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Erotika
Tre troie e un coglione · Cap. 3
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Capitolo 3 di 8 15 min di lettura

il mio nome sussurrato mentre si masturba

dinamiche sessuali complicate e nuovi personaggi entrano nel racconto

Asiadu01
1 anno fa · 527 letture · 3

Rientrai a casa con le guance ancora rosse e il cuore fuori ritmo.

Avevo lasciato Raffaella all’ultimo piano, con un bacio ancora bagnato sulle labbra e il vestito arricciato addosso.

Avevo il sapore della sua pelle ancora sulla lingua.

Chiusi la porta.

Appoggiai la fronte al legno.

Respirai a fondo.

Cavolo.

Non riuscivo a smettere di sorridere.

E allo stesso tempo, sentivo come se mi stesse succedendo qualcosa di troppo grande.

La conoscevo da meno di una settimana.

Eppure, ogni volta che ero con lei… era come se la passione mi inghiottisse, come se la mia testa non contasse più nulla.

Solo pelle.

Solo occhi.

Solo respiro che si attorciglia all’altro.

Mi tolsi la maglietta.

Ero sudato. Caldo.

Mi guardai allo specchio del bagno: il collo segnato, il viso sconvolto, il corpo ancora teso, come se Raffaella fosse ancora lì, a cavalcioni su di me.

La mente tornava a quei minuti in ascensore:

la sua voce all’orecchio, il vestito che si alzava piano, l’umidità della sua pelle sotto la mia bocca, le mani tra i miei capelli.

E se l’ascensore non avesse dato quel segnale?

Cosa sarebbe successo?

Cosa succederà la prossima volta?

Perché una prossima volta… ci sarebbe stata.

Lo sapevamo entrambi.

E io non riuscivo a pensare ad altro.

Mi buttai sul letto, ancora con la testa in subbuglio.

Le labbra mi bruciavano.

Il corpo ancora più.

Aprii OnlyFans quasi per riflesso.

ReikaLust aveva appena caricato un nuovo video.

Mi sdraiai, misi le cuffie, e premetti play.

Lo schermo si aprì su una camera da letto pulita, con le tende bianche che ondeggiavano leggere.

Il letto disfatto, copriletto azzurro pallido.

Lei in piedi, al centro dell’inquadratura.

Nuda. Di spalle.

Il volto, come sempre, censurato da un filtro grafico morbido. Una maschera digitale, uno sfocato sensuale.

Il corpo però… quello era nitidissimo.

Le spalle lisce, la schiena flessuosa, la vita sottile che si allargava in fianchi morbidi.

I glutei alti, pieni, perfetti, tesi nel movimento mentre lei si sistemava i capelli, poi si chinava per raccogliere qualcosa da terra.

Ogni gesto era studiato eppure spontaneo, come se sapesse esattamente dove guardavo.

Poi iniziò a vestirsi.

Prima infilò una lingerie nera semplicissima, trasparente il giusto, che lasciava intravedere i capezzoli appena, solo se guardavi con attenzione.

Poi un paio di jeans slavati a vita alta, che le abbracciavano i fianchi con prepotenza.

Sopra, una maglietta bianca molto corta, con una stampa retrò rossa sul petto: “KISS ME LATER.”

Niente reggiseno.

Si girò verso la telecamera.

La maschera digitale nascondeva ancora il volto, ma le labbra si intravedevano, lucide, tirate in un mezzo sorriso.

Un sorriso che sembrava conoscerti.

“Oggi esco così.

Voi cosa fareste se mi incontraste davvero per strada?”

Il video finiva lì.

Ma io restai a fissare lo schermo per minuti.

Il jeans che tirava sulle sue curve.

La maglietta corta che lasciava scoperto un accenno di pancia.

La scritta rossa, provocante.

La naturalezza con cui si mostrava, senza mostrarsi mai del tutto.

Sembrava parlare proprio a me.

Come se sapesse che la sera prima avevo immaginato la sua bocca.

Come se avesse intuito quanto ero vicino al punto di esplodere.

Sospirai.

Ancora.

E cliccai replay.

Dopo quel video di Reika non riuscivo a pensare ad altro.

Ancora una volta, aveva saputo toccare qualcosa in me, anche senza sfiorarmi davvero.

Mi tolsi i pantaloni.

Mi sdraiai sul letto.

Chiusi gli occhi.

Mi immaginai le sue mani, le sue labbra, il peso del suo corpo sopra il mio.

Le sue cosce calde, la voce roca, la maglietta tirata su di fretta.

Il seno che sobbalzava mentre si muoveva.

Il mio respiro sul suo collo.

Mi tolsi tutto il resto.

E mi presi un piacere lento, profondo, sporco e liberatorio.

Alla fine rimasi immobile, svuotato e soddisfatto, e mi costrinse a farmi una doccia veloce prima di mettermi a lavorare.

⸻

Le ore passarono più leggere.

Lavorai fino alle 18, come sempre.

Una routine tranquilla, utile a rimettere a posto i pensieri.

Quella sera non avevo lezione con Alice, e per una volta non avevo nemmeno in programma di incrociare Raffaella.

Mi ero dato appuntamento con un’amica che non vedevo da un sacco.

Ci saremmo visti in un bar nuovo in centro, un posto piccolo e accogliente che pareva più un salotto che un locale.

Lei si chiamava Giada.

quella che è stata la mia migliore amica per tanto di quel tempo.

Arrivai al bar in centro puntuale, le sei e mezza spaccate.

Un posticino nuovo, arredato con gusto: legno chiaro, luci calde, piante ovunque e tavolini bassi.

Aveva un’aria intima, ma non forzata.

Quando l’ho vista arrivare,  mentre ero seduto già al tavolo, mi è sembrato di vedere un frammento della mia adolescenza tornare vivo, ma con un volto nuovo.

Giada.

Per anni eravamo stati inseparabili.

Risate, sfoghi, segreti, pomeriggi stesi sull’erba a parlare del nulla.

E poi, puff.

L’università, i traslochi, la distanza.

Persa di vista, come succede con le cose belle quando cresci in fretta.

Non sapevo nemmeno fosse tornata in città.

L’ho scoperto per caso, su una storia taggata.

E le ho scritto: “Caffè?”

Ora eccoci lì, a ridere come idioti, a raccontarci vite che sembrano di qualcun altro.

“E te la ricordi quella volta alla festa di Edo, con i bicchieri di plastica e il rum scadente?”

“Io mi ricordo che abbiamo vomitato dietro la siepe e poi fatto finta di nulla.”

“Siamo sempre stati dei disastri.”

“Disastri perfetti.”

Giada era cambiata, eppure… no.

Aveva solo messo a fuoco se stessa.

Aveva un viso magnetico, con quegli occhi chiari che sembravano accendersi alla luce del tramonto, e un’espressione perennemente curiosa, tra il distratto e il profondo.

Le labbra morbide, leggermente dischiuse quando ascoltava, e quelle guance arrossate dal sole, che le davano un’aria naturale, viva.

Indossava un top color sabbia che lasciava scoperto quel tratto perfetto tra clavicola e spalla, e disegnava con delicatezza il suo busto.

Il seno era piccolo ma alto, sodo, come se si reggesse da solo, senza bisogno di nulla.

Un tipo di sensualità quasi involontaria, di chi non ha bisogno di esibire per attrarre.

La pelle era chiara, leggermente ambrata, con un tono uniforme che sembrava accarezzato dal sole e dal tempo libero.

I capelli biondi, mossi e luminosi, cadevano sulle spalle con quella morbidezza tipica dei giorni senza trucco.

Sotto il tavolo, le gambe incrociate in modo rilassato, ma sapevo bene quanto fosse perfetto il suo corpo: snella, definita, con un ventre piatto e quel minimo accenno di addominali che faceva impazzire.

Il fondoschiena, lo ricordavo, era alto, tondo, tonico.

Un equilibrio impossibile tra innocenza e tentazione.

Ma il punto non era solo il corpo.

Era il modo in cui lo portava.

Prima di andare avanti…

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