Mentre tornavo a casa, il cuore ancora agitato, sorridevo come un idiota.
“Ma dai…
Quella cosplayer.
Reika.
La stessa Reika su cui mi masturbo una volta al giorno…
vive nella città della mia infanzia?”
Camminavo con le mani in tasca, lo sguardo nel vuoto e l’immaginazione a mille.
Ogni dettaglio di lei mi tornava addosso come una carezza maliziosa:
quel modo di camminare, quella maglietta con la scritta “KISS ME LATER”, la curva dei fianchi sotto il denim chiaro…
Sembrava uno scherzo, un regalo perverso dell’universo.
Appena misi piede in casa, mia madre mi chiamò dalla cucina:
“Ah, Joe! C’è una lettera per te, nella cassetta della posta.
Era firmata a mano, l’ho trovata io.
Te l’ho lasciata sulla scrivania.”
Una lettera?
Chi diavolo scrive ancora lettere?
Entrai in camera.
Lì, tra il laptop e le corde della chitarra, c’era una busta crema, senza francobollo né timbro.
Solo il mio nome, scritto con una calligrafia morbida e precisa.
La aprii.
Dentro, una pagina piegata in due.
Carta ruvida.
Inchiostro nero.
Odorava vagamente di profumo.
Quello che avevo sentito su Raffaella.
Cominciai a leggere.
⸻
“Ascensore.
Porta che si chiude.
Pochi secondi d’aria prima che l’elettricità del corpo faccia il resto.
Lui preme lo stop.
Il pulsante rosso si illumina, come il calore che si accende tra le cosce di lei.
Si guardano. Ma è fame, non sguardo.
Le mani lo tirano verso il muro.
Le gambe si avvolgono attorno al suo bacino.
Le bocche si trovano con furia, le lingue si intrecciano.
Lei non ha bisogno di dirlo:
è bagnata.
Lui lo sente mentre le dita scorrono sotto il vestito, mentre la bocca scende e trova la pelle, il velluto, l’umidità calda che lo accoglie.
E lì…
In quell’ascensore bloccato, con le pareti tremanti e la città fuori dal tempo,
lui si inginocchia.
E la prega con la lingua.”**
⸻
Mi lasciai cadere sulla sedia, la lettera ancora aperta tra le mani.
La mia erezione era evidente.
Palpabile.
Impossibile da ignorare.
Era firmata.
“R.
P.S. Ti è piaciuto il mio nuovo racconto? Era ispirato a qualcosa di vero.
O di molto vicino.”
Guardai verso il soffitto.
Poi verso la finestra.
Poi verso la porta chiusa.
Raffaella stava giocando a un livello completamente diverso.
E io ero dentro fino al collo.
Non potevo resistere.
Avevo ancora addosso l’odore della carta della lettera di Raffaella.
Le parole mi martellavano nella testa, le immagini troppo vive per lasciarmi in pace.
Il cuore mi batteva nel petto come se stessi per fare qualcosa di sbagliato.
Ma ero già dentro.
Avevo bisogno di venire.
E avevo bisogno di farlo con Reika.
Accesi il portatile.
Le mani tremavano appena mentre aprivo il suo profilo.
Il mio spazio segreto.
Il mio rifugio perverso.
Quel giorno nessun nuovo video disponibile.
Delusione.
Ma non bastava per fermarmi.
Scorrii fino alla sezione delle richieste personalizzate, per una videochat.
“Disponibile a tempo limitato.”
“Risposta entro 48 ore.”
Prezzo: alto.
Decisamente alto.
Ma chi se ne frega.
Digitai.
“Vorrei vederti in ginocchio sul letto.
Con le gambe larghe.
Mentre ti masturbi lentamente, mentre sputi sul seno e dici il mio nome.
Joe.
Solo questo. Ma detto come se sapessi chi sono davvero.”
Premetti invio.
Pagai.
Chiusi tutto.
Mi appoggiai allo schienale, nudo dalla vita in giù.
Teso.
Eccitato.
In attesa.
Passò un’ora.
Sessanta minuti di cuore accelerato e nervosismo alle stelle.
Ero steso sul letto, con il portatile acceso e le luci abbassate, a fissare la chat aperta.
Poi, d’improvviso, apparve un messaggio.
[Reika] “Per te ho fatto un’eccezione.
Accetta la chiamata tra 5 minuti.
La tua richiesta mi ha… stuzzicata.”
Mi sedetti di scatto.
Le dita tremavano.
Avevo pagato una fortuna.
E non me ne fregava niente.
Cinque minuti dopo, la videochiamata si aprì.
Il cuore mi esplose nel petto.
La luce era calda, dorata.
La stanza sembrava quella dei suoi video: un letto enorme, sfondo sfocato, tende rosso scuro e lenzuola nere.
Ma stavolta era dal vivo.
E per me.
Lei comparve davanti alla telecamera.
Indossava solo una maschera.
Una mascherina nera in pizzo, che le copriva gli occhi, lasciando le labbra in ombra.
I capelli sciolti, mossi, scendevano sulle spalle nude.
Il corpo… era una visione.
Le mani iniziarono a salire piano.
Sulle cosce, sull’addome teso, fino a raggiungere il seno.
Lo afferrò con entrambe le mani, lo strinse piano, lo accarezzò, poi guardò verso la lente e, con un gesto lento, scoprì la bocca.
Sputò sul seno, lentamente.
Un filo lucido che scivolò tra le dita e la pelle tesa.
Poi iniziò a massaggiarsi con movimenti circolari, sensuali, ipnotici.
Io ero paralizzato.
Con la webcam rigorosamente spenta.
Il respiro corto.
La mano tra le gambe.
Gli occhi incollati allo schermo.
Lei si sdraiò lentamente, sempre guardando in camera.
Le dita scivolarono giù.
Aprì le gambe.
Si toccò.
Con dolcezza.
Con una lentezza studiata.
Intima.
Assoluta.
Poi, tra un respiro spezzato e un gemito trattenuto, disse piano:
“Joe…”
Il mio nome, come se lo avesse sempre saputo.
Come se stessimo facendo l’amore da anni.
Come se fosse reale.
Tutto.
Venni senza riuscire a resistere.
In silenzio, trattenendo il respiro, mentre lei continuava a muoversi, a gemere, a toccarsi solo per me.
Stava per cliccare per chiudere la chiamata.
Lo vedevo nei suoi movimenti, nel modo in cui le dita si allungavano verso il mouse.
Il corpo ancora leggermente scosso da un respiro profondo, il seno umido che brillava alla luce calda della stanza.
Ma prima che potesse farlo, mi sentii obbligato a parlare.
“Aspetta… scusa se è una domanda troppo personale.”
La voce mi uscì roca, spezzata, un po’ ansiosa.
Non avevo mai parlato con lei, non davvero.
Era come infrangere una parete sacra.
Ma non potevo ignorarlo.
“Ma… tu vivi qui? Intendo… in questo paese?
Ti ho vista oggi. Alla fiera.
Indossavi gli stessi vestiti del video.
Sei tu, vero?”
Lei si bloccò.
Guardò in camera per due lunghi secondi.
Poi, senza distogliere lo sguardo, prese la maschera e lentamente la sollevò.
I suoi occhi chiari comparvero, vivi, diretti.
Erano identici a quelli che avevo incrociato qualche ora prima tra i banchi del mercatino.
E sulle sue labbra si disegnò un sorriso lento, provocante.
“Shh…”
disse piano, con un tono vellutato e malizioso.
“Tieni il mio segreto, Joe.
Per favore.”
Poi fece l’occhiolino, chiuse la maschera sul volto e, con un click, la chiamata si interruppe.
Restai lì.
A fissare lo schermo vuoto.
Col cuore che tamburellava nel petto e la pelle ancora calda.
Mi ero appena masturbato con la mia cosplayer preferita.
In videochiamata.
E lei… viveva a pochi isolati da casa mia.
E ora sapeva il mio nome.
E io conoscevo il suo volto.
Com'è finora?
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giovane ragazza che da poco si sta approcciando alla scrittura di racconti erotici. se volete scrivermi: [email protected] blog tumblr: https://www.tumblr.com/asiadu01
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