«Ma che coglione…» sussurrai tra i denti, passandomi una mano tra i capelli.
Ora che facevo?
Tornare su?
Chiedere a lei?
Avevo voglia di sparire.
Ma anche solo l’idea di rientrare in quella casa, di rivederla…
Non potevo.
Non ancora.
Mi sedetti sul marciapiede, appoggiando i gomiti sulle ginocchia.
Il sudore si era asciugato addosso, ma dentro sentivo ancora la scossa.
Del suo corpo. Delle sue parole. Di tutto.
La notte sembrava infinita.
La strada fu lunga.
Camminai per più di mezz’ora col cuore pesante e il corpo ancora carico.
Avevo le guance calde, lo stomaco chiuso e… beh, i pantaloni in trappola.
Quel marmo pulsante tra le gambe sembrava chiedere una soluzione, o forse una distrazione.
E allora mi fermai.
Il bar dove lavora Raffaella. Luci basse, serranda mezza chiusa.
Dentro, lei.
Dietro il bancone, in jeans attillati e maglietta annodata sulla pancia.
Capelli raccolti, solito sorriso impertinente stampato in faccia.
Appena mi vide, alzò un sopracciglio.
«Uuh… guarda chi torna a far danni a quest’ora.»
Si passò lentamente il canovaccio tra le dita.
«Hai una faccia… che quasi mi fai pena. Ma quasi, eh.»
«Ho avuto una serata complicata…» risposi sedendomi allo sgabello.
Mi squadrò da capo a piedi, poi sorrise.
«Ehi, mica hai pianto per una femmina? O sei solo arrapato come un sedicenne?»
Si chinò verso di me, poggiando le braccia sul bancone.
La scollatura stretta sul reggiseno nero mi saltò all’occhio.
Era sempre così. Sempre maledettamente calda. E provocante.
Una mina vagante che non conosceva vergogna.
«Magari entrambe le cose,» dissi con una smorfia.
«Ma scommetto che indovini da sola quella che mi fa più male.»
Lei rise. Quella risata roca, lenta.
«Sai che ti voglio bene, no? Ma sei un disastro.
E comunque…»
Si avvicinò ancora, il fiato che sfiorava il mio viso.
«Quel problema lì… se ti siedi comodo e aspetti mezz’oretta, potrei darti una mano a “scioglierlo”.»
Strizzò l’occhio, poi tornò a lucidare bicchieri.
Restai lì.
A fissarle le mani, il sedere quando si allungava per prendere le bottiglie.
A contare i minuti.
A desiderare che il tempo passasse in fretta.
Ero esausto.
Ma con lei… non lo sarei mai abbastanza.
Il turno era finito.
Raffaella uscì dal bar legandosi la felpa in vita, ancora con la maglietta stretta e i jeans che sembravano cuciti addosso.
Mi guardò, poi fece un cenno col mento.
«Allora? Che fai, mi accompagni? O ti accampi davanti al bar a deprimerti?»
Sorrisi appena.
«Ti accompagno. Ne ho bisogno, credo.»
Camminammo piano per le strade semi-deserte della nostra piccola città.
Era tardi. Un sabato notte che stava già morendo.
Le luci arancioni dei lampioni disegnavano ombre lunghe, la brezza tiepida portava odore di basilico e benzina.
«Quindi,» disse lei d’un tratto, «chi ti ha rovinato la serata?»
Scrollai le spalle.
«Litigato con un’amica. Tutto qui.»
Lei si fermò.
Mi si mise davanti. Occhi negli occhi.
«Joe… tu fai schifo a mentire. E ancora di più a fingere di stare bene.»
Abbassai lo sguardo.
Era vero.
«Ma sai una cosa?» continuò, piegando la testa di lato.
«A me non importa con chi hai litigato, o perché.
Importa solo che tu non puoi permetterti di andare in giro con quella faccia. Perché mi rovini la vista.»
Sorrise. Poi fece qualcosa che non mi aspettavo.
Mi spinse contro la parete di un vecchio palazzo, in un vicolo tranquillo.
Il cuore mi salì in gola.
«Raff…»
«Zitto.»
Le sue mani si appoggiarono sul mio petto.
«Hai detto che hai bisogno di tirarti su, no? Allora lascia fare a me.»
Mi baciò.
Senza esitazione, senza dolcezza.
Un bacio carico, diretto, quasi sporco.
Le sue labbra sapevano di menta e birra chiara.
La sua lingua era calda, insistente.
«Non è per amore,» sussurrò poi, «è solo che mi piace vederti perdere il controllo.»
Le sue mani scesero, rapide, e io ansimavo già.
La città intorno dormiva, ignara.
Le persiane chiuse, i marciapiedi vuoti.
Solo noi due, in quel vicolo, con i cuori in fiamme.
Lei si strinse ancora di più a me.
«E poi…» bisbigliò al mio orecchio, sfiorandomi proprio lì, «è un peccato che tu abbia tutto questo marmo nei pantaloni e nessuna che lo apprezzi. O no?»
Io non riuscii nemmeno a rispondere.
Le mani tese, le dita nel punto giusto.
E quel sorriso maledetto.
Era Raffaella.
Ed era il suo modo… di “tirarti su”.
Raffaella si inginocchiò davanti a me, lo sguardo acceso da quella scintilla sfrontata che aveva sempre avuto.
Mi guardò un’ultima volta, mentre le sue dita slacciavano i miei pantaloni con naturalezza disarmante.
«Stai buono… te lo meriti,» sussurrò con un ghigno, poi abbassò il tessuto lentamente.
L’aria notturna mi colpì sulla pelle già calda, mentre lei si avvicinava, il fiato sulle cosce, le labbra a un soffio da me.
E poi… iniziò.
Calda. Umida. Incredibile.
La sua lingua si muoveva con una maestria oscena, la saliva che luccicava alla luce fioca del vicolo.
Le sue mani mi tenevano fermo mentre io le afferravo i capelli, senza nemmeno accorgermene, e sentivo i muscoli delle gambe tremare.
Era famelica.
Sicura.
E sembrava quasi divertirsi nel vedermi perdere la testa, in mezzo alla strada, con la schiena contro il muro e il fiato mozzato.
Ogni suo movimento era preciso, lento, studiato per farmi impazzire.
E io non avevo scampo.
«Ti piace, eh?» mormorò tra una pausa e l’altra, mentre i suoi occhi brillavano di malizia.
Non risposi.
Non ci riuscivo.
In quel momento, il mondo era solo quel vicolo, il suono sordo dei nostri respiri, e Raffaella che aveva deciso che no, non mi avrebbe lasciato andare finché non mi avesse visto crollare.
Si inginocchiò davanti a me con un sorriso malizioso, mentre attorno a noi la piccola città sembrava addormentata. Il vicolo era stretto, discreto, e lei non sembrava preoccuparsene nemmeno un po’. Mi abbassò i pantaloni con un gesto lento, deciso, lo sguardo fisso sul mio viso come per godersi ogni reazione.
La sua lingua fu la prima a sfiorarmi — umida, calda, sapiente. Passò sulle mie parti con una lentezza esasperante, quasi giocando.
Poi, senza dire nulla, lo prese in bocca. Profondamente.
Mi appoggiai al muro, trattenendo un gemito, mentre sentivo le sue labbra scivolarmi addosso e la lingua lavorare con maestria. La tenevo per i capelli, con un misto di stupore e desiderio, mentre lei affondava sempre più, risaliva e tornava giù con un ritmo che sapeva esattamente cosa stava facendo.
Ogni tanto si fermava solo per guardarmi, le labbra lucide, la bocca socchiusa, e poi tornava a giocare con la punta, succhiando più forte, come se volesse vedere fino a che punto potessi resistere.
Era lenta, poi rapida, poi ancora lenta. Una danza perfetta.
Il suono della saliva, il respiro spezzato, il caldo del suo respiro contro di me… mi stavano facendo impazzire.
Quando sentii che stava per succedere, provai ad avvisarla. Ma lei continuò.
Mi prese tutto, fino in fondo.
E poi… lasciò che le esplodessi in bocca, senza esitazioni, mentre la tenevo stretto tra le mani.
Me lo fece fino alla fine, lasciando che il piacere si riversasse sul suo viso, calda e sporca, fiera.
«Sai… oggi sono ben munito» le sussurrai, ancora scosso, con un mezzo sorriso compiaciuto. «Ho i preservativi in tasca.»
Lei si morse il labbro, si tirò su appena, e con un gesto sfrontato si abbassò i pantaloni di cotone leggero, lasciando il sedere nudo sotto la luce giallastra di quel lampione. Si girò, si appoggiò al muro freddo e mi guardò da sopra la spalla, provocante come solo lei sapeva essere.
«Dai… che aspetti allora?»
Quel fondoschiena era perfetto, rotondo, sodo, invitante. Le sue gambe tremavano appena per l’eccitazione, e io sentii l’impulso bruciante di andarle dietro, di prenderla lì, subito.
Infilai la mano nella tasca posteriore con foga, senza nemmeno guardare.
Vuota.
Cercai nella tasca anteriore. Niente.
Controllai l’altra. Ancora nulla.
La mente si annebbiò per un attimo.
«No, no, no…» sussurrai a me stesso, mentre frugavo in ogni angolo, perfino nelle cuciture. «Cazzo…»
Mi paralizzai.
Li avevo… li avevo già tirati fuori a casa di Giada. Li avevo lasciati lì, pronti.
Merda.
Raffaella era lì, piegata in avanti, con il sedere alzato, pronta. Mi guardava, eccitata.
«Che succede?» chiese.
Rimasi in silenzio un secondo, con l’aria colpevole di un bambino che ha rotto qualcosa.
«Li ho… dimenticati. Li avevo tirati fuori prima… da Giada…»
Lei si voltò lentamente, rialzandosi, le mutandine scivolate appena sulle cosce. Sospirò, incrociò le braccia e mi fissò con uno sguardo misto tra delusione e… curiosità.
«Aspetta… cosa vuol dire “prima da Giada”?»
Silenzio.
Il cuore mi batteva nel petto come un tamburo impazzito.
Raffaella mi guardava. E in quel momento capii che non era finita lì.
Non per lei.
Non per me.
E neanche per Giada.
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