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Erotika
Tre troie e un coglione · Cap. 7
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Capitolo 7 di 8 20 min di lettura

non tirare troppo la corda

esagerare con giada porta un rifiuto è una delusione importante.

Asiadu01
1 anno fa · 435 letture · 2

Giada si fermò con la mano sulla maniglia e mi guardò di lato, sollevando un sopracciglio. «Che c’è? Hai cambiato idea, verginello?»

Non risposi subito. La osservai. I capelli legati di fretta, ancora un po’ sudata, la pelle luminosa, il top nero incollato addosso, i pantaloncini che si arrampicavano sulle cosce forti, lasciando ben poco all’immaginazione.

Era una bomba. E lo sapeva.

«No. Ho solo pensato…» mormorai, mentre allungavo la mano e, senza troppo preavviso, le sfioravo la gamba, appena sopra il ginocchio. «…che magari stavolta le parti si invertono.»

Lei non mosse la gamba. Anzi. Me la lasciò lì.

«Ah sì?» disse, divertita. «E cosa vorrebbe dire?»

Invece di rispondere, le passai la mano lungo l’interno coscia, molto lentamente, fino a sentire la stoffa calda dei pantaloncini sotto il palmo. Non le staccavo gli occhi di dosso.

Lei li abbassò su di me, più sorpresa che arrabbiata. Incuriosita.

«Sto solo dicendo…» continuai, chinandomi verso di lei, le labbra quasi contro il suo orecchio, «che potrei anche farti impazzire. Ma dovresti lasciarmi provare.»

Lei trattenne il fiato. Lo sentii.

Poi fece quella sua risatina bassa, ruvida, sexy.

«Oh, guarda che sei diventato sfacciato, eh…» sussurrò, la voce più roca del solito.

«Magari mi piace.»

Poi si voltò lentamente, e le nostre facce erano vicinissime. Mi guardò seria, per la prima volta da tutto il giorno. Uno sguardo diverso, più profondo.

Poi sorrise di nuovo, quel sorrisetto storto e famelico che avevo sempre conosciuto e temuto.

«Ma occhio,» disse, con tono velenoso e dolce. «Chi gioca con il fuoco, poi… brucia.»

Scese dalla macchina con calma, facendo apposta a piegarsi lentamente per recuperare la borsa, lasciando che quel fondoschiena perfetto mi restasse negli occhi ancora per qualche secondo.

Poi si voltò verso di me e, con un cenno del mento, mi fece:

«Beh? Vieni o hai già finito di fare il macho?»

Chiusi la portiera dietro di me.

No, non avevo finito affatto.

Salimmo le scale piano, uno dietro l’altra. Lei davanti, io dietro. E meno male, perché Giada… Giada era un problema.

L’ho sempre saputo che era una bestia famelica a letto. Lo capivi dal modo in cui si muoveva, come parlava, come ti guardava. Non serviva che lo dicesse: lo leggevi nei suoi occhi quando prendeva il controllo di una stanza con una battuta e mezzo sorriso. Lo sapevi da come si mordeva il labbro quando rideva troppo.

Era una di quelle che sapevano cosa volevano. E se lo prendevano.

E io… io me lo portavo dentro da anni questo pensiero. Il pensiero di farle perdere il controllo.

Il pensiero di farla tremare.

Di vederla per una volta non pronta, non ironica, non con la risposta pronta… ma nuda, vulnerabile, travolta.

Lei aprì la porta di casa con un click e si voltò verso di me.

«Prendi una birra, io vado a togliermi questa roba sudata. Poi scegli un film. Ma non uno strappalacrime, eh. O ti caccio.»

Sparì nel corridoio, verso la sua stanza. E la sua risata riecheggiò ancora, allegra.

Io restai fermo un secondo, col cuore che batteva forte e la testa che girava.

“Giada… questa volta non scappi.”

Quando Giada scomparve in corridoio, non andai in cucina.

Invece, la seguii. Il cuore mi batteva forte, la testa era un vortice di pensieri, ma uno era più chiaro di tutti: non volevo più restare a guardare.

Era ora di toccare.

«Ti serve una mano a togliere queste cose sudate?» dissi con un tono calmo, ma pieno di tensione.

Lei si voltò appena, sorpresa. Si era già slacciata il top e lo teneva in mano. Mi guardò con un mezzo sorriso, un sopracciglio alzato.

«Ah sì? Ti sei evoluto da verginello a spogliarellista personale?»

Ma non ci fu ironia nella sua voce, solo una provocazione accesa.

«Qualcosa del genere…» sussurrai, chiudendo la porta dietro di me.

Le andai addosso senza aspettare risposta. Le mie labbra cercarono le sue, con decisione. Lei rispose subito, con una fame che non lasciava spazio ai dubbi. Il nostro bacio fu selvaggio, ruvido, pieno di arretrati.

I nostri corpi, ancora caldi e sudati dall’allenamento, si incollarono senza fatica. Sentivo il suo respiro affannarsi, mentre le mani le scorrevano lungo la schiena nuda, stringendola a me.

Le dita si mossero sicure, spinte da anni di desiderio represso. La accarezzai tra le cosce con forza, senza dolcezza, e lei emise un gemito basso, quasi di rabbia.

«Stronzo…» sussurrò tra i denti, mentre mi spingeva sul letto con lei.

Poi mi strinse.

Le sue gambe mi si avvinghiarono attorno alla vita, i talloni mi spinsero contro il suo bacino come se volesse divorarmi.

La guardai negli occhi. Era eccitata. Ma anche esitante.

Quel suo lato dominante stava crollando, un po’ alla volta, e io lo sentivo.

Lei voleva essere toccata. Ma forse, più di tutto, voleva essere sorpresa.

«Ti faccio ancora ridere, Giada?» le sussurrai all’orecchio, affondando la bocca contro la sua pelle bagnata.

Il suo seno nudo mi rimbalzava contro il petto, caldo, pieno, vivo, mentre la baciavo con tutta la fame che avevo addosso. Le mie mani la stringevano ovunque, affondavano sulla pelle sudata, sui fianchi, tra le cosce…

Sembrava che finalmente avessi io il controllo.

Ma Giada non era il tipo da lasciarsi dominare.

In un attimo, con un movimento secco e felino, mi ribaltò sotto di lei. Le sue cosce si strinsero attorno ai miei fianchi, e senza dire una parola si sedette su di me, con quel sorriso maledettamente famelico stampato sul volto. I capelli le cadevano sul viso, il respiro affannoso, gli occhi accesi.

«Pensavi davvero di comandare tu?» sussurrò, ma non attese risposta.

Si mosse.

Lentamente, maledettamente sensuale.

Il bacino che si strusciava contro il mio, con un’oscenità elegante che mi fece tremare le gambe.

Il seno che ballava davanti ai miei occhi, i suoi gemiti bassi che mi scuotevano dentro.

Mi baciava come se volesse mangiarmi, con quella foga che solo lei sapeva avere.

Le mani le scivolavano tra i capelli, sulla schiena, e finalmente… le mie dita affondarono su quel culo.

Morbido, sodo, perfetto.

Quel culo che avevo sognato troppe volte da lontano, ora lo stringevo, lo palpavo con la fame di anni.

Giada gemeva contro la mia bocca, senza smettere di muoversi, senza rallentare.

Era impazzita, una bestia.

E io, sotto di lei, non riuscivo nemmeno a pensare.

Solo a sentire.

Solo a toccare.

Solo a volerla ancora.

D’un tratto si bloccò.

Smise di muoversi, di baciarmi.

Rimase lì, sopra di me, con gli occhi spalancati, come se avesse appena realizzato qualcosa.

Poi scese piano, senza dire nulla, allontanandosi, raccogliendosi in un angolo della stanza.

«Ma che cazzo sto facendo…» sussurrò, quasi parlando a sé stessa.

Io mi tirai su di scatto, il cuore che batteva ancora fortissimo.

«Giada…»

«No. No, no, no…» scuoteva la testa, i capelli scomposti, la voce spezzata.

«Oddio, non volevo… Non volevo tradire Mario, cazzo. Non me ne sono nemmeno resa conto. Non stavo pensando, ero… io…»

Si portò le mani al viso.

Piangeva.

Quel pianto vero, rotto, inaspettato.

Non lo avevo mai visto su di lei.

Non su Giada.

Mi sentii gelare.

Tutto il fuoco che avevamo acceso era stato spento di colpo da un’ondata di dolore.

Il suo, e forse anche il mio.

«Giada…» sussurrai, avvicinandomi piano, come se bastasse una parola sbagliata per farla esplodere.

Lei si scostò appena, tremava.

«Che cazzo ho combinato… Non sono così. Io… sto con lui. E tu… tu sei il mio amico. Cristo. Come ho potuto?»

Le misi una mano sulla spalla, delicatamente.

«Mi dispiace. Giuro. Giuro che non volevo farti stare male.»

«Ma l’hai fatto…» disse, guardandomi con quegli occhi rossi e lucidi.

«Io ho iniziato… lo so. Ma non cambia nulla. Non doveva succedere.»

Annuii.

Non c’era nulla da aggiungere. Solo silenzi e un senso di colpa che ci inghiottiva entrambi.

Mi scusai ancora.

Una, dieci, cento volte.

E lei piangeva in silenzio, col viso tra le mani.

Quella sera sembrava non finire mai.

«Forse Joe… è meglio che vai.»

La sua voce era bassa, rotta, ma decisa.

Aveva gli occhi lucidi, il trucco colato e la maglietta messa male in fretta.

Non c’era più niente di quella Giada di prima, spavalda, provocante.

Solo una ragazza ferita, spaventata, confusa.

Annuii lentamente, senza discutere.

«Hai ragione…»

Mi rivestii in silenzio.

Niente battute, niente sguardi.

Solo un nodo in gola e un peso sul petto.

Scesi le scale piano, senza voltarmi indietro.

L’aria fuori era più fredda di quanto ricordassi.

Forse era solo dentro di me che faceva un freddo cane.

Mi fermai sul portone, col cuore a pezzi e i pensieri in tumulto.

E poi…

Cazzarola.

Ero a piedi.

Mi guardai attorno come un idiota.

Non passava una macchina. Non un’anima viva.

Mi resi conto solo in quel momento che era tardissimo, e che avevo lasciato tutto — telefono, portafoglio, dignità — sul tappeto della sua stanza.

Prima di andare avanti…

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