"Ahi, Gabriella," gemetti.
E venni.
Un getto potentissimo che le colpì il seno, un fiocco bianco e caldo sulla sua pelle chiara. Poi un altro, e un altro ancora. La coprii di sborra, le sue tette grandi, il suo stomaco, il suo collo. Fu una sborrata esplosiva, un fiume che la inondò, la marchiò come mia proprietà.
Quando finii, crollai su di lei.
Il mio corpo esausto si adagiò sul suo, entrambi sudati e appiccicati. Le mie labbra cercarono la sua pelle, leccando via la mia stessa sborra dal suo seno.
Restammo così per un po', un groviglio di arti e sudore, con il mio peso che la schiacciava dolcemente sul materasso. La sentivo respirare sotto di me, il suo petto che si alzava e si abbassava con un ritmo lento e stanco. Il mio cazzo, ancora sensibile, era premuto contro la sua coscia. Le mie labbra si posarono sulla sua spalla, leccando via un sapore salato. Ci coccolammo, le mie dita che le accarezzavano i fianchi, le sue mani che mi passavano dolcemente tra i capelli.
ci volle un po' prima di recuperare le energie dopo quello che le avevo fatto, Poi si mosse, un lieve scuotimento sotto di me.
"Sporca," sussurrò, la voce roca. "Tutta sudata... e sporca della tua passione." Fece una pausa, il respiro ancora affannoso. "Devo fare una doccia."
Le sue parole, sebbene dolci, mi pugnalarono come un rifiuto. Feci il bambino offeso. Le diedi le spalle, rotolando via da lei, la mia faccia dura, il broncio stampato sulle labbra.
"Voglio stare con la mia sorellona," mormorai, guardando il muro, la voce che tradiva un pizzico di vera tristezza.
Sentii un suo sospiro, poi la sua mano calda sulla mia schiena.
"E chi ti ha detto di no?" disse, e nella sua voce c'era un sorriso. "Puoi fare la doccia con me."
Mi voltai di scatto, il cuore che ripartì a mille. Lei mi stava già guardando, gli occhi lucidi, un sorriso malizioso sulle labbra.
"Vieni, fratellino," mi disse, porgendomi la mano.
La presi e la seguii.
Il bagno era immerso nella penombra, solo una luce fioca sopra lo specchio. Entrammo, i nostri piedi nudi sul freddo pavimento. Lei andò dritta alla doccia, aprì la porta di vetro e accese l'acqua. Un getto caldo iniziò a cadere, creando una cortina di vapore che ci isolava dal resto del mondo.
Lei si voltò, il suo corpo bellissimo illuminato dalla luce soffusa dell'acqua, i suoi capelli neri già leggermente umidi. Mi fece cenno con un dito, un invito silenzioso.
Entro nella doccia con lei.
L'acqua calda mi colpì la schiena, un brivido di piacere mi percorse tutto. Ero così vicino a lei che potevo sentire il calore del suo corpo, l'odore della sua pelle bagnata. Era bellissima. L'acqua le scivolava lungo le spalle, lungo la schiena, lungo il fondoschiena perfetto. Le sue tette erano ancora segnata dai miei morsi e dalle mie succhiate, i capezzoli duri che mi chiamavano. non riuscivo a non pensare a quando la spiavo sotto la doccia e ora, sono qui, pronto a scoparla di nuovo.
Mi avvicinai, le mie mani che le presero i fianchi. Lei si accostò, il suo corpo che si appoggiò al mio. Era tutto così diverso da prima. La furia era svanita, sostituita da un'intimità profonda, quasi sacra.
La baciai, un bacio lungo, dolce, pieno di un'affetto che non avevo mai provato prima. Le nostre lingue si danzavano lentamente, un ballo sensuale sotto il getto dell'acqua.
Il bacio si fece più profondo. Non c'era più rabbia, solo un bisogno disperato l'uno dell'altra. Le mie mani scivolarono lungo la sua schiena bagnata, affondando nella morbidezza della sua pelle, fino a raggiungere il suo sedere perfetto, teso e sodo. Lo strinsi, la sollevai da terra. Lei capì e avvolse le gambe attorno alla mia vita.
Il suo peso mi spinse indietro, fino a quando le mie spalle non si appoggiarono al freddo delle piastrelle del muro della doccia. Il mio cazzo, duro e impaziente, si trovava esattamente all'ingresso della sua fica, bagnata non solo dall'acqua, ma dalla voglia.
"Guardami," le sussurrai.
I suoi occhi, pieni di un'emozione che non riuscivo a decifrare, mi fissarono. "Sei tutto quello che ho sempre voluto, Ale. Tutto."
Con un movimento lento, la feci scendere. La mia cappella le aprì le labbra, entrò in lei di un centimetro, poi due. Entrammo in contatto e fu come se due pezzi di un puzzle finalmente si incastrassero. Lei era stretta, incredibilmente calda. Non la scopai. Entrai in lei. Lentamente, fino a quando il mio cazzo non fu tutto dentro, fino in fondo.
"Ti amo, fratellino," gemette, la sua voce che si mescolava al rumore dell'acqua. "Ti amo, ti amo, ti amo."
E io capii. Capii che tutto quello che era successo non era solo sesso. La rabbia, la gelosia, la possessività... erano solo manifestazioni di qualcosa di più profondo, di più grande. La scopata violenta di prima non era un atto di odio, ma una dichiarazione d'amore. Cazzo non era un mezzo per trarre piacere, era il linguaggio che avevamo trovato per dirci quello che le parole non riuscivano a esprimere.
"Anch'io ti amo, sorellona," risposi, la voce rotta dall'emozione. "Ti ho sempre amato."
Iniziai a muovermi, lentamente. Era una scopata diversa. Non più violenta, ma intensa. Ogni colpo era una carezza, una promessa. L'acqua calda ci cadeva addosso, scivolando sui nostri corpi uniti, un fiume che ci lavava, ci purificava. Le mie mani le carezzavano la schiena, i suoi capelli. Le sue mani mi stringevano le spalle, le unghie che mi graffiavano dolcemente.
"Eri sempre lì," sussurrai tra un colpo e l'altro. "Sempre. In casa. In camera tua. Non potevo non guardarti. Non potevo non desiderarti."
"E io ho provato a ignorarti, Ale," rispose lei, il viso nascosto nella mia spalla. "Ho provato a odiarti per questo desiderio. Pensavo fosse sbagliato, sporco. Ma non riuscivo a smettere di pensarti. Di notte... a volte mi toccavo pensando a te."
La sua confessione mi distrusse e mi ricostruì allo stesso tempo.
usci da dentro di lei per vivere con calma questo Momento romantico.
"E ora?" le chiesi. "Cosa facciamo adesso?"
Lei si staccò da me, il suo viso a pochi centimetri dal mio.
"ora per prima cosa ti farò venire di nuovo" con un sorriso mi disse mentre mi scivolava via, si inginocchiava e il mio cazzo scompariva nella sua bocca calda, un nuovo mondo di sensazioni travolgenti, la sua lingua era un'artista, che dipingeva il mio piacere con tratti veloci e decisi.
Mi appoggiai al muro, le gambe che tremavano. "Gabriella... cazzo... sei incredibile..."
Lei alzò lo sguardo verso di me, gli occhi che brillavano di complicità e di orgoglio. "Lo so," rispose, la voce rauza. "E so anche che stai per venire."
E aveva ragione.
La pressione crebbe, un calore che mi esplose nelle palle e mi si propagò per tutto il corpo. "Gabriella... adesso..."
E venni di nuovo, nella sua bocca, un'onata meno potente della prima, ma più intima, più personale. Lei inghiottì tutto, poi si alzò, mi baciò, facendomi assaggiare il mio stesso sapore.
"adesso è il mio turno," mi disse lei, la voce che tremava di voglia.
Prese il mio cazzo, ancora sensibile, lo guidò verso la sua fica e si spinse contro di me, facendolo entrare in leinuovamente con un sospiro. Iniziammo a scopare, con passione, con amore. L'acqua continuava a cadere, un muro invisibile che ci separava dal mondo. Non c'era più nulla, solo io e lei. Solo noi.
I nostri corpi si muovevano all'unisono, una danza antica e sacra. Le mie mani le massaggiavano le tette, i suoi capezzoli duri sotto i miei pollici. La sua bocca mi mordicchiava il collo, lasciando piccoli segni rossi. Ogni suo gemito era una carezza, ogni mio respiro una promessa.
"Ti amo," le dissi.
"Ti amo," rispose lei.
E fu tutto ciò che serviva.
Il suo secondo orgasmo la travolse, una marea che la strinse in una morsa e non la lasciò andare. Gridò, una lunga, dolce, urla di piacere che l'acqua non riuscì a soffocare.
Finimmo la doccia.
Il calore dell'acqua era svanito, ma non quello tra di noi. Presi il sapone liquido, versai un po' sul palmo della mia mano. L'odore era dolce, quasi vanigliato. Iniziai a lavarla. Non era un atto di pulizia, ma di venerazione. Le mie mani scivolarono sulle sue spalle, lungo le sue braccia, massaggiando con movimenti lenti e circolari. Lasciai che la schiuma si formasse, una barriera bianca e morbida sulla sua pelle. Poi scesi, seguendo le curve del suo corpo, il sapone che le leccava i fianchi, il sedere perfetto che ancora sentivo tra le mie mani.
Lei si donò a me, gli occhi chiusi, il capto all'indietro, sotto il getto dell'acqua. "Lavami tutta, fratellino," mi sussurrò.
E io lo feci. Mi inginocchiai, le mia mani che le lavavano le cosce, le ginocchia, i polpacci. Poi risalii, verso il centro del suo piacere. Con delicatezza, con rispetto, le lavai la fica, le mie dita che la pulivano, che le massaggiavano, ma senza cercare altro piacere se non quello di prendermi cura di lei.
Poi fu il suo turno.
