Mi svegliai lentamente, stiracchiandomi appena.
Il sole entrava dalla finestra della cucina e il mio corpo era ancora mezzo addormentato, ma qualcosa… qualcosa stava già succedendo.
Aprii gli occhi.
E la vidi.
Raffaella era seduta ai piedi del divano, di fronte a me, con le gambe piegate e un sorrisetto malizioso sulle labbra.
Indossava solo una t-shirt larga, e sotto, lo capii subito, nulla.
Ma soprattutto, mi stava toccando. Con i piedi.
I suoi piedi nudi si muovevano lenti sul mio inguine, sfiorandomi, salendo e scendendo, giocando con precisione sul mio membro già indurito.
Lo accarezzava, lo stringeva leggermente tra le dita dei piedi, poi scivolava via, solo per tornarci pochi istanti dopo.
Sapeva perfettamente cosa stava facendo.
“Buongiorno, dormiglione…”
“I miei piedini volevano ringraziarti per ieri sera.”
Mi guardava dritto negli occhi mentre parlava, con quel tono da gatta che si diverte col topo, con la voce roca, mezza sveglia e tutta sesso.
“Ti ho fatto il caffè. Ma prima… posso finire di svegliarti bene?”
Si avvicinò ancora un po’, sputò lentamente sulla mia intimità con un gesto lento e provocante, poi tornò in posizione e riprese a giocare con i piedi, questa volta con movimenti più decisi, lenti e sensuali.
Il piacere saliva in me come un’onda, mentre lei si divertiva a guardarmi perdere il controllo.
Avevo il respiro spezzato, gli occhi socchiusi, le mani strette contro i cuscini.
Quel risveglio era una tortura.
Una deliziosa, dannatissima tortura.
Le sue piante morbide si muovevano con una maestria che mi lasciava senza fiato.
Mi stringeva tra i piedi.
Con il destro mi accarezzava con movimenti lenti, dalla base fino alla punta, mentre con il sinistro mi premeva appena sotto, tenendomi fermo come se non volesse lasciarmi scappare nemmeno per un secondo.
Le dita si chiudevano attorno a me, avvolgendomi, giocando, scivolando su quel piacere già umido del suo sputo.
Il contatto era caldo, vellutato, e ogni passaggio era più deciso, più ritmico.
Faceva pressione nei punti giusti, alternando tocchi delicati a sfregamenti più intensi.
La guardavo da sdraiato, senza riuscire a parlare.
Godevo.
Godevo davvero.
In silenzio, con il fiato spezzato e gli occhi mezzi chiusi.
Lei sorrideva, divertita e concentrata, mentre mi accarezzava con movimenti sicuri e sensuali, aumentando la velocità appena mi vedeva fremere.
“Ti piace, eh?”
sussurrò, mentre con la punta dell’alluce mi sfiorava la parte più sensibile, ruotando leggermente il piede come se mi conoscesse da sempre.
Io annuii senza voce.
Le mani strette contro i cuscini, i fianchi che si sollevavano a ogni passaggio, in balìa del piacere che saliva sempre più forte.
Era un risveglio così intenso che mi sembrava di sognare.
Il mondo era solo il suo piede, il mio respiro e quella tensione che stava per esplodere.
Il ritmo delle sue carezze aumentava.
I suoi piedi si muovevano con decisione, uno che stringeva, l’altro che accarezzava, giocando con me come se sapesse esattamente ogni punto da toccare.
Ero in apnea.
Il respiro corto, i muscoli tesi, i fianchi che si sollevavano da soli, in cerca di sfogo, di sollievo, di quel momento inevitabile.
“Lasciati andare…”
sussurrò lei, maliziosa, le labbra piegate in un sorriso impudente.
“Voglio sentirti.”
Fu questione di secondi.
Il piacere salì all’improvviso, come un’onda calda che mi attraversava tutto.
Scoppiai.
Con un gemito soffocato tra i denti, il corpo che tremava, la passione esplose su di lei.
Schizzi caldi e bianchi le colpirono i piedi, sporcandole le dita, la pelle liscia, colando piano sulle caviglie.
Lei rise piano, divertita e compiaciuta, muovendo le dita tra i resti del mio piacere come a giocarci.
“Direi che il buongiorno te l’ho dato… bene.”
Mi lasciai cadere esausto sul cuscino, ancora ansimante, ancora stupito, ancora completamente nelle sue mani, o meglio… ai suoi piedi.
Dopo quell’esplosione di piacere, restammo lì ancora un po’, lei con i piedi appoggiati sulle mie gambe nude, io che la fissavo come se non capissi più nulla del mondo.
“Che sguardo hai?”
disse sorridendo, accarezzandomi la coscia col dorso del piede.
“Non avrai mica già voglia del secondo round…”
Sorrisi.
“Con te? Sempre.”
Rise, poi si allungò e mi baciò. Un bacio dolce, lento, ma pieno di sottotesto.
Quello che diceva: Non è finita. Ma adesso basta.
Ci stuzzicammo ancora un po’, tra carezze, battutine e giochi maliziosi. Poi Raffaella si alzò e si infilò nel bagno, nuda e bellissima.
“Devo andare a lavorare, sennò mi licenziano.”
“E tu?”
“Io torno a casa, a farmi interrogare da mia madre come se fossi sparito da tre giorni.”
Lei rise da dietro la porta, mentre si sistemava alla meglio, uscì in jeans e maglietta, i capelli raccolti velocemente.
Mi baciò la guancia e mi salutò con un’occhiata complice.
⸻
Tornai a casa poco dopo.
Erano quasi le undici e ovviamente, mia madre era seduta al tavolo della cucina, braccia conserte e sguardo che poteva trafiggere una parete.
“Dove sei stato stanotte?”
“Dalla vicina.”
“Quale vicina?”
“Quella che scrive libri e ha i piedi magici.”
Lei mi fissò per un attimo, cercando di capire se stessi scherzando.
Poi iniziò con un’ora intera di domande, battutine, supposizioni, occhi al cielo.
Il solito.
E mentre cercavo di svicolare le sue domande con un sorriso, dentro di me girava un solo pensiero:
“Io non ho idea di che rapporto ci sia tra me e Raffaella.
Ma so solo una cosa:
la voglio ancora.
E stavolta… voglio farla mia. Sul serio.”
⸻
Il fine settimana volò via.
Puff. Sparito.
Un attimo prima ero sul divano di Raffaella, con le sue dita e i suoi piedi, che mi scombussolavano i sensi.
Un attimo dopo, mi ritrovavo di nuovo alla scrivania, il lunedì mattina, con la maglietta stropicciata, il caffè mezzo freddo e una pila di codice da sistemare.
Lavorare da remoto ha tanti vantaggi.
Tipo non dover mettere i pantaloni veri.
O poter fissare il soffitto per dieci minuti, sognando il seno di Raffaella o il sorriso provocante di Reika, e dire a me stesso che “sto pensando a una funzione ricorsiva”.
Ma la verità è che, quel lunedì, non avevo voglia di nulla.
Ero nervoso, confuso, eccitato da tutto e da niente.
E l’unica cosa che mi teneva un minimo vivo, mentre fissavo lo schermo come un vegetale, era il pensiero di quella solita lezione con Alice.
Le diciannove non arrivavano mai.
Ma sapevo che sarebbero arrivate.
E che, come sempre, lei mi avrebbe aperto la porta con quei pantaloncini troppo corti e quello sguardo che non capivo mai se fosse ingenuo o criminale.
Alla fine, le diciannove arrivarono.
Finalmente.
Presi la chitarra, salutai mia madre e uscii.
Il tragitto verso casa di Alice lo conoscevo a memoria ormai, ma ogni volta che suonavo quel citofono, una piccola scintilla di curiosità mi scattava dentro. Chissà cosa si sarebbe messa oggi. Chissà che piega avrebbe preso la lezione.
