Tornai a casa più stanco del previsto.
Non del fisico. Della testa.
Alice.
Il suo seno che ballava sotto la canottiera, il modo in cui si era avvicinata, il tono sussurrato, lo sguardo.
E poi quella frase, detta così, come se fosse nulla:
“Ho un fidanzato, lo sai?”
Ero sceso con la mente, con il corpo, con le intenzioni.
Lei mi aveva sollevato. E poi, di colpo, lasciato a mezz’aria.
Il genere di serata che ti fa desiderare solo una cosa: un letto e silenzio.
Ma il destino — o meglio, Raffaella — aveva altri piani.
Ore 21:30. Puntuale come un rituale segreto.
Stavo aprendo il portone quando la vidi. Di nuovo lì.
In piedi davanti alla porta del palazzo, con il telefono in una mano e una borsa enorme nell’altra, con la solita aria da “sto per dimenticare qualcosa di importante ma non so cosa”.
“Ehi!” disse appena mi vide. “Ma ti teletrasporti sempre a quest’ora? Oppure sei tipo un vampiro del terzo piano?”
“Solo un coinquilino del destino, a quanto pare.”
Rise, mettendosi una ciocca di capelli dietro l’orecchio.
“Joe, giusto? Te lo ricordi il mio nome o devo rifare tutta la presentazione?”
“Raffaella. 25 anni. Barista con velleità letterarie. Caotica e potenzialmente pericolosa.”
“Perfetto! Sei promosso. Ora possiamo parlare senza dover fingere educazione.”
E fu così che rimasi lì, con la chiave a mezz’aria, mentre lei — come un fiume in piena — partiva con una delle sue conversazioni.
“Giornata assurda. Due clienti hanno litigato su chi aveva ordinato prima il decaffeinato con latte di soia. Poi un tizio mi ha chiesto se avevamo i croissant alla rucola. Giuro. Alla rucola.”
“Perché?”
“Perché il mondo è impazzito, Joe. Ma io sono ancora qui. Viva. E affamata di storie. Tu? Come stai?”
Quella domanda mi prese in contropiede.
Detta così, con sincerità. Niente giochi. Niente doppie letture.
“Abbastanza bene,” risposi.
“Abbastanza è una parola che puzza di rottura emotiva.”
“Diciamo che oggi mi hanno fatto venire voglia di non pensare.”
“Allora pensiamo insieme. Io parlo, tu ascolti, e intanto il cervello si spegne. Funziona, fidati.”
E funzionò davvero.
Parlammo lì fuori per quasi mezz’ora.
Raffaella aveva il dono della parola, ma anche quello dell’attenzione. Ti riempiva gli spazi vuoti, senza invaderli. Ogni tanto si fermava a guardarmi come se volesse studiarmi meglio.
Notai che indossava una tuta leggera, un top sportivo senza spalline, e delle sneakers consumate. Niente trucco, i capelli legati in modo disordinato, ma… bellissima.
Sensuale senza saperlo. Forse proprio per questo.
La luce del portone le illuminava la pelle ambrata, e ogni tanto, nel gesto di parlare, una spallina del top scivolava giù, lasciando intravedere la curva del collo e l’inizio della clavicola.
Le mani parlavano quanto lei, agitate, espressive, ogni tanto finivano per toccarmi il braccio senza nemmeno accorgersene.
“Io scrivo di notte,” disse a un certo punto. “Quando torno stanca morta, apro il portatile e butto giù le cose più assurde. E a volte… sono le migliori.”
“Mandami qualcosa. Sono curioso.”
“Davvero?”
Mi guardò con quegli occhi grandi e vellutati.
“Non lo dice mai nessuno. Di solito fanno finta di ascoltare e poi cambiano argomento.”
“Io no. Io ascolto sul serio.”
Ci fu una pausa. Di quelle piene, leggere.
Lei sorrise. E per un attimo non disse nulla.
Solo uno sguardo, lento. Quasi un invito.
“Allora… magari un giorno vieni da me e ti faccio leggere qualcosa. E beviamo qualcosa. E ci raccontiamo un po’.”
“Mi sembra un ottimo piano,” dissi, sorridendo.
Lei mi guardò. Per qualche secondo. E poi strinse le labbra come chi sta per prendere una decisione.
Fece un passo indietro verso l’ascensore, si appoggiò con la schiena alla parete e disse, con naturalezza:
“Anzi, sai che c’è?”
“Che c’è?”
“Perché non ora?”
Ci fu un silenzio. Uno di quelli veri.
Il genere che succede quando il cuore accelera e la mente si chiede ho capito bene?
“Se non hai impegni, intendo,” aggiunse, con un mezzo sorriso sulle labbra. “Ho una birra in frigo, un paio di racconti scemi nel computer e zero voglia di chiudermi in camera da sola.”
Mi guardava con semplicità, senza secondi fini apparenti.
Ma negli occhi c’era una luce sottile. Un invito. Qualcosa che andava oltre la birra e i racconti.
“Ok,” dissi piano. “Perché no.”
Lei si voltò, prese le chiavi dalla borsa e le fece tintinnare mentre si dirigeva verso la sua porta.
“Benvenuto nel mio regno del disordine creativo, Joe-del-terzo-piano.”
E prima che potessi dire altro, la porta si aprì.
E io la seguii dentro.
Appena entrammo in casa sua, mi colpì subito il contrasto tra l’apparente disordine e l’atmosfera viva che si respirava.
Pile di libri in ogni angolo. Una tazza mezza piena accanto al divano. Un plaid buttato per terra. Le finestre aperte, il vento che faceva svolazzare una tendina leggera.
C’era qualcosa di affascinante in tutto quel caos.
Era il suo riflesso.
Raffaella aprì il frigo e tirò fuori due birre.
“Non è artigianale, ma è fredda. Conta?”
“Conta tantissimo.”
Ci sedemmo sul divano, uno di fronte all’altra. Si tolse le sneakers, infilò i piedi sotto le gambe e mi porse il bicchiere.
Brindammo. A cosa, non lo so. Ma brindammo.
“Allora,” disse, accendendo il portatile e passandomelo con noncuranza, “questi sono i miei racconti. Non giudicarmi troppo. Scrivo di notte, quindi magari domani sembreranno tutte minchiate.”
“Lo farò con severità e sguardo critico,” risposi, già incuriosito.
Iniziai a leggere.
E, cazzo, erano belli.
Davvero belli.
Intensi. Carnali. Sensibili ma ruvidi.
Parlavano di corpi, di pelle, di vuoti da colmare e notti insonni.
Ma non erano mai volgari.
Sembravano scritti da qualcuno che conosceva a fondo il desiderio, e il bisogno di sfiorarsi anche solo con le parole.
“Wow,” dissi alla fine del terzo. “Non me l’aspettavo.”
“Davvero?”
Mi guardava con la testa inclinata e un mezzo sorriso.
“Sono… vivi. Ero… lì dentro. Dentro le teste, i corpi, i pensieri. Non capita spesso.”
“Grazie.”
Si spostò un po’ più vicino, avvicinando le gambe alle mie.
“Sai, a volte penso che l’erotismo sia un modo di vedere il mondo. Non c’entra solo col sesso. È un modo di sentire tutto.”
“Tipo?”
“Tipo… questa birra.”
Sollevò il bicchiere, lo guardò e lo bevve piano, con un sorso lento.
“È sensuale. È fresca, sa di buono, lascia un gusto in bocca. L’erotismo è nei dettagli. Nella lentezza. Nell’attenzione.”
“Non pensi che la lentezza venga scambiata per… esitazione?”
“Solo da chi non ha pazienza,” rispose.
Poi si voltò verso di me, e per la prima volta non sorrideva più.
Mi fissava. Occhi profondi, scuri, spalancati.
“E tu?” chiese. “Ce l’hai pazienza?”
“Solo con chi merita.”
Lei rise. Un riso basso, vero. Poi fece un gesto istintivo, ma naturale: mi toccò il ginocchio.
Lo fece senza guardare, come se fosse normale. Come se fossimo già lì da un’ora.
“Allora magari ti lascio leggere anche quello che non mostro a nessuno.”
“C’è dell’altro?”
“Oh sì. Ma… è più esplicito. Meno elegante. Più me.”
Si morse il labbro, quasi ironicamente.
“Ti scandalizzi facile?”
“Mi eccito più facilmente, in realtà.”
Quella frase, detta così, rimase lì tra di noi.
Lei mi guardò. Senza muoversi. Senza dire nulla.
Poi si alzò lentamente dal divano e disse:
“Aspetta qui.”
Sparì per un attimo nella stanza accanto.
Io restai lì, con la birra in mano, il cuore che batteva, e un unico pensiero:
Raffaella… non è affatto come pensavo.
Raffaella si mosse come se fosse attraversata da qualcosa.
Prese la chiavetta USB, la infilò nel portatile.
Fece un sospiro profondo.
Poi mi guardò negli occhi. Seria, stavolta.
“Quello che sto per leggere non è un gioco, Joe.”
“Ok.”
“È una parte di me che non mostro mai.”
“Allora ascolterò come si deve.”
Lei sorrise appena, poi aprì un file. Il titolo era:
“Corpo a corpo”.
Iniziò a leggere, la voce più bassa, roca.
E subito, le parole mi attraversarono.
_“Lo guardava mentre le slacciava il reggiseno con lentezza, con una pazienza feroce.
Lei gli teneva il viso tra le mani, ansimando piano, mentre sentiva il metallo che cedeva e la pelle che si liberava.
‘Ti voglio nuda e nervosa,’ le sussurrò lui.
E lei si lasciò cadere indietro sul letto, mentre le sue mani esploravano, stringevano, graffiavano.
La bocca di lui trovò il suo seno, la sua pancia, il bordo degli slip.
Ogni centimetro della pelle diventava febbre.
Lui la baciava come si morde una mela. Con fame.
E quando la penetrò, fu lento. Ma non dolce.
Lei si aggrappò alle sue braccia. Si lasciò andare.
Si persero. Corpo a corpo. Senza ruoli. Solo con la pelle e la fame a tenere il tempo.”_
Le ultime frasi le lesse più lentamente, come se ogni parola le restasse addosso.
Quando finì, il silenzio fu pesante.
Il mio respiro era affannato.
Le mani strette. Le gambe rigide.
Lei chiuse il portatile e si morse il labbro.
“È forte. Lo so.”
“È… incredibile,” dissi. “Crudo. Vero. Non c’è niente di più autentico di quello che hai letto.”
Lei non rispose subito.
I suoi occhi si posarono sui miei.
Ci guardammo. A lungo.
E lì capii: lei era quella donna del racconto.
Non nella storia in sé, ma nel modo in cui viveva la carne, il desiderio, la scrittura.
“Ti ha turbato?”
“Mi ha eccitato,” dissi.
“Anch’io. Un po’.”
Fece una risata nervosa, poi si portò una ciocca dietro l’orecchio.
