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Erotika
Tre troie e un coglione · Cap. 1
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Capitolo 1 di 814 min di lettura

Introduzione

tornato a casa dopo la laurea, tra un lavoretto extra per mettere in tasca qualcosa in più e un incontro particolare, il protagonista inizia ad impantanarsi in qualcosa di grande e complicato, ma incredibilmente eccitante.

Asiadu01
1 anno fa · 953 letture · 6

Dopo cinque anni tra esami, caffè amari e notti insonni passate davanti a uno schermo, finalmente avevo finito l’università. Informatica. Non il massimo del glamour, ma mi ero tolto le mie soddisfazioni. Avevo anche trovato un buon lavoro come sviluppatore da remoto per una software house di Milano, niente male per cominciare. Però… non me la sentivo di ributtarmi subito in un affitto, coinquilini, bollette e supermercati a orari impossibili.

Così, ho fatto una scelta poco cool ma molto pratica: tornare da mia madre.

Il vecchio paesino dove ero cresciuto. Lo stesso bar sotto casa, le stesse vie, i soliti vecchi che ti salutano anche se non ti conoscono più.

Avevo bisogno di respirare. Di fermarmi. Di capire dove volevo andare.

E intanto lavoravo da camera mia: scrivania, schermo ultrawide, silenzio interrotto solo dalle urla di mia madre quando bruciava qualcosa in cucina. La routine era tranquilla. Fino a quando, una sera a cena, tra un boccone e l’altro, mia madre se ne uscì con:

“Oh, Joe… senti, ti andrebbe di guadagnare qualcosina in più? La figlia di Veronica – te la ricordi? – sta cercando qualcuno che le insegni a suonare la chitarra. Magari la sera, dopo cena. Le piace cantare. È tutta una artista, dice sua madre…”

All’inizio non risposi. Poi sollevai lo sguardo dal piatto.

“Quanti anni ha?”

“Diciannove. Ma pare molto matura. E… molto carina. Almeno così dice Veronica.”

Disse carina come se stesse cercando di vendermi una bicicletta usata.

Io non ci pensai troppo. Una decina di euro all’ora, due volte a settimana… e magari mi sarei anche divertito.

Non immaginavo minimamente in che razza di guaio stessi per infilarmi.

e quindi arrivarono le prime lezioni.

Veronica mi aprì la porta con un grande sorriso. Non la vedevo da anni, ma mi riconobbe subito.

“Joe! Ma guarda come sei cresciuto… sei diventato un uomo!”

Lo disse con quel tono classico delle madri che vogliono farti arrossire, e io risposi con un mezzo sorriso educato.

Mi fece entrare, mi offrì dell’acqua e poi si sedette un momento sul divano, tutta orgogliosa.

“Ti spiego velocemente: Alice si è appassionata alla musica da un paio d’anni. Ha scritto qualche canzone, ha fatto due-tre cose online, sai… cover, vocalizzi, quelle robe lì. Ma le manca una base. Vorrebbe imparare a suonare la chitarra per accompagnarsi, e magari farsi strada da sola.”

Poi aggiunse, con una strizzata d’occhio complice:

“È molto brava. Ma è anche un po’… particolare. Vedrai.”

Indicò verso il corridoio.

“È in camera sua, ti aspetta. Seconda porta a destra.”

Annuii e mi avviai, con la custodia della chitarra in spalla, senza sapere bene cosa aspettarmi. Mi aspettavo una ragazzina magari un po’ insicura, vestita da TikTok, tutta selfie e smorfie… e invece…

Quando aprii la porta, la vidi.

E per un attimo rimasi fermo.

Alice era sdraiata sul letto, piedi nudi incrociati, lo sguardo sul telefono. Quando sentì la porta, alzò gli occhi.

E fu come se mi colpisse qualcosa allo stomaco.

Era bellissima.

Ma non nel modo costruito o esagerato.

Una bellezza senza sforzo, naturale, come se fosse nata per farsi guardare.

La sua figura era minuta, delicata, con una carnagione chiara e liscia che sembrava quasi risplendere alla luce del sole che filtrava dalla finestra. I capelli lunghi e ricci, di un castano caldo, le scivolavano sulle spalle e lungo il petto, incorniciandole il viso. E che viso.

Zigomi sottili, naso piccolo e perfetto, labbra carnose a forma di cuore… e quegli occhi. Grandi, verdi e profondi, di quelli che se ti guardano troppo a lungo ti ci perdi dentro.

Quel giorno indossava una maglietta gialla scollata, stretta quanto bastava per seguire ogni curva. Il tessuto abbracciava il seno pieno e sodo con una delicatezza quasi provocatoria. I pantaloncini morbidi e leggeri lasciavano scoperti gran parte delle gambe – lunghe, tornite, perfettamente proporzionate – e si fermavano appena sotto i glutei, che sporgevano al punto giusto, sodi, alti, perfetti.

Ogni piccolo movimento sembrava amplificare tutto. Ogni piega del tessuto, ogni incrocio di gambe, ogni gesto distratto con le dita…

L’avevo subito squadrata.

Lo ammetto.

Dalla testa ai piedi, lentamente. Come un’analisi istintiva, viscerale. Cercavo di restare professionale, ma il mio sguardo aveva già fatto il giro. E lei… se ne era accorta.

Sollevò un sopracciglio, con un mezzo sorriso appena accennato.

“Tu sei il tipo della chitarra?”

Non sorrideva davvero. Mi stava valutando. Come se fosse lei a dover decidere se ero abbastanza interessante per dedicarle il suo tempo.

“Joe,” dissi, cercando di suonare tranquillo. “Insegno giusto un po’… per arrotondare.”

Lei fece un gesto vago con la mano, poi si tirò su a sedere, incrociando le gambe in modo casuale, ma consapevole.

“Io sono Alice. E voglio imparare in fretta. Mi stanco se una cosa non mi viene subito.”

Sorrise. Di quei sorrisi in cui non sai se c’è simpatia o solo un’avvertenza.

Appoggiai la chitarra al bordo del letto e cercai di riprendere il controllo della situazione.

“Ok, partiamo dalle basi allora. Sai già qualcosa?”

Lei si sporse in avanti, facendo ballare la maglietta gialla sulle sue curve. Mi guardò negli occhi, seria.

“No. Ma so ascoltare bene. Se mi fai sentire… posso imparare in fretta.”

Le sistemai la tracolla, lei si lasciò fare senza dire una parola, attenta. La chitarra le stava un po’ grande, ma la reggeva con grazia. Si sistemò seduta sul bordo del letto, gambe accavallate, e mi guardò aspettando istruzioni.

“Partiamo da qui,” dissi sedendomi accanto, con la mia chitarra. “Accordi base, posizione delle dita, il ritmo.”

Mi ascoltava con occhi grandi e luminosi, seguiva ogni gesto, ogni parola. Dolce, curiosa, ma non ingenua.

Aveva una musicalità naturale: prendeva in mano la chitarra per la prima volta, eppure le dita trovavano da subito la direzione giusta. In pochi minuti faceva già i primi accordi senza guardarsi le mani.

“Hai orecchio,” le dissi.

“Me lo dicono tutti,” rispose, sorridendo appena.

Mentre cercava un Do maggiore, si sporse in avanti per guardare meglio la posizione delle mie dita, e lì…

La maglietta gialla scivolò appena, abbastanza da lasciare intravedere il reggiseno sotto: pizzo nero, sottile, lavorato, che incorniciava un seno pieno e alto, stretto dalla stoffa ma libero nei movimenti.

Abbassai subito lo sguardo, feci finta di nulla.

O almeno provai.

“Così?”

La sua voce mi riportò alla realtà.

“Sì… sì, perfetto. Anche troppo.”

Cercai di riderci su, per smorzare la tensione.

Lei rise. Una risata vera, dolce, non maliziosa. Sembrava divertirsi. E in fondo, anch’io.

Andammo avanti ancora un po’, ridendo dei suoi errori, cercando il ritmo giusto. A un certo punto la sua gamba nuda sfiorò la mia, ma fu solo un attimo. Io feci finta di non accorgermene. Lei no.

Dopo una quarantina di minuti, chiuse con un piccolo accordo riuscito bene.

“L’hai sentito? Non era male.”

“Era perfetto.”

“Allora sei bravo come dicono.”

“Chi lo dice?”

“Io.”

Ci fu una pausa. Quei secondi sospesi, in cui entrambi sapevamo che il tono si era fatto diverso. Più lento. Più basso.

Mi schiarii la voce, mi alzai.

“Direi che per oggi può bastare. Hai fatto molto più di quanto mi aspettassi.”

Lei annuì e si stiracchiò come una gattina.

“Allora domani ancora, prof?”

“Se vuoi, ci sto.”

Mi voltai per prendere la custodia e fu lì che successe.

Nel chinarmi per prendere la tracolla, la custodia mi sfuggì e cadde sul tappeto. Quando mi piegai per riprenderla, la mia mano andò a sfiorare la sua caviglia nuda. Leggera, liscia. Non avevo nemmeno visto che si era avvicinata.

Lei non si ritrasse. Anzi. Fece un mezzo passo avanti, e si creò una tensione palpabile. I suoi occhi erano su di me, in silenzio.

Io alzai lo sguardo, incrociando il suo.

Eravamo vicinissimi.

“Ti è caduta la chitarra… prof.”

Il tono era basso, ironico, ma gentile.

“Non è la chitarra… è la custodia.”

“Ah già. Peccato.”

Sorrise, poi si voltò e si lasciò cadere di nuovo sul letto.

“Ci vediamo domani.”

Uscii dalla stanza col cuore che mi batteva nel petto e un’immagine ben impressa nella mente: il pizzo nero, la sua pelle chiara, e quel sorriso.

Stavo ancora pensando ad Alice mentre rientravo. A come mi aveva guardato. A quel pezzo di pizzo nero che mi aveva strappato il pensiero da ogni altra cosa. La mia mente era tutta un accordo sospeso.

Poi la vidi.

Era in piedi davanti alla porta d’ingresso del palazzo, scalpitante. Frugava nella borsa come se stesse cercando un oggetto in mezzo a un oceano, parlando da sola a bassa voce. Quando mi avvicinai, alzò lo sguardo, in evidente panico.

“Oddio, meno male… scusa, scusa davvero, ma ho lasciato le chiavi da qualche parte, o forse le ho nella borsa, non lo so, sto dando di matto…”

“Tranquilla,” risposi, estraendo le mie e aprendole il portone.

“Grazie!”

E corse letteralmente verso l’ascensore, zampettando come se dovesse scappare da una scena del crimine.

Mi fece sorridere. Stavo per salire le scale quando la sentii tornare indietro, trafelata, e quasi inciampare sullo zerbino.

“Aspetta! Scusami… non ci conosciamo, vero?”

Scossi la testa con un mezzo sorriso.

“Joe.”

“Raffaella,” disse porgendomi la mano, col fiatone. “Mi sono trasferita da qualche mese. Non ti ho mai visto, davvero, e io mi accorgo sempre di chi entra ed esce. Tu sei nuovo?”

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Cap. 2
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