«Chi mi spalma un po’ di doposole?» fece Chiara, buttandosi pancia in giù sul tappeto, reggiseno sganciato e poi tolto con naturalezza, tanga che spariva e ricompariva tra due glutei troppo perfetti per essere legali. Elena rise. «Che pigra sei.» Si sedette a lato, ma poi mi guardò e disse: «Dai, fallo tu, che a me mi scappa la pipì.» E sparì dietro la porta del bagno, salvietta sotto il braccio.
Rimasi con la bottiglietta di crema in mano e Chiara nuda sotto le mie dita, a nulla centimetri. «Sei sicura?» chiesi, per scrupolo. Lei appoggiò la guancia al tappeto, mi guardò di traverso e disse: «Sei tu che mi stai chiedendo il permesso?» La bocca le si curvò in un sorriso di lato. Mi sedetti a cavallo delle sue cosce, non toccandola, e versai un filo di crema sulla schiena. Fredda, uno shock. La pelle le si strinse, le punte dei capezzoli premettero contro il tappeto. Le mie mani scivolarono sulle scapole, lungo i lati, sfiorando il bordo del seno senza prenderselo, giù verso i lombi, poi risalendo piano. La crema si scaldava, diventava setosa. Sentivo i suoi brividi sotto i palmi, il respiro che si faceva più lungo. Passai di lato, vicino alle coste, il pollice quasi sull’areola, ma non ancora. Le mie mani erano due promesse.
Nicola ciondolava in cucina cercando bicchieri puliti, canticchiava. «Domani sveglia con calma» disse da lontano. «Mmh» fece Chiara, ma allo stesso tempo spinse il bacino appena contro l’aria, un gesto così piccolo che poteva essere uno stiracchiarsi. Io vidi il muscolo stringersi sul bordo del tanga. Lo sentii, come si sente un suono basso attraverso il pavimento.
Quando Elena tornò, trovò la scena: io che massaggiavo, Chiara buttata giù, Nicola in bilico con due calici. Prese posto sul divano, gambe a V, i pantaloncini così sottili che i peli biondi dell’inguine si intuivano contro la luce. Io feci l’uomo perbene. Mi fermai prima del troppo. «Ok, sei a posto» dissi, dando una piccola pacca innocente a metà schiena. Chiara si girò sul fianco in un movimento lento, il seno pieno che scivolò e si mostrò un secondo intero. Mi guardò con la lingua contro il palato. Capimmo.
Il resto della notte si distese pigro. TV accesa senza audio, chiacchiere, lingua che si scioglie e occhi che si fanno pesanti. Elena si accoccolò contro di me, la testa sul mio braccio, la gamba sopra le mie cosce. Sentivo il suo calore, la sua fiducia, e sotto quella coperta un’altra corrente che mi tirava via. Chiara salì col sedere sul bordo del divano, si sedette a terra ma appoggiata alle mie ginocchia, come fosse il posto più comodo del mondo. Sfiorava il mio polpaccio con la spalla nuda. Io ogni tanto mi sistemavo la posizione, e la mia mano cadendo “per caso” toccava la sua coscia alta, un secondo appena, il tempo di capire quanto fosse liscia. Lei non si scostava. Anzi, si avvicinava di un millimetro, come chi chiede un’altra goccia d’acqua con le labbra già bagnate.
Allungò il braccio verso il tavolino per prendere il telefono, passandolo proprio in mezzo alle mie gambe. Le dita mi sfiorarono i boxer. Fu un niente. Ma quel niente mi sparò lungo la spina dorsale. «Ops» disse senza colpa. Si leccò il labbro superiore. Elena non vide, o non volle vedere. Nicola era già mezzo addormentato sul bracciolo opposto.
Più tardi, quando tutti si trascinarono in camera, il corridoio fu un buio tiepido. Elena si spogliò con naturalezza, buttò l’intimo su una sedia, si infilò sotto il lenzuolo leggero. «Vieni?» mormorò, la voce impastata. «Tra un attimo» dissi, andando verso il bagno con la scusa di lavarmi i denti. La porta era socchiusa. Chiara usciva proprio in quel momento, solo il tanga addosso, i capelli disordinati, la pelle lucida di doccia e di crema. Mi si piantò davanti, a mezzo palmo. «Notte» fece piano. Io annuii. Lei scese con lo sguardo sul mio petto nudo, poi un po’ più giù; i suoi occhi risalirono lenti e maliziosi fino ai miei. «Domani fammi vedere quanto sei bravo con le mani» sussurrò, il fiato che mi lambì la bocca. E sparì nella sua stanza, lasciando la porta che non chiudeva bene. Un segreto lasciato a metà.
Mi chiusi nel bagno. L’acqua del rubinetto faceva un rumore che sembrava più forte di quello che era. Mi guardai allo specchio. Avevo la pelle tirata, gli occhi lucidi, il respiro corto. Mi sedetti sul bordo della vasca, i boxer già tesi in avanti. Tirai giù l’elastico, liberai il cazzo come si libera un animale in gabbia: duro, pulsante, lucido in punta. Avevo addosso l’odore di Chiara, della sua pelle e della sua crema, e del suo fiato sull’orecchio. La mano si mosse da sola. Pensai al suo tanga che scendeva di un millimetro, al suo seno che si piegava sul tappeto, al suo piede sul mio polpaccio, al suo «io sono come te». Ogni immagine era benzina.
Mi segai in silenzio, i muscoli delle cosce duri, i denti stretti per non fare rumore. Bastarono pochi minuti. Quando venni, mi piegai in avanti, un colpo muto, sborra calda che saltò sul lavandino. Mi lasciai prendere fino all’ultimo, tremando come un filo sotto tensione. Poi respirai. Lungo. Mi pulii, mi sciacquai le mani, cancellai le tracce come si cancella un nome scritto sul vetro appannato. Niente doveva sapere di lei. Eppure tutto ne sapeva.
Rientrai in camera. Elena dormiva di lato, un braccio sotto la guancia, la bocca semiaperta. Mi infilai accanto a lei. Mi poggiò una mano sul petto nel sonno, come fa sempre. La baciai sulla fronte. Chiusi gli occhi. Nel buio sentivo la porta di Chiara che non si chiudeva bene battere piano a ogni refolo, tic… tic… tic… come un dito che chiama. Sorrisi, nel buio. Domani.
E sapevo già che la normalità avrebbe preso fuoco.
Com'è finora?
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trasmette un gran tensione
Spero possa trasmettere le emozioni vissute. Buona lettura.