Il giorno dopo lo passai interamente in uno stato che definire eccitato sarebbe riduttivo.
La testa cercava di lavorare, ma il corpo aveva altre priorità.
Ogni mail, ogni riga di codice, ogni notifica… tutto mi sembrava inutile se confrontato con quello che avevo vissuto la sera prima.
Reika che si masturbava dicendo il mio nome.
La maschera che cadeva.
La realtà che si piegava su se stessa.
Avevo passato tutta la giornata col durello nascosto sotto la scrivania, a sistemare script e frontend mentre dentro di me ribolliva un solo pensiero:
“Non posso andare da Alice in questo stato.”
Alle 19 in punto, puntuale come sempre, arrivai a casa di Veronica.
Lei, come al solito, mi accolse con il sorriso materno di chi ancora non ha capito che la figlia è un’arma di distruzione ormonale.
“È già in camera, ti aspetta.”
Salii.
E già da fuori la porta socchiusa, capii che Alice aveva superato se stessa.
Indossava una canottiera bianca a costine, cortissima e attillata, senza reggiseno, e un paio di pantaloncini di jeans tagliati, larghi ai fianchi, che sembravano messi lì solo per non lasciarla nuda.
Era sul letto, seduta con le gambe incrociate, la chitarra sulle cosce nude, e il solito sorriso che sembrava innocente ma conteneva più malizia di quanto volesse ammettere.
“Ciao prof… sei rosso in faccia, oggi. Giornata stressante?”
Non avevo nemmeno parlato.
E mi aveva già letto dentro.
“Un po’… diciamo che ero distratto.”
Lei sorrise.
Si sporse verso di me per prendere il plettro da terra, e nel farlo la canottiera si sollevò appena, lasciando intravedere il profilo morbido del seno.
Io distolsi lo sguardo.
O almeno ci provai.
“Beh, allora fammi concentrare io… magari ti insegno qualcosa io oggi, eh?”
Lo disse con quel tono tra lo scherzoso e il proibito, mentre cominciava a pizzicare le corde.
La lezione iniziò con le solite battute.
Alice aveva sempre quel tono lì, tra il gioco e il fuoco, eppure ogni volta riusciva a darmi la sensazione che non fosse davvero consapevole di quanto mi mandava in confusione.
Ero seduto accanto a lei, sul bordo del letto, mentre cercavamo di perfezionare un giro armonico che avevamo provato la settimana prima.
“A volte penso che dovrei fare la rockstar e basta,” disse, sorridendo. “Se non riesco come cantante, almeno conquisto i cuori con la canottiera, no?”
Lo disse ridendo.
Ma intanto si piegava verso lo spartito, e il seno si muoveva sotto quel pezzo di stoffa come un’onda lenta.
Senza reggiseno.
Ancora.
Io deglutii.
Due volte.
“Saresti pericolosa sul palco,” mormorai. “Soprattutto per i chitarristi…”
Lei mi guardò con un’espressione da gatta sorniona.
“Ma io sono una brava ragazza,” disse con tono finto offeso, “ho un fidanzato, non so se te l’ho già detto…”
“Ah sì?” dissi io, sarcastico. “Una quindicina di volte.”
“Ma perché non mi credi?” rise. “Pensi che una con una faccia da bambola e il cervello da ribelle non possa essere fedele?”
Il problema non era quello.
Il problema era che quella faccia da bambola, e quel corpo da sogno, mi stavano scavando dentro.
E io non potevo cedere.
Lei si mise a suonare un riff, sbagliò due note, rise, e si voltò verso di me.
“Mi distrai.”
“Tu distrai me.”
“Eh, ma io sono l’allieva. È il prof che deve essere professionale, no?”
Mi sfidava.
A volte con lo sguardo.
A volte con il tono.
Altre volte… con il corpo.
Ad un certo punto si alzò per prendere un’altra chitarra, e mentre si piegava in avanti, i pantaloncini lasciarono intravedere parte del fondoschiena.
Perfetto.
Alto.
Sodo.
Si voltò, vide che avevo distolto lo sguardo al volo.
Fece un sorrisetto.
“Tutto bene?”
“Tutto… sotto controllo.”
“Ah. Allora devo impegnarmi di più.”
⸻
E in quel momento, non capii se stava parlando della musica… o di qualcos’altro.
Per il resto della lezione, fu bravissima.
Precisa, rapida, sensibile.
Capiva ogni accordo al volo.
Aveva gusto.
Aveva talento.
Eppure io riuscivo solo a pensare a quanto era perfetta in quel suo modo così spontaneo e feroce.
Una ragazzina che sembrava una dea.
Un angelo col sorriso da diavolo.
Alla fine della lezione, mentre sistemavo le cose nella custodia, lei si avvicinò e mi chiese:
“La prossima volta possiamo suonare qualcosa di un po’ più… intenso?”
“Intenso come?”
“Come… emozionante. Che fa venire i brividi.
Sai, quelle cose che… toccano corde che non c’entrano solo con la musica.”
Mi sorrise, poi mi diede un buffetto sul braccio.
“Ciao prof. Alla prossima.”
Chiuse la porta dietro di sé, lasciandomi con un pensiero fisso:
quanto ancora avrei resistito a quel sorriso?
Alle 21, con ancora addosso il suo profumo misto shampoo e desiderio, decisi che non potevo chiudermi in casa.
“Una birra e la partita. Nient’altro. Ho bisogno di staccare.”
Tornai al bar dove ero stato con Giada, senza pensarci troppo.
Un posto tranquillo, familiare, dove la luce è bassa, il brusio copre i pensieri e il mondo sembra un po’ più semplice.
Appena entrai, però, il mondo smise subito di essere semplice.
Dietro il bancone c’era Raffaella.
Sorridente, sensuale, e con una maglietta che sembrava dipinta addosso.
Aveva i capelli raccolti con leggerezza, qualche ciocca scura che le accarezzava le guance.
I jeans stretti le fasciavano i fianchi con una naturalezza sfrontata, e ogni movimento delle sue anche sembrava dettato da una regia invisibile, pensata per far impazzire chiunque avesse occhi.
Mi vide.
E sorrise in quel modo che sapeva troppo.
Troppo del mio corpo.
Troppo delle mie fantasie.
“Ma guarda chi si rivede…
Non ti avevo detto che lavoro qui?”
“No. Ma direi che mi hai fatto la sorpresa perfetta.”
“Birra o… il solito gioco?”
Disse inclinando appena la testa, mentre si chinava dietro al bancone, offrendomi una vista da film vietato.
“Birra. Per ora.
Ma se nel menù c’è anche il gioco…”
“Ci si può sempre arrivare.
Tu siediti, io ti servo.
E magari, se fai il bravo,
ti racconto il mio prossimo racconto.
Quello… col vicino di casa.”
Mi sedetti.
Le luci dello schermo riflettevano sul vetro della birra appena versata.
Ma i miei occhi non erano sul calcio.
Erano tutti per lei.
Per quella donna che sapeva accendere il desiderio con le parole,
e con uno sguardo far saltare ogni difesa.
La partita era accesa.
Ma io no, io ero in stand-by.
Seduto al tavolino, birra fresca in mano, cercavo di concentrarmi sullo schermo, sulle azioni, sugli applausi.
In realtà guardavo il culo di Raffaella mentre si muoveva dietro il bancone.
Quei jeans stretti sembravano cuciti sul suo corpo, e ogni passo era una piccola punizione per il mio autocontrollo.
Rideva con un cliente, si allungava per prendere una bottiglia, si spostava leggera come se non sapesse che ogni suo gesto era carico di un’erotismo istintivo e preciso.
Ma fu proprio mentre stavo per bere il secondo sorso che la vidi.
Seduta a un tavolo laterale, da sola.
Reika.
Indossava un cappuccio chiaro, una felpa larga, jeans larghi.
Quasi un travestimento.
Ma il viso, la frangetta, le labbra piene e quel modo di guardare lo schermo con occhi intensi e lucidi… era lei.
Faceva il tifo in silenzio, con piccoli gesti.
Aveva un bicchiere d’acqua, e le mani raccolte tra le gambe, quasi come se volesse rendersi invisibile.
Non ci riusciva.
Cavolo. Era davvero qui.
E io… io mi ero palesato.
Le avevo chiesto una videochiamata.
Aveva detto il mio nome mentre si masturbava.
E ora era lì. A tre metri da me.
Avrei voluto alzarmi.
Avvicinarmi.
Dire qualcosa, anche solo “ciao”.
Ma…
Dietro il bancone, Raffaella mi lanciava occhiate.
Occhiate che sembravano leggere i miei pensieri, smontarli e rimontarli.
E la verità era che non sapevo bene cosa fossimo io e lei.
