Giochi Proibiti in Famiglia
Capitolo 7 - triangolo con la sorella
Federica emise un piccolo sbuffo, un suono che mescolava divertimento e finto fastidio. Si girò appena, i suoi fianchi nudi che continuavano a strofinarmi lentamente, mantenendo il mio cazzo in uno stato di ebollizione permanente. «Scusa, Gabry. Ma il secondo round era promesso a me. Non si possono cambiare le regole a metà partita, vero?»
Il suo sguardo scivolò su di me, avido, poi tornò su Gabriella, un lampo malizioso nei suoi occhi verdi. «Però... non voglio essere cattiva. C'è un posto per te. Un posto molto... speciale.»
Indicò il mio viso con un cenno del mento. «Siediti qui. Sul suo viso. E mentre io mi prendo quello che mi spetta di sotto... lui può lavorare là sopra. il Tuo piccolo fratellino,» aggiunse, e la sua voce diventò un sussurro carico di promesse, «ha una lingua... magica. Credo che tu ne rimarrai piacevolmente sorpresa.»
Un brivido mi percorse la schiena. L'idea di Gabriella, di Gabriella nuda su di me, di sentirla, assaggiarla... era troppo. Il mio cazzo si contrasse violentemente sotto le mani di Federica, che rise di nuovo, soddisfatta. «Visto? Anche lui la pensa come me.»
Gabriella era immobile, una statua di marmo imbarazzato. Le sue guance erano infuocate, le mani si stringevano le falde della vestaglia. Era così lontana dalla donna sicura e disinibita di Federica, e in quella sua timidezza c'era una purezza che mi spingeva a impazzire. Il suo sguardo incrociò il mio per un istante e negli occhi dietro gli occhiali lessi una tempesta: vergogna, desiderio, curiosità. Era combattuta, ma la voglia di cedere, di lasciarsi andare, era più forte.
Con un respiro profondo e tremante, le sue dita afferrarono la cintura della vestaglia. Un singolo, attimo di esitazione. Poi la sciolse.
La seta bianca le scivolò via dalle spalle, cadendo a terra in un sussurro silenzioso. E rimase nuda.
Era una visione. La sua pelle era più chiara di quella di Federica, quasi perlacea al chiarore della stanza. Il suo corpo era morbido, generoso. Le curve che avevo ammirato per anni, ora erano lì, a portata di mano. Le sue tette enormi, piene, con i capezzoli scuri e duri che puntavano verso di me. Il suo ventre morbido, le sue cosce sode e chiuse, e la sua figa, che intravedevo tra le sue gambe, coperta solo da un folto ciuffo di peli castani. Era la donna dei miei sogni, nuda e tremante nella stanza, pronta a fare ciò che Federica le aveva ordinato.
Con un'incertezza che la rendeva ancora più bellissima, si avvicinò al letto. Si girò, offrendomi il suo splendido fondoschiena, tondo e perfetto, mentre Federica le sorrise, la sua mano che continuava a masturbarmi con calma, quasi sadica.
«forza! Gabry. Siediti. Lui sta aspettando», la incitò Federica, la sua voce un sibilo seducente.
Gabriella salì sul letto, le sue ginocchia che affondavano nel materasso ai lati della mia testa. Il suo odore mi avvolse, un profumo di pelle pulita, di bagnoschiuma alla pesca e di qualcosa di più intimo, di più caldo, di più... Gabriella, probabilmente durante il nostro primo round aveva fatto una doccia. Era un odore che avrei riconosciuto ovunque, un odore che mi aveva fatto sognare e masturbare per anni.
Abbassò lentamente il suo corpo, e la sua figa si avvicinò sempre di più alla mia bocca. Vedevo ogni dettaglio. Le sue grandi labbra, carnose e scure. Le piccole labbra, più chiare, già umide e protese. Il suo clitoride, piccolo e duro, che spuntava dal suo cappuccio.
Poi il contatto. Caldo, morbido, bagnato. La sua pelle contro le mie labbra. Il suo sapore, dolce e salato, un sapore che non avevo mai immaginato.
Chiudo gli occhi e respiro, annusandola profondamente. È il profumo dei miei sogni diventato realtà. La mia lingua esce, esitante, e lecca le sue grandi labbra, sentendole tremare. È un sapore dolce, un sapore che mi ubriaca.
«Sì...» sibila Federica, la sua mano che stringe il mio cazzo, sentendolo pulsare. «Lecca quella figa. Leccala tutta.»
Le mie mani si alzano, afferrano le sue cosce morbide e sode, sentendo la sua pelle scaldarsi sotto i miei polpastrelli. La spingo verso il basso, sentendola avvicinarsi sempre di più. La sua figa si preme contro la mia bocca, e io mi perdo in lei.
Inizio a leccarla con più decisione, la mia lingua che si spinge tra le sue labbra, esplorando, cercando. Trovo il suo clitoride, piccolo e duro, e lo succhio, sentendola tremare di piacere. Un gemito esce dalle sue labbra, un gemito lungo e profondo, un gemito di puro piacere. È un suono che non avevo mai sentito, un suono che mi fa impazzire.
«Oh, Dio... Sì... Così...» geme Gabriella, il suo corpo che si contorce, le sue mani che si aggrappano alla testiera del letto. «Sì... Ale... Sì...»
Federica ride, un suono basso e vibrante che mi fa vibrare le palle. «Visto? Te l'avevo detto. La sua lingua è magica.»
Lei, nel frattempo, ha smesso di segarmi. Si alza, il suo corpo snello e sensuale che si erge sopra di me. Prende il mio cazzo, ancora sporco dei nostri succhi, e lo guida verso la sua figa, già bagnata e aperta. Senza avvisare, si lascia cadere, ingoiandomi tutto fino in fondo.
«Mmmh...» geme lei, il suo corpo che si irrigidisce per il piacere. «Sì... È proprio quello che volevo.»
Inizia a muoversi, i suoi fianchi che dondolano con un ritmo animalesco, una bestia che ha trovato la sua preda. Ogni sua spinta è più profonda, più forte. E io sono lì, in mezzo a loro, il mio cazzo che esplode dentro Federica mentre lecco la figa di Gabriella.
«Leccala, Ale! Leccala bene!» urla Federica, la sua voce roca di passione. «Voglio sentirla urlare! Voglio sentire la mia migliore amica urlare il tuo nome mentre la scopi con la lingua!»
Mi aggrappo alle cosce di Gabriella, tirandola ancora più addosso, il mio viso che sprofonda nella sua figa. Lecco, succhio, mordo delicatamente, seguendo gli insegnamenti di Federica, usando la mia lingua come uno strumento di piacere. Il clitoride, le labbra, l'entrata... la esploro tutta, sentendola reagire a ogni mia mossa.
«Oh, Dio! Ale! Sì! Sì! COSÌ!» urla Gabriella, la sua voce che si spezza, il suo corpo che si contorce in un orgasmo che sembra non finire mai. La sua figa pulsa contro la mia bocca, e io bevo i suoi succhi, sentendomi onnipotente.
Il mondo si ristringe. Non c'è più la stanza, non c'è più il letto, non ci sono più muri. Esiste solo questo. La mia bocca su Gabriella, il mio cazzo in Federica. Il mondo è un triangolo di sudore, gemiti e carne.
La mia lingua diventa una furia. Non lecco più, la violento. La spingo dentro il suo buco caldo e bagnato, la giro, la faccio danzare, sentendo le pareti della sua figa contrarsi, stringermi, succhiarmi. Il mio naso si preme contro il suo clitoride, e io lo strofino, un massaggio selvaggio e costante che la fa saltare su di me.
«AAAAH! ALE! DIO! SÌ! SÌ! COSÌ!»
Lei non è più la timida Gabriella che conoscevo. È una bestia urlante, un corpo che si contorce senza controllo. Le sue mani si sono staccate dalla testiera e ora si aggrappano ai miei capelli, tirando, spingendo, annegandomi nella sua figa. Non si vergogna più. Non ha più paura. C'è solo il piacere, un piacere così potente, così travolgente da farla impazzire. È rossa in viso, il petto ansimante, il sudore le bagna la fronte e cola lungo il collo. Urla come non l'ho mai sentita urlare, senza parole, solo suoni animali, gutturali, che mi dicono che la sto distruggendo nel modo più bello possibile.
E sopra di me, Federica. Lei è il motore di tutto. Il suo culo si alza e si abbatte su di me con una violenza che mi toglie il fiato. È una fessura calda, viscida, una zoccola che sa esattamente cosa vuole e come prenderlo.
«SÌ! LECCALA! SCOPAMI! è MERAVIGLIOSO!!» urla lei, la sua voce un tuono che copre persino le grida di Gabriella. La sua schiena è un arco di pelle sudata, i suoi capelli neri le si attaccano alla schiena. Si appoggia indietro, le sue mani che poggiano sulle mie cosce.
«Ti piace, Ale? Ti piace questo? La tua zoccola preferita che ti scopa mentre fai diventare pazza la tua sorellina?» geme lei, il suo ritmo che si fa ancora più furioso, un canter galoppante che mi sbatte le palle contro il culo. «Siamo due troie, Ale! Due troie per il tuo cazzo! E vogliamo tutto!»
E io gemevo. Non potevo farne a meno. Ogni spinta di Federica mi faceva sprofondare ancora più a fondo nella figa di Gabriella. Ogni leccata a Gabriella faceva contrarre i miei muscoli e il mio cazzo diventava ancora più duro dentro Federica. Ero al centro, il perno, il cazzo che univa due mondi. I miei gemiti soffocati erano il contrappunto alle loro urla, un muggito di puro godimento, una preghiera profana a questo paradiso proibito.
Il ritmo è infernale, un martellio che non dà tregua. Il corpo di Gabriella è una corda tesa pronta a spezzarsi. Sento le sue gambe tremerne violentamente tra le mie mani, i suoi muscoli che si contraggono in spasmi sempre più vicini. Il suo respiro è un rantolo affannoso, rotto da gemiti acuti che si fanno sempre più veloci, più disperati.
«ALE! ALE! NON... NON CE LA FACCIO... STO... STO...»
Le parole le muoiono in gola, sostituite da un urlo strappato, un lamento animale che sale dal profondo delle sue viscere. Un'ondata calda e abbondante mi inonda la bocca, il sapore del suo piacere che mi travolge. La sua figa pulsa, si contrae violentemente intorno alla mia lingua, in un orgasmo che sembra volerla spezzare in due. Si piega in due su se stessa, le sue tette enormi rimbalzano, il suo corpo che trema incontrollabilmente mentre continua a venire, un flusso ininterrotto di piacere che la fa urlare senza sosta.
Federica sente tutto. Sente le contrazioni di Gabriella contro il mio viso, sente il suo urlo di pura estasi. Ma lei non si ferma. Anzi. Il suo culo si alza e si abbatte con una furia raddoppiata.
«NON TI FERMARE!» urla lei, la sua voce un tuono che mi rimbomba nel petto. «CONTINUA! LECCALA FINCHÉ NON SI SVUOTA TUTTA! NON TI FERMARE FINCHÉ NON VIENIAMO TUTTI!»
L'ordine è una scossa elettrica. Non posso obbedire, ma il mio corpo lo fa. La mia bocca è ancora incollata alla figa di Gabriella, la mia lingua continua a torturarla anche quando lei cerca di divincolarsi, troppo sensibile, fradicia. I suoi gemiti si trasformano in piccoli urla soffocate, supplichi.
«BASTA! ALE! BASTA! PIÙ... PIÙ... NON... NON RIESCO... OH DIO!»
Ma io la tengo stretta. Le mie braccia di ferro le bloccano le cosce, inchiodandola al mio viso. La lecco, la succhio, la spingo oltre ogni limite, godendomi i suoi spasmi, i suoi tremiti, le sue grida disperate che mescolano dolore e piacere. È bella così, impotente, vittima del mio desiderio. La mia sorellina. La troia della mia vita.
E Federica, sopra di me, è una furia. Il suo corpo scivola sul mio sudore, le sue unghia mi graffiano il petto. Mi guarda, i suoi occhi verdi che mi bruciano, e i suoi gemiti si uniscono a quelli di Gabriella in una sinfonia di lussuria.
«SÌ! COSÌ! SCOPAMI! SÌ! STIAMO VENENDO INSIEME A TE! TI SENTO... TI SENTO.. SÌ!»
Il suo ritmo è bestiale. Ogni colpo mi raggiunge in fondo, mi strappa un gemito soffocato. Il mio cazzo è un'arma, un martello che le demolisce la figa. E il piacere sale, un'onda calda che parte dalle mie palle e mi inonda tutto il corpo.
«VIENI, ALE! VIENI CON ME! RIEMPIMI! SBORRA DENTRO DI ME!» urla lei, il suo corpo che si piega in un arco perfetto, le sue tette che puntano verso il soffitto.
E io cedo. Non posso più resistere. La pressione è insostenibile, il piacere troppo forte. Con un urlo soffocato dalla figa di Gabriella, esplodo. Un getto bollente, violento, che le inonda l'interno. Vengo, e ancora vengo, svuotandomi completamente, mentre Federica urla il suo piacere, il suo corpo che si contrae intorno al mio cazzo, succhiandomi l'ultima goccia.
Siamo un ammasso di corpi, un groviglio di membra sudate. Gabriella si accascia su di me, il suo peso che mi schiaccia, il suo respiro che si fa piano, un piccolo sibilo di stanchezza. Federica si abbandona sul mio petto, i suoi capelli neri che mi sfiorano il viso.
Il silenzio che seguì era denso, pesante, rotto solo dai nostri respiri affannosi. Sembravamo tre naufraghi dopo una tempesta, abbandonati su un'isola di lenzuola sporche e sudore. Gabriella fu la prima a muoversi, con un lamento che era metà stanchezza, metà sollievo. Si rotolò via da me, cadendo sul materasso come una marionetta a cui avevano tagliato i fili. Era libera. Finalmente libera dalla tortura più dolce e crudele della sua vita.
Federica, con una fluidità che mi sembrava sovrumana, si sfilò dal mio cazzo ora flaccido e si arrampicò tra noi, posandosi sulla schiena con le braccia aperte, una regina sul suo letto di vinti. Io rimasi steso supino, le braccia aperte, lo sguardo perso nel soffitto. Ero svuotato, spompato fino al midollo, ogni musulo del mio corpo che pulsava al ritmo lento della sazietà.
Gabriella si raggomitolò su un fianco, rivolta verso di me. I suoi occhiali erano storti, le lenti appannate. Aveva il viso ancora rosso, una maschera di piacere e confusione. Mi guardava, e nei suoi occhi c'era un'adorazione mista a terrore.
«Oh Dio... Ale...» mormorò, la voce un filo roco e tremante. «È... è stato... non ho parole.»
Chiuse gli occhi, un sorriso esaltato le increspava le labbra carnose. «Non... non ho mai provato niente del genere. Mai. È stato... come morire e rinascere.»
Poi il sorriso svanì, sostituito da una piega angosciata. Riaprì gli occhi e mi fissò di nuovo. «Ma è tutto sbagliato. Sbagliato. Tu sei mio fratello.»
Federica rise, un suono basso e rauco, come il gocciolio del miele. Si voltò sulla schiena, i suoi seni piccoli e perfetti che puntavano verso il soffitto. «Smettila con questa storia del fratello, Gabry. Non siete fratelli di sangue. E comunque, da quello che ho visto, il sangue che ti si è riscaldato era un altro.»
Si girò su un fianco, appoggiando la testa su una mano, e ci guardò, i suoi occhi verdi che brillavano di malizia soddisfatta. «Piacere, eh, Ale? Ti sei divertito a far impazzire la tua sorellina?»
Io riuscii solo a annuire, la gola secca, incapace di articolare una parola. Ero esausto, ma il ricordo del sapore di Gabriella, il calore della figa di Federica, ancora mi pulsava nelle vene.
«Vedi?» disse Federica a Gabriella, indicandomi con un cenno del mento. «Gli è piaciuto. Gli è piaciuto un sacco. E anche a te, non negarlo. Hai urlato così forte che ho temuto che la polizia venisse a farci la visita.»
Gabriella si coprì il viso con le mani, le guance che si arrossavano di nuovo. «Mi sono vergognata... non riuscivo a controllarmi. Era come se... come se un'altra persona avesse preso il mio corpo.»
«Quella persona si chiama desiderio, Gabry. E si chiama Ale,» sussurrò Federica, avvicinandosi a Gabriella e baciandola dolcemente sulla spalla. «E ha una lingua che dovrebbe essere dichiarata tesoro nazionale.»
Poi si rivolse di nuovo a me, il suo sguardo che si faceva più intenso, più avido. «E tu, Ale? Cosa ne pensi? La vuoi ancora, la tua sorellina? O vuoi un'altra dose della tua zoccola preferita?»
Il respiro mi torna, un po' più profondo. Il mio sguardo lascia il soffitto e si posa su Gabriella. La vedo lì, accoccolata, un mix di vulnerabilità e estasi ancora impressa sul suo volto. Il desiderio ritorna, non un'eco, ma una fiamma viva. Non è una scelta, è un istinto.
«Voglio te, Gabriella», dico, la voce roca ma chiara, senza giri di parole. È una confessione diretta, spoglia. Ma devo essere onesto anche con me stesso. «Ma... non ce la faccio. Ho finito le energie.»
Federica scoppia a ridere, un suono carnale e trionfante che risuona nella stanza. Ride così forte che il suo corpo trema sul letto. Si alza su un gomito, i suoi occhi verdi che mi piovono addosso, pieni di una malizia infinita.
«Energia? Ma che dici, piccolino?» sussurra, la voce un veleno dolce. Poi il suo sguardo si sposta su Gabriella, un comando non detto che aleggia tra loro. «Forza, Gabry. C'è un altro modo per risvegliare un morto. Usa quelle tettone.»
Fa una pausa, godendo della reazione di imbarazzo di Gabriella prima di aggiungere, con un tono più basso, più complice: «So benissimo che sai come giocare con un bel cazzo. Fallo. Resuscitalo.»
Gabriella sembra rimpicciolirsi sotto le parole dell'amica, ma solo per un istante. Qualcosa si accende nei suoi occhi. Forse la sfida, forse la voglia di ribellarsi, forse... solo la fame. Quella fame che Federica ha menzionato. Si avvicina, il suo corpo morbido che scivola verso di me.
«Okay», mormora, guardandomi dritto negli occhi. Ma poi ferma tutto, la sua mano che si ferma a un pelo dal mio cazzo ancora flaccido. Il suo sguardo si fa duro, serio. «Ma sentitemi bene. Questa sarà la prima e l'ultima volta. Capito?»
Indica noi due con un cenno del capo. «Da domani... questa notte pazza non deve essere mai esistita. Tutto torna come prima. Siamo solo fratelli.»
Le parole sono una ferita, ma il suo sguardo mi dice un'altra storia. Un'altra bugia. E in quel momento, non mi interessa la verità. Voglio solo lei.
Senza aspettare una risposta, la sua mano mi avvolge. La sua pelle è così morbida, così diversa da quella di Federica. I suoi movimenti sono incerti all'inizio, esitanti, come se stesse imparando un nuovo strumento. Ma presto trova un ritmo, una dolce pressione che mi fa pulsare nelle sue dita. Mi guarda, il suo sguardo fisso sul mio cazzo, e lo vede reagire, vedendolo ingrossarsi, indurirsi sotto il suo tocco.
«Mmmh...» fa lei, un piccolo suono di sorpresa e piacere. Poi, con un movimento che mi toglie il fiato, si china. Le sue tette enormi, quelle che ho sognato per anni, si appoggiano sul mio petto. Prende il mio cazzo semi-eretto e lo schiaccia tra di esse. La sensazione è... divina. Il calore, la morbidezza, quel peso che mi avvolge. È meglio di qualsiasi figa, di qualsiasi bocca.
«È così che fai?» le chiede Federica, la sua voce un sussurro carico di eccitazione. «No, no, no... non così.» Si china, la sua faccia a pochi centimetri dalle tette di Gabriella. «Devi bagnarlo. Devi essere una troia, non una bambina.»
E Gabriella capisce. Sputa, un grosso sputo che atterra sul suo seno, proprio sulla mia cappella. Poi di nuovo, un altro sputo, più abbondante, che le scivola tra le tette, creando una scia calda e lucida.
«Sì...» geme lei, e questa volta il suono è diverso. È un suono di fame, di pura lussuria. «troppi anni... troppi anni di noia...»
Inizia a muoversi, le sue tette che mi avvolgono, che mi stringono, che mi segano. La sua testa è china, i suoi capelli che mi sfiorano le cosce. Mi guarda dal basso, i suoi occhi nascosti dietro gli occhiali, ma vedo il fuoco che brucia dentro di lei.
«Senti, Ale? Senti come ti sto resuscitando?» mi sussurra, la sua voce un sussurro carico di promesse. «Senti come il tuo cazzo torna vivo tra le mie tette?»
E io sento. Lo sento crescere, indurirsi, pulsare di vita. Il mio cazzo è un mostro tra le sue tette, un mostro che lei ha creato, che lei nutre con il suo desiderio. E io sono suo, e lei lo sa. Lo sento crescere, indurirsi, pulsare di vita. Il mio cazzo è un mostro tra le sue tette, un mostro che lei ha creato, che lei nutre con il suo desiderio. E io sono suo, e lei lo sa.
Il mio cazzo è una colonna di marmo rovente tra le sue tette, duro quasi al punto di far male. Ogni su, ogni giù, il glande che emerge da quel canyon di carne per poi sparire di nuovo, è una tortura divina. Gabriella è diventata un'altra. I suoi movimenti sono sicuri, il suo respiro pesante, i suoi occhi che mi fissano con una sfida che non mi aspettavo. È lei che comanda, ora.
Con un ultimo movimento, si solleva. Il mio cazzo schiocca libero, eretto, vibrante, ricoperto del suo sputo e del mio precum. Lei si allunga, si appoggia le mani sul mio petto, pronta a montarmi, a prendermi.
«Faccio io», mormora, e c'è un'aria di supponenza, di trionfo nella sua voce. «Ora tocca a me, fratellino. Senti com'è quando comanda una donna vera.»
Ma non arriva nemmeno a posizionarsi.
Una mano afferra il suo braccio. È Federica. Con un movimento secco, la ferma.
«Ma no, tesoro. Così non va», ride Federica, un suono tagliente, pieno di crudeltà e di eccitazione. Si rivolge a me, i suoi occhi verdi che sono due fessure di luce nel buio. «Vedi, Ale? La troietta che non chiava mai vuole fare la padrona. Guardala! È quasi patetica.»
Si sporge verso di me, il suo alito caldo sul mio orecchio. «No. Non è lei che comanda. Sei tu. Dai. Sottomettila. Mettila sotto di te e scopala come hai scopato prima me. Ti guido io.»
Le parole di Federica sono una scossa elettrica. Il controllo, la violenza, la possanza... è tutto ciò che voglio in quel momento. Con un ruggito che sale dalle mie viscere, mi scatto. Afferro Gabriella, non con delicatezza, ma con forza. La giro come se fosse una bambola, la sbatto sulla schiena, la costringo ad aprire le gambe con un calcio tra le sue cosce morbide. Un gemito di sorpresa e paura le esce dalle labbra.
«Così va meglio, troia», le sibilo in faccia.
Mi metto tra le sue cosce, le sue ginocchia piegate che mi accolgono. Le mie mani non aspettano. Le afferrano le tette, quelle enormi, magnifiche tette, ancora umide del suo sputo, ancora calde della spalmata precedente. Le stringo, le schiaccio, i miei pollici che le graffiano, i capezzoli duri che mi pungono i palmi. Lei geme di nuovo, un suono più profondo, un suono che sa di sconfitta e di desiderio.
Guido il mio cazzo, la cappella rovente che trova l'entrata della sua figa, già bagnata, aperta, pronta. Non attendo. Non la preparo. Entro. Tutto d'un colpo.
«AAAAAAAAH!»
È l'urlo di Gabriella, un lamento di dolore e piacere così intenso da farmi venire i brividi. È stretta, incredibilmente stretta, e il suo corpo si contorce sotto il mio.
«Vedi, Ale? Ti ho detto che saresti stato all'altezza!» grida Federica, stesa accanto a noi, una direttrice d’orchestra malata del nostro piacere. La sua mano si posa sulla tetta libera di Gabriella, stringendola, pizzicandole il capezzolo. «Ora muoviti! Scopala! Sfondale quella figa!»
Inizio a scoparla, con una violenza che non sapevo di avere. Ogni colpo è un pugno, un affondo, un possesso. Le sue tette dondolano al ritmo delle mie spinte, il suo corpo si schianta contro il materasso. Gemiamo insieme, un coro di bestie.
«Le tette! Stringile più forte! Falle male!» comanda Federica, la sua voce che si fa più roca, più desiderosa. La sua altra mano è scesa tra le sue gambe, e vedo le sue dita che si muovono furiosamente sulla sua figa, mentre continua a tormentare Gabriella. «Vuoi essere sottomessa, eh, Gabry? Vuoi che il tuo fratellino ti tratti come la cagna che sei? Dillo!»
«SÌ! SÌ! TRATTAMI COME UNA CAGNA! SCOPAMI, ALE! SFONDAMI!» urla Gabriella, le sue parole spezzate dai gemiti, il suo corpo che trema sotto di me. È così diversa, così trasformata. La timidezza è svanita, sostituita da una fame insaziabile, una voglia di essere usata, umiliata, posseduta.
«Così! Ancora! Più forte!» continua Federica, la sua voce un sussurro carico di eccitazione. «Sentila com'è bagnata! Sentila com'è calda! È tutta per te, Ale! È tua!»
La obbedisco. Aumento il ritmo, la mia velocità, la mia violenza. Il letto scricchiola, le nostre urla riempiono la stanza, un'orgia di suoni e di carne. Mi piego, la mia bocca si trova vicino al suo orecchio.
«Sei mia, Gabry. Solo mia,» sussurro, la mia voce roca di passione. «Da stasera in poi, sei la mia cagna.»
La mano di Federica è un vortice tra le sue cosce, i suoi dita si muovono con una furia che mi contagia, la sua voce un sibilo incessante che guida le mie mosse, trasformandomi in un burattino della sua stessa lussuria.
«Sì! Così! Non fermarti! Sentila com'è vicina!» geme lei, i suoi occhi che mi fissano, bruciandomi. «Vai più a fondo! Falle sentire il cazzo in gola! Rompila, Ale! RENDILA TUA!»
E io obbedisco. Sono una macchina del sesso, un pistone senza cuore e senza cervello, mosso solo dal desiderio crudele di vederla distrutta dal piacere. Le mie mani non lasciano le sue tette, le schiaccio, le torturo, i capezzoli duri come sassi tra le mie dita. Gabriella è un relitto in tempesta, il suo corpo scosso da onde di violenza e di estasi. I suoi gemiti sono ormai un canto ininterrotto, un mantra di puro abbandono, un suono di una donna che ha perso ogni controllo, ogni dignità.
«ALE! ALE! ANCORA! PIÙ FORTE! PIÙ PROFONDO! PIÙ... PIÌÌÌ...»
La sua voce si spezza, si trasforma in un urlo straziato, un lamento di pura agonia e estasi. E il suo corpo esplode. La sua figa si contrae con una forza che mi spaventa, una morsa viscerale che sembra volermi strappare il cazzo dalle radici. Un'ondata bollente mi inonda, un'esplosione di calore che mi fa venire i brividi. Il suo corpo si irrigidisce, le sue gambe si chiudono intorno a me come pinze, le sue mani che mi graffiano la schiena.
«STO VENENDO! ALE! STO VENENDO! OH DIO! OH DIO! STO VENENDOOOOOO!»
Lei è venuta. Ed è venuta come non è mai venuta in vita sua. Ma io non mi fermo. Federica mi ha ordinato di non fermarmi, e io non mi fermo. Continuo a scoparla, con la stessa violenza, la stessa furia. Il suo corpo, ora ipersensibile, trema sotto di me, gemiti che sono quasi urla di dolore.
«BASTA! ALE! BASTA! NON... NON POSSO PIÙ! PIÙ... PIÙ...»
«NON FERMARTI!» urla Federica, la sua voce un tuono. «CONTINUA! SFONDALA! FALE SENTIRE IL DOLORE!»
E io continuo. La sua figa è una morsa pulsante, così stretta, così bagnata, così calda. Le pareti mi strozzano, quasi soffocano il mio cazzo, ma io non cedo. La spingo oltre ogni limite, godendomi i suoi spasmi, i suoi tremiti, le sue grida disperate. Le sue tette, le mie mani, i nostri corpi, tutto è un'unica, enorme macchina del sesso. Il piacere sale di nuovo, un'onda più forte della prima, un'onda che non può più essere contenuta.
«STO PER VENIRE, GABRY!» urlo, la mia voce roca di passione. «STO PER SBORRARE DENTRO DI TE!»
E lei, in un lampo di lucidità, di paura, di panico, urla.
«NO! ALE! NO! NON DENTRO! CAZZO! NON Facciamo CAZZATE!»
«SBORRA DENTRO!» grida Federica, la sua voce un comando assoluto. «RIEMPILA! È TUA! È UNA TROIA! MERITA IL TUO SEME!»
E io non posso resistere. Non voglio resistere. Con un urlo che squarcia il silenzio, esplodo. Un getto bollente, violento, che le inonda l'interno. Un secondo getto, più forte del primo. Poi un terzo. Vengo, e ancora vengo, svuotandomi completamente, riempiendola, inondandola con il mio sperma, il mio sperma che si mescola con il suo, che la segna, la possiede, la rende mia per sempre.
Mi crollo addosso, il mio peso che la schiaccia, il mio respiro che si fa piano, un piccolo sibilo di stanchezza. Gabriella singhiozza sotto di me, il suo corpo che trema ancora.
le crollai addosso, il mio peso un'ancora che la teneva fermamente agganciata alla realtà, alla nostra realtà nuova e distorta. Il mio respiro era un rantolo roco, il mio cuore un tamburo selvaggio che batteva contro le sue costole. Fui preso da un'impulso primordiale, un bisogno di concludere quel gesto con un bacio. Di sigillare quel patto di sangue e sperma con le mie labbra sulle sue.
Sollevai la testa, il mio viso a pochi centimetri dal suo, e mi chinai.
Ma Gabriella si scansò.
La sua testa si girò di lato con un movimento brusco, quasi convulso, la sua guancia che si schiantò contro il cuscino. Fu un rifiuto silenzioso, più forte di qualsiasi urla. Un muro improvviso e gelido che si ergeva tra di noi, nonostante fossimo ancora fisicamente uniti, nonostante il mio sperma stillasse ancora da dentro di lei, caldo e vivo.
Un nodo si strinse nella mia gola. Il trionfo si dissolse, lasciando solo un amaro vuoto.
Accanto a noi, un gemito soffocato attirò la mia attenzione. Era Federica. Con gli occhi semichiusi, la bocca spalancata in un'espressione di beatitudine crudele, era arrivata al suo secondo climax, tutta da sola. Le sue dita, ancora incastrate nella sua figa, si mossero un'ultima volta, lentamente, prima di fermarsi. Era venuta guardandoci, godendo del nostro dramma, nutrendosi della nostra disgregazione. Un sorriso soddisfatto le increspò le labbra prima che anche lei crollasse, esausta, sul letto.
Siamo rimasti così, per un tempo che parve infinito. Un ammasso di corpi sudati, un groviglio di membra esauste, silenziose. L'aria era densa dell'odore del sesso, del sudore, della nostra stanchezza. Le provocazioni erano terminate. Il gioco era finito.
E il silenzio che ne seguì fu la confessione più schiacciante di tutte.
Il sonno mi prese come un'onda nera e pesante, travolgendomi senza preavviso. La notte più folle della mia vita si chiudeva, non con un bacio, ma con tre corpi che crollavano in un sonno profondo e irrimediabile, ciascuno prigioniero di un proprio inferno, e ognuno di quegli inferni aveva le mie sembianze.
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