L’allenamento continuava serrato. Lei era tosta, non si risparmiava, e io faticavo a stare dietro più alla vista che alla fatica. Giada sudava, si sistemava i capelli, rideva tra una serie e l’altra e ogni volta che si piegava, che si stendeva, che si caricava… era come guardare una visione. Una visione in leggings.
Poi lessi il prossimo esercizio sul foglio condiviso. Squat.
Il cuore fece un mezzo sobbalzo. Ti prego… fammi spottare.
Mi sistemai alla panca a fingere di recuperare, ma con l’occhio fisso su di lei. Eccola: afferrò il bilanciere, lo sollevò con sicurezza e si piazzò sotto.
Il top era ormai incollato addosso, le spalle scoperte, le scapole che si muovevano con grazia mentre prendeva posizione. E quel fondoschiena…
Era perfetto. Alto, sodo, proporzionato. Aveva messo su un lavoro assurdo su quel lato e si vedeva. Santo cielo, ci potevi schiacciare una noce.
E poi, come se l’universo avesse deciso di premiarmi, la sentii dire:
«Oh, vieni un attimo a darmi una mano.»
Non risposi neanche. Mi alzai e le andai dietro, con il cuore che mi batteva fortissimo.
Le mani tese, pronte a sorreggerla se avesse ceduto. E invece no, era precisa. Forte.
Io ero lì, a pochi centimetri.
Ogni volta che scendeva, la vedevo muoversi con eleganza e potenza, i glutei che si tendevano, che si allungavano e si sollevavano, e ogni volta sembrava più lenta, più provocante.
Stava giocando.
All’ultimo squat posò il bilanciere, fece un passo indietro per respirare e si appoggiò di proposito contro di me.
Il suo fondoschiena si poggiò dritto sulla mia intimità, separata solo dalla tuta leggera. Un brivido mi attraversò la schiena.
Lei si girò piano, col sorriso di chi sa esattamente cosa sta facendo.
Mi guardò negli occhi, inclinando la testa con un’aria innocente.
«Wow… tra gli sguardi di prima e questo… deduco proprio che ti piaccia il mio culo.»
Mi si seccò la gola.
La tensione era lì, fortissima. Una corda tirata al limite.
La guardai, trattenendo a stento un mezzo sorriso.
E risposi solo:
«Penso che se ne sia accorta anche la panca piana.»
Giada non si spostò subito.
Fece scorrere lentamente la schiena contro il mio petto, si stiracchiò come una gatta, e si voltò appena, le labbra piegate in un sorrisetto sfacciato.
«Comodo, eh?»
«Abbastanza da voler restare in questa posizione altri dieci squat.»
Lei rise, quella risata bassa e roca che le veniva quando sapeva di avere il controllo.
«Sai che sei più audace del solito oggi?»
Fece un passo indietro, ma si voltò subito.
«Dev’essere stata quella spinta motivazionale sul pacco.»
Scrollai le spalle. «Hai detto che volevi una mano. Io mi sono offerto… tutto.»
Alzò un sopracciglio. «Ah, quindi è un’offerta integrale? Tipo: full service?»
«Solo per clienti premium.»
«Allora dovrò guadagnarmi il pacchetto completo.»
Mi fece l’occhiolino e si girò, lasciando che la coda di cavallo le ricadesse sulle spalle nude.
Passammo al prossimo esercizio: hip thrust.
Io mi piazzai a sistemare la panca, mentre lei prendeva i dischi.
Quando tornò, si sedette e mi lanciò uno sguardo complice.
«Ora ti tocca il mio esercizio preferito. Guarda e impara.»
«Non ho mai avuto dubbi che il tuo preferito fosse uno dove muovi quel culo a ritmo.»
«Parla uno che mi ha spottata sbavando.»
Si sistemò il bilanciere sopra il bacino e si sdraiò, fissandomi mentre si preparava.
«Avanti, vieni a controllarmi la posizione.»
«La posizione del bilanciere o la tua?»
«Entrambe. Anche se credo che la tua attenzione sia molto selettiva.»
Mi inginocchiai accanto a lei, cercando di mantenere una faccia seria.
Le sistemai l’impugnatura, ma ogni suo movimento era un invito: i fianchi che salivano e scendevano, il respiro che diventava sempre più pesante, lo sguardo fisso sul mio, con un sorrisetto nascosto agli angoli delle labbra.
«Ti piace questa vista, eh?» sussurrò senza smettere di muoversi.
«Diciamo che potrei fare l’abbonamento solo per questo esercizio.»
Si fermò, lasciò cadere il bilanciere a terra e si mise seduta, con la fronte sudata e le guance leggermente arrossate.
Poi si avvicinò piano, posandosi con i gomiti sulle ginocchia.
«Se vuoi davvero aiutarmi… potresti anche darmi un massaggino dopo l’allenamento. Giusto per sciogliere un po’ le gambe.»
Mi guardò con quel sorriso malizioso che non lasciava spazio all’immaginazione.
«A meno che tu non abbia paura di toccarmi…»
Le sorrisi.
«Ho più paura di non riuscire a smettere.»
alla fine finimmo l’allenamento e andammo a prendere le nostre cose.
Eravamo tornati in macchina, sudati e stanchi, ma con quell’energia strana che ti rimane addosso dopo un allenamento fatto con la persona giusta. Giada si buttò sul sedile, con una bottiglietta d’acqua tra le gambe e il finestrino abbassato.
«Certo che oggi eri proprio in forma eh… non riuscivo a guardarti troppo a lungo sennò scoppiavo a ridere.»
«Perché? Perché avevo la faccia di uno che voleva nascondere l’erezione?»
«Nooo, macché…» rise, spalancando gli occhi. «Tu non avevi una faccia… avevi scritto addosso “Giada mi sta facendo impazzire e non so come gestirla”.»
Mi voltai verso di lei.
«E tu che provocavi, ridevi, sudavi, ti strusciavi e poi facevi finta di niente…»
«Lo sai che mi piace provocare. È sempre stato il nostro gioco, no?»
Si sistemò i capelli con una mano. «Tu il verginello sfigato… e io la mega figa che ti dà qualche speranza così, ogni tanto. Per sport.»
Scoppiammo a ridere entrambi, ma la sua risata era vera, spontanea, di quelle che ti fanno dimenticare il mondo.
«Sì, peccato che non sono mai stato davvero un verginello.»
«Ma dai, non ci crede nessuno!» disse, battendomi sul braccio. «Tu sei quello che arrossiva se una ragazza lo guardava troppo.»
«Appunto: ho imparato a non arrossire. Ora le guardo io.»
«E a quanto pare… oggi guardavi un sacco.»
Si morse il labbro con un sorrisetto, poi accese la macchina.
Restò qualche secondo in silenzio, poi buttò lì la frase, come fosse niente:
«Senti… se non hai nulla da fare… Mario questa settimana non c’è e mamma ha il turno di notte.»
Mi guardò di lato.
«Vuoi venire da me? Ci guardiamo un film, ci ubriachiamo… come ai vecchi tempi.»
Mi voltai lentamente, il cuore che rimbalzava nel petto.
La tensione era cambiata. Sempre gioco, certo, ma con un peso diverso ora.
Lei mi guardava con quella scintilla negli occhi che conoscevo bene, solo che stavolta era meno scherzosa. Più… carica. Intenzionale.
«Ti porto io a casa dopo, se vuoi… o puoi anche fermarti. C’ho ancora il divano letto.»
Si leccò le labbra, distrattamente.
«Sempre che il verginello regga l’alcol.»
«Sai, odio quando mi chiami verginello.»
Lo dissi mentre il paesaggio fuori dal finestrino scorreva, tra le luci calde del tramonto e la musica bassa in sottofondo.
Giada sorrise senza nemmeno voltarsi, una mano al volante, l’altra a reggere una bottiglietta mezza vuota.
«Oh, scusa allora… ex verginello?»
«Non scherzare.»
«Non sto scherzando. Ma dai, ti ricordo a diciassette anni. Arrossivi solo se ti guardavo le mani. Non mi dire che adesso sei diventato un latin lover tutto d’un pezzo.»
Scosse la testa, ridendo, mentre si fermava a un semaforo.
Mi voltai verso di lei.
«Io ti farei impazzire. E lo sai.»
Questa volta ci fu un secondo di silenzio. Giada non si aspettava che glielo dicessi così, diretto. Mi guardò di lato, le labbra appena schiuse.
Poi sorrise.
«Sì, come no. Fammi indovinare: sei uno di quelli che “eh ma ora ho fatto cose assurde”… e poi non distingue un capezzolo da un gomito.»
«Io distinguo bene. Anzi, li tratto anche piuttosto bene.»
«Ah sì?»
«Mh.»
«Quindi sei diventato uno che fa impazzire le ragazze, eh?»
Fece una curva stretta, poi si voltò e aggiunse:
«Magari anche una come me?»
Il tono era di sfida, ma negli occhi c’era un guizzo diverso.
«Magari proprio te. Te la sei sempre tirata tanto, ma secondo me se solo ti prendessi un po’ meno sul serio…»
Lei rise forte.
«Io? Che me la tiro? Ma fammi il piacere. Sono realista. So quello che valgo. E so anche che a uno come te, qualche anno fa, bastava un mio sorriso per farlo andare fuori di testa.»
La guardai fisso.
«E ora invece no.»
«Ora invece…?»
«Ora invece sono io che ti faccio andare fuori di testa.»
Giada rise di nuovo, ma non con la stessa leggerezza di prima.
Aveva il sorriso allungato, lo sguardo acceso.
Passò la lingua sulle labbra.
«Questa me la segno. Voglio proprio vedere.»
Fece un sorpasso veloce, poi rallentò mentre si avvicinava a un parcheggio.
«Intanto… vediamo come te la cavi a reggere l’alcol. Poi magari, se non svieni, mi mostri queste doti da sciupafemmine.»
Parcheggiò, spense il motore e si voltò.
Lo sguardo era acceso, fisso sul mio.
«Hai paura, ex verginello?»
«No.»
«Meglio. Perché io non faccio sconti.»
stava per aprire la portiera.
«Aspetta.»
