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Erotika
Tre troie e un coglione · Cap. 8
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Capitolo 8 di 8 16 min di lettura

nottata bollente

una nottata bollente tra raffa e joe

Asiadu01
1 anno fa · 550 letture · 1

Cercai di rimediare subito, con le mani alzate in segno di pace, il respiro ancora corto, il cuore in gola.

«Aspetta… Raffa, ti giuro che non è come pensi.»

Lei già si stava tirando su i pantaloni, lo sguardo tagliente come una lama.

«Giada è solo un’amica, davvero. Li avevo messi in tasca prima, nel pomeriggio, magari mi sono caduti lì, non lo so, ma non è successo niente con lei…»

Raffaella scosse la testa, delusa, e fece un mezzo passo indietro.

«È la seconda volta che succede. Seconda.»

Il tono era più basso, ma più carico. Di fastidio. Di tristezza.

«Io…»

«No, davvero, Joe. Lascia stare.»

Si passò una mano tra i capelli, nervosa. «Hai sempre questa scusa pronta. Ma non è solo questo. È che non mi prendi sul serio. È chiaro.»

Mi avvicinai un po’. «Non è vero… dai, ti prego…»

Lei si voltò verso di me, con un mezzo sorriso amaro. «Avevi così tanta voglia di farlo con me, eh? Così tanta che li hai finiti con un’altra. O li hai lasciati lì perché tanto sapevi che con me non ne avresti avuto bisogno?»

Colpo basso.

Non sapevo cosa dire. E mi faceva male vederla così. Con quegli occhi lucidi, ma duri.

«Cavolo, Raffaella… io… non volevo farti sentire così.»

Lei annuì, come se volesse dire “sì, lo so, ma non cambia”.

Fece un passo indietro.

Poi un altro.

«Buonanotte, Joe.»

E mi lasciò lì, col desiderio ancora vivo, il senso di colpa che saliva…

e la sensazione netta di aver perso qualcosa di più di un’occasione.

Lasciai andare Raffaella. Aveva bisogno di spazio. E io, in quel momento, non avevo parole abbastanza forti per fermarla.

Uscì dal vicolo decisa, quasi a voler cancellare tutto quel momento coi suoi passi, mentre io rimasi lì, incollato all’asfalto, col cuore che rimbombava nel petto e la testa piena di errori.

Mi incamminai.

Di nuovo.

Come se non avessi già macinato abbastanza chilometri quella sera.

La città, ormai addormentata, sembrava voler sussurrare qualcosa, tra i lampioni sbiaditi e le finestre spente.

E io ascoltavo. Camminavo e ascoltavo.

Ripensavo a tutto. A Giada. A quello che era successo. A quello che non era successo.

Ma soprattutto a Raffaella.

Alla sua voce che tremava, al suo viso ferito, al modo in cui si era chiusa.

Lei non voleva solo scopare.

Non era solo gioco.

Mi voleva davvero. E voleva che io la volessi allo stesso modo. Che fossi presente, coinvolto. Non uno che si lascia portare dalla corrente.

E il punto era che… a me lei piaceva. Tanto.

Forse più di quanto fossi pronto ad ammettere, anche a me stesso.

Mi fermai.

Guardai il cielo.

Poi sorrisi, amaro. Avevo fatto un casino. Ma forse non era tutto perduto.

Così presi una decisione.

Sarei andato da lei, quella notte stessa, a scusarmi.

Sul serio.

A guardarla negli occhi e dirle che non volevo perderla.

Ma prima…

Prima dovevo fare una tappa importante.

Una che non potevo rimandare.

poco dopo.

Raffaella aprì la porta lentamente, in pigiama, con gli occhi segnati dalla stanchezza e l’orgoglio ancora ben sveglio.

«Vattene, voglio dormire», disse secca, senza neanche lasciarmi parlare.

Ma poi alzò lo sguardo.

E mi vide.

Le gocce di sudore sulla fronte, la maglietta incollata al petto, i capelli umidi, lo sguardo deciso.

Avevo corso. Eccome se avevo corso.

«Non è vero che non ti voglio», dissi, ansimando ancora un po’. «E non è vero che non ti prendo seriamente.»

Allora infilai la mano in tasca e iniziai a tirare fuori. Uno. Due. Tre. Sette pacchi di preservativi, messi insieme in fretta, tutti uguali ma diversi, come se fossero diventati un gesto, un simbolo, una promessa.

Lei rimase immobile, sgranò gli occhi, col respiro che si spezzava.

Io continuai: «Ho fatto una corsa fino alla macchinetta dall’altra parte della città. E non perché avevo fretta di farlo. Ma perché voglio farlo con te. Voglio stare con te. Tutta la notte, Raffaella. Davvero.»

La sua bocca si aprì appena, sorpresa. Poi la vidi che stringeva le labbra, quasi per non lasciarsi andare.

Ma nei suoi occhi qualcosa si sciolse.

Un sorriso, piccolo, le nacque negli angoli.

E senza dire una parola… mi fece entrare.

«Quindi…» disse Raffaella incrociando le braccia, mentre osservava il mucchietto di confezioni sul tavolino con un sopracciglio alzato. «Sette pacchi di preservativi? Stiamo per fare una maratona di sesso o tenti un record mondiale?»

Sorrisi, un po’ goffo, ma fiero.

«Mi sto solo portando avanti. Sai com’è… se cominciamo a usarli a due a due, non vorrei mai rimanere senza di nuovo.»

Lei scoppiò a ridere, scuotendo la testa. «Dio, sei un cretino…»

Feci un passo verso di lei, più vicino, e dissi con tono basso e provocante:

«Oh, quindi ammetti che pensavi di usarli tutti stanotte?»

«Mai detto il contrario», mi rispose mordendosi il labbro.

Poi la guardai, serio per un attimo.

«Posso farmi una doccia prima? Cioè… sono un disastro, sembro appena uscito da una partita di calcetto sotto il diluvio.»

Lei fece una smorfia finta schifata. «In effetti… sì, puzzi un po’.»

Poi si avvicinò, si infilò tra le mie braccia e sussurrò all’orecchio:

«Ma cavolo no, la doccia la facciamo insieme. Ti pare che aspetto tutto questo tempo e poi ti lascio andare via da solo sotto l’acqua?»

Mi baciò il collo e io sentii già la pelle accendersi.

«Allora muoviamoci…» dissi piano.

«Sì… ma uno di quei sette adesso portalo con te.»

«Ne prendo due, va’… non si sa mai.»

nella doccia.

L’acqua calda scivolava sulle nostre pelli mentre la cabina della doccia si chiudeva alle nostre spalle. Le mani si cercarono subito, come se aspettassero quel momento da sempre. Le sue labbra si incollarono alle mie in un bacio famelico, pieno di desiderio represso, mentre le spingevo dolcemente la schiena contro il vetro appannato. Le mie mani affondarono nei fianchi, poi scivolarono giù a stringerle il culo, sodo e perfetto, mentre lei gemeva appena, ansiosa, lasciandosi toccare.

Il vetro vibrava lievemente sotto i nostri corpi bagnati, tra i rivoli d’acqua e il vapore che ci avvolgeva. Raffaella iniziò a insaponarmi con gesti lenti, quasi cerimoniali. Partì dal petto, accarezzandolo con le mani piene di schiuma, poi scese lungo l’addome, seguendo la linea dei muscoli tesi, finché non raggiunse il punto in cui la mia eccitazione era ormai incontenibile. Mi guardò con un sorrisetto soddisfatto e, senza fretta, cominciò a massaggiarmi lì, tra le gambe, accarezzandomi con dita sapienti, umide di sapone e desiderio.

«Vedi che non avevo dubbi? Ti voglio così… pronto solo per me», sussurrò, la voce roca.

Non ce la facevo più. Le sollevai una gamba, facendole poggiare la pianta del piede contro la parete scivolosa, mentre le nostre pelli scottavano a contatto. Con una mano le tenevo la coscia alzata, con l’altra la guidavo contro di me, iniziando a strofinarmi piano sulla sua intimità bagnata, calda, pulsante, ancora chiusa ma accogliente. Lei ansimava, le mani aggrappate al mio collo, e lasciava che ci muovessimo insieme, avanti e indietro, in un crescendo lento e sensuale.

«Fammi entrare…» le dissi contro le labbra, con la voce impastata di desiderio.

Lei annuì appena, mordendosi il labbro.

«Metti quel preservativo… uno dei sette. Ma fallo in fretta, sto impazzendo.»

Prima di andare avanti…

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