Giochi Proibiti in Famiglia

Capitolo 8 - sorellona fatti toccare!

Asiadu01
11 hours ago

Un raggio di sole mi accecò, entrando dalle tende semi-aperte e andando a colpire dritto nel mio cervello. Aprivo e chiudevo gli occhi, cercando di mettere a fuoco il mondo. Mezzogiorno. Forse di più. La stanza era un disastro, un campo di battaglia post-orgasmico. Lenzuola aggrovigliate e l'odore, Quel denso, salmastro, pungente odore di sesso e sudore che ancora permeava l'aria.

Mi gira, un dolore sordo alla nuca. Accanto a me, il buco lasciato da Gabriella era ancora fresco. Freddo. Ma non ero solo.

Federica dormiva sul mio fianco, nuda come la madre l'aveva fatta. Il corpo lungo e slanciato si arricciava su se stesso, come un gatto, con un seno piccolo e sodo che spuntava da sotto le sue braccia. I suoi capelli neri le sciabordavano sul cuscino, un nido caotico. La osservai dormire. Quella faccia da fata malvagia era ora serena, quasi innocente. Ma sapevo che non lo era. Era una volpe.

Le posi una mano sulla spalla, la pelle liscia e calda sotto le mie dita. Stremò, allungandosi con un gemito sommesso che sembrava più un gargarismo di piacere che un risveglio.

"Mmm... Ale," borbottò, senza aprire gli occhi. "Già di nuovo?"

Aprì le palpebre a fatica. Quegli occhi verdi mi squardarono, lucidi e pieni di una comprensione che mi spaventava. Un sorriso lento, felino, le increspò le labbra.

"Buongiorno, superman. O dovrei dire, super-rompiscatole?"

mi misi seduto sul letto, con il corpo nudo in bella vista. 

"Hai distrutto la mia migliore amica e sei svenuto come un metro di bue. Un record."

Scosse la testa, poi con una mossa agile si mise seduta, accavallando le gambe. Non si curò minimamente di coprirsi. Anzi, sembrava esibire quel corpo come un trofeo. Il suo corpo era una sinfonia di linee tese e curve perfette, un'opera d'arte vivente che era stata creata per essere desiderata e consumata.

"E Gabriella?" chiesi, la voce roca.

"Scappata all'alba," rispose Federica, il tono leggero ma con una punta di metallo sottostante. "Ha detto che doveva... riflettere. O che doveva scontrarsi con i fantasmi. Non ho capito bene. Era tutta imbarazzata. Era adorabile."

Fece una pausa, i suoi occhi verdi che mi scrutavano, valutandomi. "Hai visto la sua faccia quando sei venuto dentro di lei? È stato il mio momento preferito dell'intero fine settimana. Forse della mia vita."

Le mie guance arsero. "Federica, non..."

"Oh, sì, Ale. Sì," mi interruppe, avvicinandosi. La sua mano mi afferrò il polso, portando la mia mano contro il suo seno. Il capezzolo, duro come un chicco di caffè, premette contro la mia pelle. "Senti? Ricordi come mi hai trattata ieri? Ricordi le mie urla? Mi hai quasi fatta svenire due volte. Non era recitazione."

Mi chinò, il suo respiro caldo sul mio collo. "Gabriella è un dolce piccolo fiore di campo. Bellissimo, delicato, ma spaventato dal primo vento forte. Io..." sussurrò, le labbra che sfioravano il mio lobo, "io sono la tempesta. E tu, piccoletto, hai il coraggio di affrontare la tempesta...per questo mi piaci"

La sua lingua, calda e umida, tracciò una linea lenta lungo il mio collo, fino alla mascella. Mentre lo faceva, la sua mano libera scese lungo il mio petto, l'addome, fino a chiudersi sul mio cazzo, già duro e pulsante contro la mia pancia. Lo strinse con decisione, non con delicatezza, e un brivido mi attraversò la schiena.

"Mmmh," gemette, guardandolo con un'espressione di avidità quasi scientifica. "Sei già pronto per me. È una cosa bellissima."

Senza un altro preavviso, si chinò e mi prese in bocca.

Non fu un bacio. Fu un'assunzione di possesso. La sua bocca era calda, profonda e la sua lingua era una furia. Io mi tesi indietro, le dita che si agganciavano nei suoi capelli neri, mentre la sua testa si muoveva su e giù, con un ritmo che era al tempo stesso lento e spietatamente efficace. Le sue labbra sigillavano la mia erezione, creando un vuoto che succhiava via il mio respiro. Ogni discesa, le sentivo andare più in profondità, finché il glande non le picchiava contro il fondo della gola e lei non emetteva un piccolo suono di soffocamento che suonava come una vittoria.

"Sta... sta crescendo," sibilò, tirandosi indietro per un attimo, la sua mano che ancora mi lavorava l'asta, scorrendo sulla pelle tesa e bagnata di saliva e pre-eiaculazione. "Diventa più grosso e più duro. Meraviglioso."

Poi tornò a prendermelo, con più furia di prima. Ora usava anche i denti, mordicchiandoli con delicatezza lungo la vena, facendomi sobbalzare. Le mie anche iniziarono a muoversi da sole, a spingere, a cercare più profondità, più di quella bocca infernale. Era un'incantesimo. Ero il suo strumento, il suo giocattolo, e lei la mia direttrice d'orchestra.

"Vuoi venirmi in gola, piccolino?" mormorò, alzando lo sguardo verso di me mentre mi leccava la punta del cazzo. Gli occhi verde smeraldo mi trafiggevano, pieni di una malizia pura e di una voglia divoratrice. "Vuoi riempirmi come hai riempito lei?"

L'immagine di Gabriella, con la faccia contratta nel piacere e nella vergogna, esplose nella mia testa. E fu quello, il confronto, la mescolanza dei loro corpi e dei loro desideri, a farmi superare il limite.

"Federica... cazzo, sì!" gemetti, le mani che le stringevano la testa, costringendola a prendermi tutto.

Una scarica elettrica mi partì dalla base della schiena. Il mio sperma esplose, ondate calde e dense che inondarono la sua gola. Lei inghiottì con voracità, un suono umido e soddisfatto, mentre le sue dita mi stringevano le palle, spremendo ogni singola goccia. Non si tirò indietro. Continuò a succhiarmi, a leccarmi, finché non fui un membro tremante e sensitivo, incapace di reggere un altro tocco.

Finalmente si sollevò, le labbra lucide e gonfie. Mi diede un colpo sulla coscia con la mano aperta, non forte, ma con una sonorità netta.

"Bravo ragazzo," disse, un sorriso compiaciuto sul volto. "Ora sappiamo entrambi come funzioniamo."

Si alzò, disinvolta, e andò in camera di gabri a prendere il ricambio che aveva portato ieri sera . La osservai mentre si rivestiva, quel corpo che solo pochi istanti prima era stato un altare del piacere, tornava a essere un'opera d'arte sotto i suoi abiti. Un vestitino nero attillato che saliva lungo le cosce, che le avvolgeva i fianchi e il seno con una precisione quasi matematica. Indossò i tacchi, e la sua postura cambiò, divenne più aggressiva, più dominante. Si avvicinò allo specchio, si diede un ultimo tocco ai capelli, poi si voltò verso di me, ancora nudo e esausto sul letto.

"Allora, piccolino," disse, la voce ora più bassa, più seria. "Dobbiamo fare un patto."

Mi alzai sui gomiti, confuso. "Che patto?"

"Quello che succede da qui in avanti. Perché quello che è successo ieri... e stamattina... non è uno scherzo. È l'inizio." Fece un passo verso il letto. "Sei stato incredibile, Ale. Non dico solo come una trombata. Dico che hai avuto il coraggio di fare quello che nessuno ha mai osato fare. Hai rotto Gabriella. E mi hai scopata come se sapessi da sempre cosa volevo, senza chiedere, senza esitare."

Si chinò, mettendo le mani sui miei ginocchi. I suoi occhi mi penetravano.

"Non basta. Una volta sola non mi basta. E non basta nemmeno a te, lo so. Ora che hai assaggiato, non tornerai più indietro. Non potrai più accontentarti di guardarla di nascosto."

Mi strinse il mento tra le dita, con una forza che era quasi possessiva. "Voglio che Io e te. Almeno una volta a settimana. Ci vediamo, ci scopiamo come animali, senza regole, senza limiti. Ti insegnerò cose che non puoi nemmeno immaginare. Ti mostrerò come dominare, come farti adorare, come godere senza remore."

La sua voce era un miele velenoso. Sentivo l'eccitazione mescolata al terrore.

"E Gabriella?" riuscii a dire.

"Gabriella la lasciamo a se stessa. Per ora. Deve digerire ciò che le hai fatto. Deve capire che il suo piccolo fratellino è diventato un uomo. E quel uomo... appartiene un po' a me." Un sorriso crudele le increspò le labbra. "Promettimelo, Ale. Promettimi che mi avrai. Una volta a settimana."

Poi, con un gesto che mi spiazzò completamente, si chinò e mi baciò. Non era il bacio aggressivo e possesso di prima. Era un bacio profondo, passionale, ma anche incredibilmente dolce. Le sue labbra, morbide e calde, si muovevano con lentezza, esplorando la mia bocca, la sua lingua che danzava con la mia in un ballo intimo e sensuale. Durò a lungo, finché le mie ginocchia non diventarono gelatina e il mio cuore non martellò di nuovo nel petto.

Quando si staccò, i suoi occhi verdi erano velati di un'emozione che non riuscivo a decifrare.

"Ora devo andare. Pensa a quello che ti ho detto," mi sussurrò, prima di voltarsi e andarsene, lasciandomi solo in una stanza che sapeva ancora di lei.

quel lunedì fu un'eco vuoto. Mi mossi come un automa, sistemando casa, cambiando le lenzuola, cercando di cancellare le prove della domenica notte, ma era impossibile. L'odore di sesso era penetrato nel legno del letto, nelle pareti, nei miei pori. Ogni volta chiudevo gli occhi, vedevo i corpi nudi di Gabriella e Federica intrecciati sul letto dei nostri genitori. Sentivo ancora il calore della figa di Gabriella mentre la riempivo, il mio cazzo nella bocca di federica. Era un loop perenne, un film a luci rosse proiettato sulla parete interna del mio cranio.

Nel tardo pomeriggio, sentii le chiavi nella porta. Mia madre e il suo compagno. La casa tornò a riempirsi di voci normali, di routine. "Ale, tutto bene?" mi chiese mia madre, dandomi un bacio sulla guancia. Aveva l'odore del lavoro, di quel mondo di adulti che mi sembrava ora così lontano, così irreale. Come potevo risponderle? "Sì, tutto bene, grazie. Ho solo studiato e un po' sistemato." Una bugia che si dissolveva nel mio stesso respiro.

Gabriella invece, non tornò.

La cena fu un supplizio. Masticavo il cibo senza assaggiarlo, i miei pensieri perennemente proiettati verso la porta, aspettando di vederla entrare, di capire cosa pensasse, come mi avrebbe guardato. Ma il posto accanto a me rimase vuoto.

Più tardi, mentre lavavo i piatti, il padre di gabri entrò in cucina. "Nessuna notizia da Gabry?" chiese, con un tono che cercava di essere casuale.

"No. Sarà uscita con le amiche," risposi, senza voltarmi.

"E con Federica, immagino. Quella non la lascia mai in pace," borbottò lui, gettando bucce di banana nel secchio dell'umido. "Mi preoccupa, Ale. Non so... mi sembra che la tiri un po' troppo per le lunghe, che la coinvolga in situazioni un po'... strane."

Mi bloccai, le mani immerse nell'acqua calda e saponata. Strane. Se solo avessi saputo.

" è la sua migliore amica. Sono come sorelle," mentii ancora, la voce che usciva più rocca di quanto avessi previsto.

Mi guardò per un istante, un'espressione strana sul volto, poi scosse la testa. "Forse hai ragione. Sono io che invecchio e vedo problemi dove non ce ne sono." Uscì dalla cucina, lasciandomi solo con le mie bugie e il rumore dell'acqua che scorreva.

Strano come la normalità potesse essere così grottesca.

Il martedì mattina fu difficile, andai a fare un giro e pranzai fuori con amici per non pensare troppo. Il mio mondo si era ristretto alla stanza da letto dei miei genitori, a quel letto che ora era un altare profanato. A Gabriella, con il suo corpo morbido e il suo sguardo di terrore e piacere. A Federica, con il suo sorriso di diavolo e la sua bocca avida.

Il pomeriggio tornai a casa, il caldo era un'entità fisica, una coperta umida e pesante che ti si appiccicava alla pelle e ti rubava il respiro. L'aria condizionata era un sospiro di refrigerio, un'illusione che si infrangeva non appena varcavi la soglia. E lì, seduta sul divano con le ginocchia al petto, c'era lei.

Gabriella.

era cambiata. O forse ero io a vederla diversamente. Indossava un paio di pantaloncini, e una canotta bianca che aderiva alle sue forme, mettendo in evidenza il solco tra i suoi seni. I suoi capelli sembravano più spenti, la sua pelle un po' meno luminosa. Sembrava stanca. Oppure solo molto, molto confusa.

I nostri occhi si incrociarono per un secondo, un attimo eterno in cui il mondo intero si fermò. Poi distolse lo sguardo, fissando un punto indefinito sul pavimento.

"Gabri," sussurrai, la voce che mi uscì roca, incerta.

Lei si limitò a fare un cenno col capo.

"Mamma... mi ha detto che eri tornata," continuai, avvicinandomi lentamente, come mi avvicinerei a un animale spaventato. "ora loro non ci sono giusto?".

Lei annuì, senza guardarmi. "Sono usciti. Fanno la spesa."

Ogni passo verso di lei era un passo su un campo minato. L'aria tra noi era densa di tutto ciò che non era stato detto. L'odore della domenica notte sembrava aleggiare ancora nella stanza, un fantasma di piacere e di colpa. Mi fermai davanti a lei, il mio cuore che martellava nel petto.

"Come stai?" chiesi, la voce un filo sottile.

Lei alzò finalmente lo sguardo verso di me, i suoi occhi castani erano due pozzi di tormento. "Bene," mentì, la voce piatta. "Sono stata da Matteo." Il fidanzato. Il nome mi colpì come una pugnalata fredda. "Abbiamo parlato."

Sospirai, non sapendo cosa dire. Cosa si poteva dire? 'Mi dispiace se ti ho distrutta con il mio cazzo?' Non c'erano parole.

"Posso... posso sedermi?" chiesi, indicando il divano.

Lei scosse la testa, quasi impercettibilmente. "Meglio di no."

Mi sedetti lo stesso, ma non accanto a lei. Mi sdraiai all'altro capo del divano, guardando il soffitto. Il silenzio era una tortura. Poi, lentamente, mi spostai. Mi avvicinai. Il mio corpo trovò il suo, e mi avvolsi a lei come un'otaria. Il mio braccio le circondò la vita, il mio petto contro la sua schiena, il mio viso sepolto nei suoi capelli. Sentivo il profumo del suo shampoo, mescolato a un'eco del mio sudore, del mio sperma. Un odorava di potere e di sconfitta.

Lei si tese, un arco di legno teso, ma non si divincolò. Rimase immobile, una statua di vergogna e incertezza.

"Gabri," sussurrai, le mie labbra contro il suo orecchio. "Quella notte..."

"Non parlarne," tagliò corto lei, la voce tremante.

"No, devo. Devo dirti..." La mia mano, con una volontà sua, scese lungo il suo fianco. Sotto la canotta, la sua pelle era un fuoco. "Non è stato solo sesso. È stato... tutto. Ho sentito la tua anima, Gabriella. L'ho sentita tremare sotto le mie mani. Ti ho vista. Davvero vista."

Il mio respiro si fece più affannoso. La mia mano continuò il suo viaggio, scivolando sotto l'elastico dei suoi pantaloncini. Trovai il bordo del suo perizoma, un sottile filo di cotone umido di calore. Le mie dita si fermarono lì, sul limite.

"Ricordi come tremavi? Ricordi il mio nome sulle tue labbra? Non era il nome di un fratellino, Gabri. E lo sai."

Lei gemette. Il suo corpo, lentamente, con la resistenza di una molla vecchia e arrugginita, cedeva. La sua schiena si curvava, inarcandosi verso la mia mano.

"Ale... non possiamo," ansimò, ma la sua era una protesta debole, senza convinzione.

"Ricordi il mio cazzo dentro di te?" le sussurrai all'orecchio, la voce roca di desiderio. La mia mano scese un altro centimetro, le mie dita che ora sfioravano i suoi peli pubici, morbidi e folti. "Eri così bagnata. Eri pronta per me da sempre. Sentilo... lo senti ancora, vero? Quel vuoto che ho lasciato."

La mia mano infine la trovò. La sua figa. Calda, already, already, umida. Le mie dita la esplorarono, non con delicatezza, ma con la bramosia di chi conosce già la strada. La trovo, quel piccolo nocciolo di piacere, e la strinsi leggermente tra il pollice e l'indice.

Lei sussultò come scossa da una scossa elettrica. Un gemito, profondo e animalesco, le sfuggì dalle labbra.

"Oh, Dio... Ale..."

"Sì," risposi io, la mia voce un trionfo. "Grida il mio nome. Ancora."

La accarezzai lì, con movimenti circolari, lenti e metodici. Sentivo il suo corpo rispondere, i muscoli delle sue cosce che si tendevano, il suo respiro che si faceva più corto, più affannoso.

E fu allora che il mondo esplose.

Una scintilla, un sibilo d'aria, e poi il tuono. Un suono secco, uno schiaffo che mi girò la testa da un lato, facendomi vedere tutto per un attimo in tilt. La guancia mi bruciava, un fuoco acuto che si propagava fino al collo. Il suo anello aveva lasciato un solco rovente sulla mia pelle.

Mi fermai. La mia mano si ritrasse come morso da un serpente. La bocca di Gabriella era spalancata, gli occhi pieni d'orrore, come se non credesse nemmeno lei a quello che aveva appena fatto. Il piacere che l'aveva inondata solo un secondo prima si era dissolto, sostituito da una barriera di ghiaccio spessa un metro.

"Non toccarmi," sibilò, la voce che tremava di rabbia e di paura. Si districò dalla mia presa con una violenza che non le conoscevo, si rannicchiò all'altro lato del divano, stringendo le ginocchia al petto come se potesse proteggersi da me, da se stessa, da tutto. "Cosa cazzo stai facendo, Ale?!"

"Cosa cazzo sto facendo?" ribatté io, la rabbia che mi montava in petto, bollente e acida. La sentivo pulsarmi nelle vene, un veleno che cancellava ogni dolcezza, ogni ricordo del suo calore. "Stavo continuando quello che abbiamo iniziato! Stavo riportandoti dove vuoi essere!"

"NON È VERO!" urlò lei, la voce che si spezzava. "È stato un errore! Un momento di debolezza! Lo eravamo entrambi, è stato... è stato il caldo, l'alcool, il gioco di quella puttana di Federica... Non è stato reale!"

"Non è stato reale?" mi alzai in piedi, un toro infuriato che si muoveva in un recinto troppo piccolo. "Mi stai dicendo che non era reale quando tremavi tutta mentre ti riempivo? Che non era reale quando hai gridato il mio nome mentre venivi? Era così finta da sembrare vera, Gabriella! Sei stata un'attrice premio Oscar!"

Il suo viso impallidì. Le mie parole erano pugnali, e la colpivano dove sapevo che avrei fatto più male. Si strinse ancora di più, come se potesse sprofondare nel divano e sparire.

"Lasciami in pace," sussurrò, la voce rotta.

"No," dissi, e la mia voce era ora un basso, pericoloso ruggito. "Non ti lascerò in pace. Non finché non smetterai di mentire. Sei con me, Gabri. Senti che c'è una cosa tra noi E l'ho sentita anche io."

Mi avvicinai di nuovo, ma questa volta non la toccai. Mi piazzai davanti a lei, un'ombra che la copriva.

"E io ti amo, Gabri. Ti amo da quando ero un bambino e non capivo cosa fosse quel caldo nello stomaco quando ti guardavo. E ti amo adesso, da uomo, e so esattamente cosa vorrei fare con te, per te, a te."

Lei scosse la testa, le lacrime che finalmente iniziavano a scendere, rigando le sue guance. "Non puoi dirmelo... non puoi dirlo tu..."

"E perché non posso?" gridai, la frustrazione che mi divorava. "Perché sono il 'fratellino'? Fanculo! Sono l'uomo che ti ha fatta urlare piangere di piacere! Sono l'uomo che ti ha vista, davvero vista, mentre ti spogliavi di quella maschera da brava ragazza! Posso darti tutto quello che vuoi, Gabriella. Tutto!"

"No," piangeva lei, scuotendo la testa come una indemoniata. "È sbagliato. Siamo fratelli..."

"NON SIAMO FRATELLI!" urlai io, con una voce che non mi apparteneva. "L'unica cosa che abbiamo condiviso sono i nostri fluidi! quando il mio cazzo è entrato dentro di te! Ricordi?! Quei fluidi che hanno macchiato le lenzuola dei nostri genitori!"

Il suo urlo fu straziato, un verso animale di dolore e vergogna. Si gettò il viso tra le mani, le spalle che sobbalzavano.

"E io ti amo," continuai, spietato, un boia che godeva del supplizio della sua vittima. "E tu, mi vuoi bene?"

Lei non rispose.

"Rispondi!" la presi per le spalle, scostandole le mani dal viso. La costrinsi a guardarmi. Il suo viso era una maschera di lacrime e terrore. "Mi vuoi bene, Gabriella? Dimmelo! Dillo dopo che ti sei fatta sborrare dentro dal tuo 'fratellino'!"

Lei scosse la testa, la negazione che era più di un semplice no. "No... non posso..."

"Perché sei fidanzata?" la presi in giro, la mia voce carica di disprezzo. "Per quel testa di cazzo di Matteo? Che ti dà? Ti fa venire come ho fatto io? Ti guarda come se volesse divorarti? Ti possiede? Ti fa sentire viva come ho fatto io io?"

"Lascialo stare," sussurrò lei, la voce debole, implorante.

"No! Lascia stare le tue cazzate! Lascia stare i tuoi sensi di colpa! Sei una vigliacca, Gabriella! Sei una vigliacca che si nasconde dietro una storia mediocre perché ha paura di vivere davvero! Paura di quello che senti per me!"

"Non è vero!" urlò lei, ma la sua era una protesta senza forza. "Ti voglio bene, Ale, come si vuole bene a un fratello!"

"FRATELLO?!" la spinsi via, con una forza che la fece cadere di lato sul divano. "Non mi venire a parlare di fratelli! I fratelli non si desiderano! I fratelli non si pisciano addosso dalla voglia di scoparsi la sorella! I fratelli non si masturbano pensando a lei mentre fa la doccia! I fratelli non le vengono dentro gridandole il nome!"

Mi sentivo esplodere, tutto il desiderio, la frustrazione, l'amore e l'odio che mi avevano consumato per anni che finalmente uscivano fuori, un fiume in piena di merda e di veleno che la sommergeva.

"Sei solo una troia," sibilai, e la parola le colpì in pieno viso come un secondo schiaffo, ancora più violento del primo.

usci di casa dopo questa affermazione poi, sbattendo la porta con tutta la mia forza.

poco dopo...*

Sentii lo schianto del mio bacino contro il suo, un colpo sordo e umido che riempì lo studio. Il legno della scrivania scricchiolò sotto di noi, un lamento che si mescolò ai suoi. Il mio cazzo la spinse ancora, un'asta di carne rovente che le apriva le viscere, e lei lo accolse, un'espansione umida e calda che mi succhiava dentro, che mi stringeva, che mi chiudeva in una morsa vivente.

"Ed io... io l'ho chiamata troia," sbavai contro la sua pelle, il respiro affannato che le appannava il collo. "Ho sputato in faccia a lei... a Gabriella..."

Federica gemette, un suono basso e profondo, e le sue gambe, che aveva avvolte intorno alla mia vita, si strinsero ancora di più. Le caviglie si incrociarono dietro la mia schiena, tirandomi dentro, costringendomi a spingere più a fondo. La sua gonna di pelle nera era arrotolata sulla sua vita, un nastro lucido contro la pelle pallida e sudata dei suoi fianchi. Il culo nudo, sodo e perfetto, scivolava sul legno liscio della scrivania ad ogni mia spinta, seguendo il ritmo primordiale che ci possedeva.

"Shhh, amore," sussurrò, ma la sua voce era un filo di velluto tagliente, un elogio avvolto nel veleno. "L'hai fatto. Sei stato forte. Hai finalmente detto la verità."

La sua mano mi afferrò i capelli alla nuca, una presa dolorosa che mi eccitò, mi costrinse a sollevare il viso, a guardarla mentre la scopavo. I suoi occhi verdi erano lucidi di piacere, di trionfo. Mi fissavano, mi leggevano, mi possedevano.

"Lei è una troia, Ale," sibilò, le labbra che si staccarono appena dal mio viso. "Una troia che si fa scopare dal suo 'fratellino' e poi fa la vittima. Meritava di sentirselo dire. Meritava di sentirselo dire da te."

Un'altra spinta, più profonda. Il mio cazzo la scollò, la riempì, le toccò il fondo. Lei gemette, la testa che si gettò all'indietro, la gola che si offrì a me, un invito a morire, a uccidere. La morsi. Le lasciai un segno rosso e viola sulla pelle chiara.

"E tu... tu sei un uomo," continuò lei, la voce rotta dal piacere, dalle mie coltellate. "Un uomo che prende quello che vuole. Che non ha più paura. Guardati."

Mi costrinse a guardare. Guardare il mio corpo che la possedeva. Il mio cazzo che appariva e scompariva, bagnato, lucido, che la sfondava. Guardai il suo seno piccolo e perfetto che oscillava sotto la blusa sbottonata, i suoi capezzoli duri che puntavano verso il soffitto.

"Guarda cosa fai a me," gemette, e il suo corpo si contrasse, una crisi improvvisa, un sussulto che mi avvolse. "Mi stai distruggendo... Dio, Ale... più forte... usami... usami per dimenticarla..."

Le obbedii. Aumentai il ritmo, diventai un animale, un pistone senza ritegno. Le sue mani graffiarono la mia schiena, le unghie che lasciarono solchi di fuoco sulla mia pelle. Il dolore mi eccitò, mi spinse oltre.

Poi mi fece uscire da lei e con i tacchi mi spinse sulla poltrona.

"È questa la differenza, amore mio," sibilò mentre mi cavalcava ora, sopra di me, sulla poltrona dello psicologo. Si era spostata, aveva preso il controllo. La sua gonna era ancora alzata, il suo culo che poggiava sulle mie cosce mentre mi scopava con una violenza che mi lasciò senza fiato. "Io non mi nascondo. Io ti dico quello che voglio. Voglio il tuo cazzo. Voglio la tua rabbia. Voglio che tu mi inculi come se fossi lei."

Si chinò, le labbra che mi sfiorarono l'orecchio.

"Sborra dentro di me, Ale. Sborra tutta la tua rabbia, la tua frustrazione, il tuo amore maledetto per quella puttana. Sbarrami la figa, riempimi. Mostrami chi sei."

Mi strinse, il suo corpo che si fece morsa, un vortice di carne e di piacere che mi risucchiò, che mi divorò.

Le sue parole furono il detonatore finale. L'immagine di Gabriella, la sua faccia di vergogna e desiderio, si fuse con quella di Federica, la sua sfrontatezza, il suo culo che si schiantava su di me. La rabbia, l'amore, il bisogno esplosero in un punto solo, alla base della mia schiena, un'onda di fuoco che mi divorò.

"Accetto!" gridai, e la mia voce fu un urlo strozzato, un rantolo di morte. "Sborro! Ti riempio, puttana!"

Il mio corpo si arcuò, un arco teso all'estremo che si spezzò. Il cazzo pulsò, un sussulto convulso dentro di lei, e poi esplose. Un getto bruciante, un'ondata calda e densa che le allagò le viscere. Un altro. E un altro ancora. Sentii lo sborro che mi colava dalle palle, che le imbrattava le cosce, un rivolo caldo e appiccicoso che la segnò come mia. La tenni stretta, le dita conficcate nella sua pelle, mentre svuotavo tutto me stesso dentro di lei, tutta la mia rabbia, il mio amore maledetto, la mia frustrazione. Fu un'esplosione violenta, un'accusa, una condanna. E lei prese tutto, gemette, tremò, il suo corpo che si contrasse intorno al mio per succhiarmi fino all'ultima goccia.

Per un lungo momento restammo così, appiccicati, sudati, esausti. L'unico suono era il nostro respiro affannato, il ticchettio dell'orologio sulla parete che riprese a esistere.

Poi, con un gemito di stanchezza, Federica si staccò da me. Il cazzo le uscì dalla fica con un suono umido, scandaloso. Un filo di sborra la legava ancora a me, un ponte bianco e lucido che si ruppe solo quando lei si alzò in piedi, un po' barcollando.

Si guardò intorno, come se si risvegliasse da un sogno.

"Merda," disse, la voce ancora roca. "Ho un paziente tra quindici minuti."

Si avvicinò a uno specchio appeso alla parete e si sistemò il viso. Con le dita si riassestò i capelli, poi si passò un dito sul rossetto sbiadito, ridisegnando il contorno delle sue labbra. Fu un'azione rapida, professionale, quasi fredda. Ma poi si girò e mi guardò, e nei suoi occhi verdi c'era un calore nuovo, una tenerezza che non mi aspettavo.

Si avvicinò, si chinò su di me che ero ancora sdraiato sulla poltrona, e mi baciò. Fu un bacio diverso. Non fu il bacio della lotta, del gioco. Fu dolce, profondo. Le sue labbra si mossero lentamente sulle mie, una carezza, una promessa.

"La convincerai, amore mio," sussurrò contro la mia bocca. "Quella ipocrita della tua sorellona ci penserà su. E alla fine, vedrai, sarà tua. Sono fatta così, devono toccare il fondo per capire cosa vogliono."

Mi accarezzò il viso, un gesto quasi materno.

"Ma per ora," fece una pausa, un sorriso malizioso che le si disegnò sulle labbra, "per ora dovrai accontentarti di me."

Si raddrizzò, e con un gesto teatrale si diede un colpo sul suo culo ancora nudo.

"E non è poco, sai." Il suo sorriso si fece leggermente offeso, un pout giocoso. "Tra l'altro," aggiunse, lanciandomi un'occhiata fulminante nello specchio, "il mio culo è più tondo del suo. E più sodo."

Risi, un suono roco che mi strappò la gola. Mi alzai, mi sistemai i pantaloni, sentendo ancora la tela bagnata e appiccicosa contro la pelle. Le lanciai un'occhiata mentre allacciavo la cintura.

"Forse," ammisi con un sorriso. "Ma le tette di Gabri... le tette di Gabri erano la fine del mondo. Una cosa da non crederci."

Federica scoppiò a ridere. Una risata vera, sonora, che fece tremare il suo seno piccolo sotto la blusa.

"Ah, Ale... sempre il romantico cagnolino."

Si chinò di nuovo, ma quella volta fu solo per raccogliere dal pavimento il suo perizoma nero, una striscia di pizzo che si infilò con naturalezza, come se non fosse appena stata scopata sul posto di lavoro.

Era la verità. E la verità mi fece tornare la tristezza addosso, un mantello umido e pesante. Mi sedetti di nuovo sulla poltrona, la testa tra le mani. La voglia di lei svanì, sostituita da un vuoto enorme, un desiderio insopportabile per qualcosa che non potevo avere.

Federica si accorse subito del cambiamento. La sua risata si interruppe. Mi guardò, il suo sguardo che si fece acuto, penetrante. Si ravviò i capelli, si sistemò la gonna, e poi si avvicinò.

"Cosa c'è, cagnolino?" mi chiese, la voce dolce, quasi preoccupata. "Triste? Ti mancava la sorellona, eh?"

Non risposi. La guardai, ma non vidi lei. Vidi Gabriella. Vidi il suo viso mentre urlavo.

Federica si accovacciò davanti a me, le sue mani che mi strinsero le ginocchia.

"Hey," mi disse, il tono più serio. "Senti, abbiamo dodici minuti prima che il paziente arrivi. Posso fare qualcosa per farti stare meglio?"

Alzai lentamente lo sguardo. I miei occhi caddero sui suoi piedi. Stava ancora indossando i suoi tacchi a spillo neri, ma furono le calze a rete che li avvolgevano fino a metà coscia a catturare la mia attenzione. Il disegno a rombi neri sulla sua pelle chiara, il modo in cui le cingevano la caviglia sottile... fu come se mi ipnotizzassero.

Il suo sguardo seguì il mio, e capì.

In un attimo capì tutto.

Un sorriso lento, predatore, si disegnò sulle sue labbra.

"Ah," disse, la voce un sussurro carico di promesse. "Capisco."

Si alzò, si tolse i tacchi con un gesto fluido e li lasciò cadere a terra con due tocchi secchi. Poi, con un movimento deciso, si sedette sulla sua poltrona da psicologa, la grande poltrona in pelle che di solito occupava lei. Mi guardò, e nel suo verde c'era un comando.

"Buttati a terra."

Non fu una richiesta. Fu un ordine.

E io obbedii.

Mi lasciai cadere sul tappeto morbido, la schiena contro il legno freddo della scrivania.

"Togliti i pantaloni."

Di nuovo obbedii. Le mie dita furono un po' goffe, ma sbottonai i jeans e li abbassai insieme alle mutande, liberando il mio cazzo, già sodo e pulsante all'idea di quello che stava per accadere.

Federica si sporse in avanti, i suoi piedi calzati di rete nera che si sollevarono, che mi sfiorarono le cosce. Li mosse lentamente, con una sensualità studiata.

"Guardali, Ale," sussurrò. "Guarda come ti voglio."

Poi, con una lentezza che mi torturò, un piede si posò alla base del mio cazzo, l'altro sulla punta. La sensazione fu elettrica. La rete ruvida delle calze contro la pelle sensibile del glande, la pressione dolce ma ferma del suo arco plantare. Un brivido mi percorse la schiena.

"Ti piace?" chiese lei. "Ti piace il modo in cui ti tocco con i miei piedi?"

Non riuscii a parlare. Annuii, la gola secca.

Iniziò a muoverli. Un ritmo lento, un massaggio che fu quasi una preghiera. Un piede scivolò lungo l'asta, mentre l'altro premette contro le mie palle, sfiorandole con la punta delle dita avvolte nella rete.

"Chiudi gli occhi," ordinò lei. "Pensa a lei."

Mi strinsi, il corpo che si contrasse.

"No..."

"Sì, Ale. Pensa a Gabriella."

Il suo gioco mi fece male, ma allo stesso tempo mi eccitò in un modo che non avevo mai immaginato. Chiusi gli occhi.

L'immagine di Gabriella mi assalì.

"Lei non oserebbe mai," continuò Federica. "Lei non oserebbe mai sporcare i suoi piedini immacolati con il tuo cazzo. Lei è una brava ragazza. Io no."

Il ritmo dei suoi piedi accelerò.

"Lei ti negava, Ale. Ti negava da anni. Io no. Io ti davo quello che volevi."

Il mio corpo si tese come una corda di violino.

"Vieni, cagnolino," ordinò lei. "Vieni sui miei piedi. Sporcameli. Dimostrami che sei mio."

L'onda mi colpì.

Un'esplosione bianca che mi accecò.

Un urlo strozzato mi uscì dalla gola.

Il cazzo pulsò, un colpo violento contro la suola del suo piede. Poi un altro. E un altro ancora. Sborrai, una scarica calda e densa che le inondò i piedi, che si infilò tra la rete e la pelle.

Rimasi a terra, il petto che ansimava, gli occhi chiusi, il corpo che tremava.

Poi il ticchettio dell'orologio mi riportò alla realtà.

"Levati dal cazzo," disse lei, la sua voce di nuovo fredda, professionale. "Ho il paziente tra tre minuti."

Aprii gli occhi.

Lei era già in piedi. Si guardò i piedi, disgustata e compiaciuta allo stesso tempo. Si avvicinò a un piccolo frigorifero, ne tirò fuori una bottiglia d'acqua e con calma la versò sui suoi piedi, pulendoli.

Mi alzai di fretta, mi sistemai i pantaloni.

Federica si avvicinò e mi diede un bacio veloce sulle labbra.

"Io amo il mio cagnolino," sussurrò con un sorriso che non raggiunse gli occhi. "Ora vattene."

Mi spinse dolcemente verso la porta.

Tornai a casa.

Era tutto silenzioso.

Non c'era nessuno. Non Gabriella, non mia madre, non il suo compagno. Un silenzio tombale.

Passai la serata in una sorta di nebbia. Accesi la TV, mi feci un panino. Il tempo scorse lento, denso, senza che me ne accorgessi.

La serata scivolò via. Mia madre e il suo compagno tornarono, fecero finta di niente. Cenammo in silenzio. Gabriella non c'era. Chiesi dov'era. Mi dissero che era da un'amica.

Andai in camera mia.

Mi sdraiai sul letto, e finalmente il sonno mi prese, un sonno pesante, senza sogni.

Poi, nella notte, un peso leggero sul mio letto mi svegliò.

Un odore familiare. Il suo profumo.

Aprii gli occhi.

Era lei.

Gabriella.

Era china su di me, il suo viso illuminato solo dalla luce della luna che filtrava dalla finestra. E aveva una faccia strana. Non era più la faccia della vergogna, né della rabbia.

Era una faccia che non avevo mai visto.

Vuota, eppure piena di qualcosa che non riuscivo a decifrare.

Era calma.

Terribilmente calma.

Non disse nulla.

Mi guardò.

E io la guardai.

E per la prima volta non vidi più mia sorella.

Vidi una donna.

E ebbi paura.