità che non volevo far vedere, presi in mano la bottiglia (ancora mezza, non ricordavo più da quando) e feci due passi indietro. Prima di uscire, Chiara si ricompose come se nulla fosse: il tanga esattamente dov’era, un colpo di dita ai capelli, un colpo d’aria alle guance con la bocca a O, e via. In tre secondi era di nuovo la sorella di Elena, la ragazza dal sorriso sveglio, innocente in salotto.
Rientrai io per primo. Il soggiorno mi sembrò subito più freddo, come se fosse un altro mondo. Elena alzò lo sguardo e mi sorrise, tendendomi la sua bottiglia di birra. «Allora, supereroe? L’hai sistemata?»
Mi sedetti e presi un sorso, lentissimo. «Mi manca una clip, domani vedo se ne recupero una dal portiere o da un ferramenta.» La voce mi uscì ferma, nonostante la tempesta. Sentivo ancora la scia di Chiara sulle dita, anche se le avevo pulite con la bocca. Non avevo fretta di cancellarla.
Nicola raccontava di un tizio che gli aveva spillato una birra calda, esagerando come sempre. Elena rideva, si toccava un seno attraverso il top come per sistemarsi, senza malizia. Io assentivo. Mi lambivo le labbra, e ogni volta la sazietà mi si trasformava in fame.
Qualche minuto dopo arrivò Chiara. Camminava come se fosse appena uscita dal bagno: fresca, leggera, impeccabile. Si buttò sul tappeto ai piedi del divano, di traverso, poggiò la schiena al bordo vicino alle mie gambe, in modo che il suo collo quasi si appoggiasse al mio ginocchio. Allungò un braccio per prendere un’oliva, e nel movimento il triangolo del reggiseno si spostò appena, dando un lampo di areola. Fu un secondo, forse meno. Il mio respiro fece una micro pausa. Lei lo sentì. Il suo sorriso crebbe di un millimetro.
Avevo le dita ancora umide ai polpastrelli, la bocca che sapeva di lei. Lei alzò il viso e mi guardò con quegli occhi che avevamo già usato in bagno: porchi, complici, cattivi. Poi si girò verso Nicola con una naturalezza che faceva male e gli chiese di passarle la bottiglia. La notte andava avanti come se niente.
Ma niente era più come prima.
Il salotto diventò la nostra scena. Elena parlava di un posto dove voleva ballare reggaeton il weekend. Nicola faceva il cretino con una pallina da ping pong. Io ogni tanto mi leccavo il pollice fingendo di togliermi una briciola dalle labbra. Chiara mi guardava farlo. E in quello scambio muto c’era tutto: la memoria del suo odore, il rumore bagnato del mio dito che usciva da lei, il suo culo teso sotto la stoffa sottile, il bisogno non soddisfatto che avevamo acceso e lasciato vibrare di proposito.
Ogni gesto da lì fu codice. Lei bevve un sorso e si passò la lingua sul labbro superiore più del necessario. Io le sfiorai il collo con il ginocchio quando si mosse, non scusandomi. Lei premette la schiena contro il bordo del divano, appoggiandosi a me un po’ di più. Elena non notò niente. O non volle. Nicola manco.
A un certo punto Chiara tossicchiò appena e si chinò in avanti, come per massaggiarsi il polpaccio. Il tanga si tirò su, lasciando scoperte le fossette sopra il culo. Io avrei potuto infilarci un dito e riaprire il paradiso. Non lo feci. Il gioco era questo: far salire la temperatura, farla bollire sotto il coperchio, senza farla esplodere. Non ancora.
Più tardi, quando Elena si alzò per andare a cercare un elastico per i capelli e Nicola si mise a cercare un’altra playlist, Chiara si voltò verso di me come se volesse chiedermi una cosa stupida, tipo «Prendiamo il caffè domani mattina?». Ma quello che mi disse, con le labbra appena schiuse, fu: «Stanotte ti penso con il dito dentro. Anzi due.»
Sentii il cuore colpirmi il petto da dentro. Non risposi. Mi limitai a far scivolare il pollice tra le mie labbra un’ultima volta, lentissimo, poi lo tirai fuori lucido. Lei sorrise. Tornò a guardare la TV come se fosse davvero interessata a una sitcom doppiata male.
Quella fu la seconda sera: una porta che non sta chiusa, un fermo che manca, un culo che si apre come una promessa, un ditalino troppo breve per essere chiamato scopata ma troppo intenso per essere un gioco. Una firma nascosta sulla pelle. Da quel momento il nostro segreto aveva un odore e un sapore. E io sapevo esattamente cosa sarebbe successo quando ci avessero lasciato davvero soli.
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