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Erotika
Giochi Proibiti in Famiglia · Cap. 8
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Capitolo 8 di 9 26 min di lettura

sorellona fatti toccare!

ci sono di nuovo guai in paradiso...mentre ci avviciniamo drasticamente alla fine

Asiadu01
7 mesi fa · 1.2k letture · 4

Un raggio di sole mi accecò, entrando dalle tende semi-aperte e andando a colpire dritto nel mio cervello. Aprivo e chiudevo gli occhi, cercando di mettere a fuoco il mondo. Mezzogiorno. Forse di più. La stanza era un disastro, un campo di battaglia post-orgasmico. Lenzuola aggrovigliate e l'odore, Quel denso, salmastro, pungente odore di sesso e sudore che ancora permeava l'aria.

Mi gira, un dolore sordo alla nuca. Accanto a me, il buco lasciato da Gabriella era ancora fresco. Freddo. Ma non ero solo.

Federica dormiva sul mio fianco, nuda come la madre l'aveva fatta. Il corpo lungo e slanciato si arricciava su se stesso, come un gatto, con un seno piccolo e sodo che spuntava da sotto le sue braccia. I suoi capelli neri le sciabordavano sul cuscino, un nido caotico. La osservai dormire. Quella faccia da fata malvagia era ora serena, quasi innocente. Ma sapevo che non lo era. Era una volpe.

Le posi una mano sulla spalla, la pelle liscia e calda sotto le mie dita. Stremò, allungandosi con un gemito sommesso che sembrava più un gargarismo di piacere che un risveglio.

"Mmm... Ale," borbottò, senza aprire gli occhi. "Già di nuovo?"

Aprì le palpebre a fatica. Quegli occhi verdi mi squardarono, lucidi e pieni di una comprensione che mi spaventava. Un sorriso lento, felino, le increspò le labbra.

"Buongiorno, superman. O dovrei dire, super-rompiscatole?"

mi misi seduto sul letto, con il corpo nudo in bella vista. 

"Hai distrutto la mia migliore amica e sei svenuto come un metro di bue. Un record."

Scosse la testa, poi con una mossa agile si mise seduta, accavallando le gambe. Non si curò minimamente di coprirsi. Anzi, sembrava esibire quel corpo come un trofeo. Il suo corpo era una sinfonia di linee tese e curve perfette, un'opera d'arte vivente che era stata creata per essere desiderata e consumata.

"E Gabriella?" chiesi, la voce roca.

"Scappata all'alba," rispose Federica, il tono leggero ma con una punta di metallo sottostante. "Ha detto che doveva... riflettere. O che doveva scontrarsi con i fantasmi. Non ho capito bene. Era tutta imbarazzata. Era adorabile."

Fece una pausa, i suoi occhi verdi che mi scrutavano, valutandomi. "Hai visto la sua faccia quando sei venuto dentro di lei? È stato il mio momento preferito dell'intero fine settimana. Forse della mia vita."

Le mie guance arsero. "Federica, non..."

"Oh, sì, Ale. Sì," mi interruppe, avvicinandosi. La sua mano mi afferrò il polso, portando la mia mano contro il suo seno. Il capezzolo, duro come un chicco di caffè, premette contro la mia pelle. "Senti? Ricordi come mi hai trattata ieri? Ricordi le mie urla? Mi hai quasi fatta svenire due volte. Non era recitazione."

Mi chinò, il suo respiro caldo sul mio collo. "Gabriella è un dolce piccolo fiore di campo. Bellissimo, delicato, ma spaventato dal primo vento forte. Io..." sussurrò, le labbra che sfioravano il mio lobo, "io sono la tempesta. E tu, piccoletto, hai il coraggio di affrontare la tempesta...per questo mi piaci"

La sua lingua, calda e umida, tracciò una linea lenta lungo il mio collo, fino alla mascella. Mentre lo faceva, la sua mano libera scese lungo il mio petto, l'addome, fino a chiudersi sul mio cazzo, già duro e pulsante contro la mia pancia. Lo strinse con decisione, non con delicatezza, e un brivido mi attraversò la schiena.

"Mmmh," gemette, guardandolo con un'espressione di avidità quasi scientifica. "Sei già pronto per me. È una cosa bellissima."

Senza un altro preavviso, si chinò e mi prese in bocca.

Non fu un bacio. Fu un'assunzione di possesso. La sua bocca era calda, profonda e la sua lingua era una furia. Io mi tesi indietro, le dita che si agganciavano nei suoi capelli neri, mentre la sua testa si muoveva su e giù, con un ritmo che era al tempo stesso lento e spietatamente efficace. Le sue labbra sigillavano la mia erezione, creando un vuoto che succhiava via il mio respiro. Ogni discesa, le sentivo andare più in profondità, finché il glande non le picchiava contro il fondo della gola e lei non emetteva un piccolo suono di soffocamento che suonava come una vittoria.

"Sta... sta crescendo," sibilò, tirandosi indietro per un attimo, la sua mano che ancora mi lavorava l'asta, scorrendo sulla pelle tesa e bagnata di saliva e pre-eiaculazione. "Diventa più grosso e più duro. Meraviglioso."

Poi tornò a prendermelo, con più furia di prima. Ora usava anche i denti, mordicchiandoli con delicatezza lungo la vena, facendomi sobbalzare. Le mie anche iniziarono a muoversi da sole, a spingere, a cercare più profondità, più di quella bocca infernale. Era un'incantesimo. Ero il suo strumento, il suo giocattolo, e lei la mia direttrice d'orchestra.

"Vuoi venirmi in gola, piccolino?" mormorò, alzando lo sguardo verso di me mentre mi leccava la punta del cazzo. Gli occhi verde smeraldo mi trafiggevano, pieni di una malizia pura e di una voglia divoratrice. "Vuoi riempirmi come hai riempito lei?"

L'immagine di Gabriella, con la faccia contratta nel piacere e nella vergogna, esplose nella mia testa. E fu quello, il confronto, la mescolanza dei loro corpi e dei loro desideri, a farmi superare il limite.

"Federica... cazzo, sì!" gemetti, le mani che le stringevano la testa, costringendola a prendermi tutto.

Una scarica elettrica mi partì dalla base della schiena. Il mio sperma esplose, ondate calde e dense che inondarono la sua gola. Lei inghiottì con voracità, un suono umido e soddisfatto, mentre le sue dita mi stringevano le palle, spremendo ogni singola goccia. Non si tirò indietro. Continuò a succhiarmi, a leccarmi, finché non fui un membro tremante e sensitivo, incapace di reggere un altro tocco.

Finalmente si sollevò, le labbra lucide e gonfie. Mi diede un colpo sulla coscia con la mano aperta, non forte, ma con una sonorità netta.

"Bravo ragazzo," disse, un sorriso compiaciuto sul volto. "Ora sappiamo entrambi come funzioniamo."

Si alzò, disinvolta, e andò in camera di gabri a prendere il ricambio che aveva portato ieri sera . La osservai mentre si rivestiva, quel corpo che solo pochi istanti prima era stato un altare del piacere, tornava a essere un'opera d'arte sotto i suoi abiti. Un vestitino nero attillato che saliva lungo le cosce, che le avvolgeva i fianchi e il seno con una precisione quasi matematica. Indossò i tacchi, e la sua postura cambiò, divenne più aggressiva, più dominante. Si avvicinò allo specchio, si diede un ultimo tocco ai capelli, poi si voltò verso di me, ancora nudo e esausto sul letto.

"Allora, piccolino," disse, la voce ora più bassa, più seria. "Dobbiamo fare un patto."

Mi alzai sui gomiti, confuso. "Che patto?"

"Quello che succede da qui in avanti. Perché quello che è successo ieri... e stamattina... non è uno scherzo. È l'inizio." Fece un passo verso il letto. "Sei stato incredibile, Ale. Non dico solo come una trombata. Dico che hai avuto il coraggio di fare quello che nessuno ha mai osato fare. Hai rotto Gabriella. E mi hai scopata come se sapessi da sempre cosa volevo, senza chiedere, senza esitare."

Si chinò, mettendo le mani sui miei ginocchi. I suoi occhi mi penetravano.

"Non basta. Una volta sola non mi basta. E non basta nemmeno a te, lo so. Ora che hai assaggiato, non tornerai più indietro. Non potrai più accontentarti di guardarla di nascosto."

Mi strinse il mento tra le dita, con una forza che era quasi possessiva. "Voglio che Io e te. Almeno una volta a settimana. Ci vediamo, ci scopiamo come animali, senza regole, senza limiti. Ti insegnerò cose che non puoi nemmeno immaginare. Ti mostrerò come dominare, come farti adorare, come godere senza remore."

La sua voce era un miele velenoso. Sentivo l'eccitazione mescolata al terrore.

"E Gabriella?" riuscii a dire.

"Gabriella la lasciamo a se stessa. Per ora. Deve digerire ciò che le hai fatto. Deve capire che il suo piccolo fratellino è diventato un uomo. E quel uomo... appartiene un po' a me." Un sorriso crudele le increspò le labbra. "Promettimelo, Ale. Promettimi che mi avrai. Una volta a settimana."

Poi, con un gesto che mi spiazzò completamente, si chinò e mi baciò. Non era il bacio aggressivo e possesso di prima. Era un bacio profondo, passionale, ma anche incredibilmente dolce. Le sue labbra, morbide e calde, si muovevano con lentezza, esplorando la mia bocca, la sua lingua che danzava con la mia in un ballo intimo e sensuale. Durò a lungo, finché le mie ginocchia non diventarono gelatina e il mio cuore non martellò di nuovo nel petto.

Quando si staccò, i suoi occhi verdi erano velati di un'emozione che non riuscivo a decifrare.

"Ora devo andare. Pensa a quello che ti ho detto," mi sussurrò, prima di voltarsi e andarsene, lasciandomi solo in una stanza che sapeva ancora di lei.

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4 Cap. 9

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