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Erotika
Tre troie e un coglione · Cap. 3
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Capitolo 3 di 8 15 min di lettura

il mio nome sussurrato mentre si masturba

dinamiche sessuali complicate e nuovi personaggi entrano nel racconto

Asiadu01
1 anno fa · 527 letture · 3

La naturalezza con cui stava seduta, con cui si aggiustava i capelli mentre parlava, il sorriso appena storto mentre prendeva in giro i miei sogni da adolescente.

“E ora sei uno che lavora da casa, fa il freelance e suona la chitarra la sera. Sembri uno uscito da una serie Netflix.”

“E tu che scrivi tesi sulla poesia tedesca e intanto fai foto con quell’aria da ragazza della porta accanto. Chi è più finto?”

Scoppiammo a ridere.

E per un attimo, fu bello non dover sedurre. Non dover dimostrare. Solo stare.

Anche se, lo ammetto, guardarla così da vicino qualcosa dentro me lo accendeva comunque.

Ma Giada era Giada.

Una parte di me.

Un ricordo che si era fatto donna.

Il tempo passava, e il vino iniziava a scorrere come se fosse acqua.

Giada, tra un sorso e l’altro, aveva preso il comando della conversazione.

Gesticolava, raccontava, rideva a crepapelle, era tornata esattamente quella che ricordavo, ma con più grinta.

“No vabbè, tu comunque non puoi sfuggirmi così…

e la vita sentimentale? Ti vedo strano.”

Alzai le mani, fingendo difesa.

“Vita sentimentale è una parola grossa. Diciamo… ricca di sorprese. E di confusione.”

Lei fece una smorfia ironica, appoggiandosi allo schienale.

“Classico Joe. Sempre con la testa tra le note e il c… nelle nuvole.”

Ridetti.

Poi sorseggiò il vino e abbassò lo sguardo per un secondo, come se stesse cercando il modo di dire qualcosa.

“A proposito… te lo ricordi Mario?”

La domanda mi colse un po’ alla sprovvista.

“Mario Mario?”

“Sì. Quel Mario.”

“Certo che me lo ricordo. Non mi è mai stato simpatico, in effetti.”

Lei scoppiò a ridere.

Un riso spontaneo, pieno.

Poi si sporse verso di me, con gli occhi lucidi d’ilarità.

“Ecco, allora adesso ti piacerà ancora meno…

ci sto insieme.”

Ci fu un istante di silenzio.

Poi ridemmo entrambi, forse per imbarazzo, forse per quella strana ironia della vita.

“Dai, giuro! È cambiato un sacco.”

“Spero per lui.”

“Mi tratta bene. E in questo periodo è tutto quello che voglio.”

Annuii, sorridendo.

Non potevo biasimarla.

C’era qualcosa di maturo nel modo in cui l’aveva detto.

Come se avesse scelto una forma di serenità che, in quel momento, a me sembrava lontanissima.

“E tu invece? Dai, una ragazza che ti faccia impazzire un minimo, ce l’avrai…”

“Più d’una, forse.

Ma niente che abbia un nome definito.”

Le nostre risate si sciolsero in un silenzio tranquillo, quello che arriva solo tra persone che si conoscono da una vita.

Giada si sistemò una ciocca dietro l’orecchio, il viso leggermente arrossato dal vino.

E per un attimo la guardai in silenzio.

Bella, presente, in pace.

“Promettimi che torni in palestra con me.”

“Oddio, proprio palestra?”

“Sì. Martedì. Otto in punto.

Non accetto scuse.”

“Va bene…

ma solo se poi mi offri la colazione.”

“Fatto.”

E brindammo.

Alla maturità.

Ai vecchi amici.

E a tutte le cose che, per fortuna, non sono mai andate nel verso giusto.

Ci salutammo con un lungo abbraccio, quasi più fisico che emotivo, come succede quando l’alcol ha fatto il suo lavoro e il cuore è leggero.

Con Giada era come se qualcosa fosse rimasto intatto, immobile nel tempo, e si fosse solo messo in pausa.

Ora bastava premere play, e tutto riprendeva da dove si era fermato.

“Martedì, eh. Non ti scordare.”

“Otto spaccate.”

“Non provare a fare il morto.”

“Ma figurati. Morirò dopo lo stretching.”

Ridemmo ancora, poi ci separammo.

⸻

Stavo tornando verso casa a piedi, camminando piano, con quel tipico stato di euforia stanca, da vino buono e chiacchiere sincere.

Quando passai davanti alla villa comunale, quell’edificio antico sempre usato per mercatini e mostre, notai un cartello:

“Fiera del vintage e dell’usato – Libri, vinili, artigianato.”

Mi fermai.

Non avevo fretta, ero alticcio, curioso, e una parte di me cercava un pretesto per non tornare subito nel silenzio del mio appartamento.

Entrai.

Dentro c’era musica soffusa, odore di carta vecchia e legno verniciato.

Banconi pieni di oggetti dimenticati, vestiti anni ’80, radio a manovella, quadri storti e occhiali da sole giganti.

Un piccolo caos di memorie, sospeso nel tempo.

Mi avvicinai a un banchetto di libri.

Romanzi consumati, edizioni scolorite, saggi fuori catalogo.

Perfetto per perdersi.

Presi in mano un vecchio Bukowski, poi un fumetto erotico in bianco e nero.

Stavo sfogliando senza meta, quando la percepii.

Una ragazza mi passò accanto.

Non mi sfiorò.

Non mi guardò.

Ma qualcosa… mi colpì.

Era vestita in modo stranamente familiare.

Jeans slavati a vita alta.

Maglietta bianca corta, con una scritta rossa in stile retrò.

Mi bastò un secondo.

“KISS ME LATER.”

Il cuore mi fece un balzo.

Capelli castano chiaro, che le arrivavano poco più giù le spalle, leggermente mossi.

Frangetta netta, precisa.

Giacca aperta, lasciata cadere con leggerezza sulle spalle.

Era l’identico outfit che Reika indossava nel video che avevo guardato poche ore prima.

Solo che… ora era davanti a me.

Reale. Tangibile.

In carne, pelle e magnetismo.

Il suo viso era scolpito per sedurre senza sforzo: lineamenti delicati e decisi insieme, perfettamente equilibrati.

Occhi chiari e profondi, intensi, esaltati da un eyeliner affilato come un taglio.

Lo sguardo sembrava attraversare lo spazio.

Vedeva tutto.

Diceva tutto.

Senza proferire una parola.

La frangetta, tagliata con precisione chirurgica, incorniciava la fronte come un tratto d’inchiostro, mentre i lunghi capelli le accarezzavano le spalle con morbidezza, ondeggiando mentre camminava, come se fossero vivi.

Le labbra, rosse e lucide, sembravano appena uscite da un sussurro peccaminoso.

Perfettamente disegnate, carnose, sensuali.

E quel mezzo sorriso…

Ironico. Complice.

Come se sapesse esattamente quello che ti passa in testa, prima ancora che lo pensi.

La pelle era diafana, ma non fredda.

Aveva quella luminosità vellutata da porcellana baciata dal sole, quel tipo di pelle che ti vien voglia di scoprire piano, centimetro dopo centimetro.

Da toccare con rispetto.

Da desiderare con lentezza.

Il corpo…

Dio.

Le curve erano lì, come scolpite sotto l’abbigliamento casual.

Seno pieno e sodo, la maglietta corta lo accarezzava senza contenere troppo.

La vita stretta, i fianchi larghi, decisi, e quel fondoschiena…

Perfetto.

Alto.

Tondo.

Così reale da sembrare un’offesa al pudore.

Anche sotto un paio di jeans, urlava desiderio.

Le gambe lunghe e tornite si muovevano lente, precise.

Ogni passo sembrava studiato dalla natura per farti impazzire.

Eppure non c’era nulla di volgare.

Solo una sensualità assoluta, totalizzante.

Una presenza che non si guardava.

Si subiva.

Si sentiva sotto pelle.

Restava addosso.

Mi passò accanto.

Lo sguardo diritto.

Il profumo leggero di qualcosa di fruttato e caldo.

E via.

Svanita tra le bancarelle.

Mi lasciai cadere su uno sgabello, il cuore martellante, la gola asciutta.

Era lei.

Era davvero lei?

Reika?

E se sì…

che diavolo ci faceva alla fiera del vintage nella mia città?

Prima di andare avanti…

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