Giochi Proibiti in Famiglia
Capitolo 9 - una bollente e focosa conclusione
Il silenzio si spezzò. Non con un grido, ma con un sussurro raschiato, come carta vetrata su legno grezzo.
"Ho provato a dimenticarti, Ale."
La sua voce era diversa. Più bassa, più roca. Stranamente vulnerabile. Si spostò, appoggiando la schiena al muro freddo, le ginocchia piegate verso di me. Il suo cappotto di pelle scricchiolò leggermente.
"Ho provato... a scopare con quell'idiota di Matteo." Il nome le uscì dalle labbra con una bava di disprezzo. "Ci ho provato sul serio. Pensavo che se mi avesse scopata bene, a lungo, se mi avesse fatta sua... che magari avrebbe funzionato."
Sospirò, un respiro profondo e tremante che le sollevò il seno, una promessa sotto i vestiti eleganti della serata.
"Ma non è lo stesso."
Si voltò, e i suoi occhi nascosti dagli occhiali mi cercarono nel buio.
"Avevi ragione tu." Il mio sangue si gelò poi tornò a ribollire, rovente. "Avevi ragione quando mi hai detto... che a lui non frega niente."
Si scostò il capotto, mostrando la stoffa sottile dell'abito, disfatto, e la pelle liscia delle cosce. "Quel cazzone non si preoccupa nemmeno di farmi venire. Non sente il mio respiro, non sa dove toccarmi. È solo... un corpo che si muove. Senza anima. Senza di me, sono solo un fine per sborrare!"
Si stese dolcemente accanto a me, ancora vestita da sera, con il cappotto ancora addosso, un'isola di freddo e profumo nel mio letto caldo. Il suo corpo era vicino, così vicino che potevo sentire il calore che emanava attraverso gli strati di stoffa. Il suo odore mi riempì i polmoni, quello stesso profumo che mi aveva fatto impazzire per anni, ora mescolato a una nota di alcol e a qualcos'altro... al desiderio.
Il suo volto era a pochi centimetri dal mio. Le sue labbra, quelle labbra che avevo sognato infinite volte, erano socchiuse, umide.
Non ce la feci più. La distanza era un tortura, le sue parole una benedizione. Mi sporsi verso di lei e le nostre labbra si toccarono.
Non fu un bacio furioso. Fu dolce. Incredibilmente dolce. Un bacio che conteneva anni di silenzi, di sguardi rubati, di desideri repressi. Le sue labbra erano morbide, calde, sapevano di lei e di quel profumo che mi faceva girare la testa. La mia lingua sfiorò la sua, con delicatezza, lei aprì la bocca, accogliendomi. Un gemito basso, un suono che mi vibrò nel petto, si liberò dalla sua gola.
Con un movimento fluido, lei si sollevò e si mise sopra di me. Le sue ginocchia ai miei fianchi, il peso del suo corpo premendo sulla mia erezione già dura. si tolse gli occhiali, li pose con cura sul comodino, poi i suoi occhi, liberi dalle lenti, mi piombarono addosso. Avevano una fame che non avevo mai visto prima, i nostri corpi caldi riempivano il minuscolo lettino.
Le mie mani scivolarono sulla schiena, affondando nel tessuto del cappotto, poi scesero, fino a raggiungere quel fondoschiena che avevo ammirato per anni. L'afferrai con forza, tese e perfette sotto i miei polpastrelli. La strinsi a me, facendola scendere ancora di più, il suo pube che si strofinava contro il mio cazzo attraverso i vestiti.
"Devi lasciarlo," sussurrai contro la sua bocca, la voce rotta dalla voglia. "Gabri... devi lasciare quel cazzo di Matteo. Non posso sopportarlo. Voglio... ti voglio tutta per me."
Un brivido mi percorse la schiena. Il solo pensiero che un altro la toccasse, ora che avevo assaggiato la sua bocca, mi faceva impazzire di gelosia.
"Lo so, Ale... lo so," rispose lei, la voce un soffio caldo sulla mia pelle. Non si mosse per allontanarsi, anzi, si abbassò, appoggiando la fronte alla mia. Le sue mani mi presero il viso, i pollici che mi accarezzavano le guance.
"dimentica matteo... adesso ci siamo solo noi." I suoi occhi mi scrutarono nell'oscurità. "Dimmi che mi vuoi... dimmi che mi desideri."
"Ti desidero," dissi, le parole che mi erano state negate per anni che finalmente uscivano libere. "Ti desidero da sempre. Sei la cosa che voglio di più al mondo."
Un sorriso le increspò le labbra, un sorriso malizioso e pieno di promesse.
"Allora... fammi impazzire."
Non fu una richiesta. Fu un ordine.
E io non ebbi più alcun dubbio.
La presi per i fianchi, la sollevai di qualche centimetro e la gettai di lato, sopra le lenzuola. Fui io a mettermi sopra di lei. Le aprii il cappotto, i bottoni che volarono via. L'abito che indossava era sottile, un nastro di seta che copriva a malapena le sue curve. glielo sfilo in pochi secondi, con fame. Il suo seno grande e pieno era libero, senza reggiseno, i capezzoli duri che mi invitavano, non potevo resistere, strinsi con forza le sue tettone, iniziando a succhiare con forza e intensità i suoi capezzoli.
Gabriella gemette, un suono alto, acuto, che mi diede la spinta finale. La mia bocca scese lungo il suo corpo, le mie dita che la strizzavano e la massaggiavano. La mia lingua che leccava e mordicchiava i suoi seni.
"Ah... Ale... sì... così..." mi supplicava, la voce rotta, le mani che mi afferravano i capelli, spingendo la mia testa contro di sé.
Scesi ancora. La pancia morbida, l'ombelico. Poi raggiunsi il centro della sua femminilità. sfilai gli slip color carne e scopri la sua intimità, Era completamente bagnata. La sua fica, rasata rispetto all'altra sera, era un fiore che sbocciava solo per me, le labbra carnose che pulsavano di desiderio. La leccai, con decisione, assaggiando il suo sapore dolce e salato.
Gemette ancora più forte, le gambe che si aprirono completamente per me, i fianchi che si muovevano a ritmo con la mia lingua. La scopai con la bocca, la lingua che le entrava dentro, il naso che si strofinava contro il suo clitoride.
La sua fica si inarcò verso di me, incontro la mia bocca, un invito silenzioso che non avrei mai potuto rifiutare. Affondai, perdendomi in lei. La mia lingua era un esploratrice in un territorio strepitoso. Leccai la sua fessura con lunghe e lente passate, dal basso verso l'alto, assaporando ogni millimetro della sua pelle bagnata. Sentii le sue dita che mi afferravano i capelli, non con forza, ma con una necessità disperata, mentre le sue gambe si chiudevano attorno alle mie orecchie, intrappolandomi nel suo paradiso. Il suo respiro diventò un rantolo, il mio nome un sussurro spezzato sul suo labbro. La sua fica pulsatava sotto la mia lingua, e io potevo sentire che era vicina.
Ma poi, proprio quando sentii le sue cosce iniziare a tremolare, lei mi fermò.
"Ale... aspetta," ansimò, spingendomi via delicatamente con le mani.
Confuso e con il cuore che martellava nel petto, la guardai. C'era una nuova luce nei suoi occhi, una fame ancora più profonda.
In un movimento agile e deciso, giro la situazione, si mise sopra di me, si poso tra le mie cosce. Mi spinse all'indietro, costringendomi a sdraiarmi sul materasso. Ora era lei ad avere il controllo.
"Dai," sussurrò, la voce carica di un'impazienza che mi scosse fino alle ossa. "La volta scorsa... me l'hai leccata solo tu." Una pausa, i suoi occhi che mi scrutavano, avidi. "E sai una cosa? Io amo succhiare i cazzi."
Le sue parole mi colpirono come una scossa elettrica. Con un gesto rapido, la sua mano si abbassò, afferrò l'orlo del mio pigiama e lo sfilò via in un solo movimento fluido. Il mio cazzo si scagliò fuori, duro, teso, la cappella già lucida di desiderio.
Gabriella lo guardò, un piccolo sorriso malizioso che le increspò le labbra. Poi si chinò. Sentii il calore del suo respiro sulla mia pelle prima di vedere un rivolo di saliva che le cadeva lentamente dalla bocca, atterrando esattamente sulla punta del mio cazzo. Fu caldo e incredibilmente eccitante.
La sua mano si chiuse attorno a me, la presa forte, decisa. Iniziò a segarmi, con movimenti lunghi e potenti, dal basso verso l'alto, stringendo alla base per poi scivolare sulla cappella, usando la sua saliva per rendere ogni scivolata più bagnata e veloce della precedente. Io ero già in estasi. Ma non era niente.
Poi si chinò e me lo prese in bocca.
Non fu un gesto delicato. Fu un possesso. Le sue labbra carnose si chiusero attorno alla mia asta, calde e avvolgenti. Iniziò a succhiare con una tale intensità che il mio respiro si spezzò in un gemito. La sua lingua era un demone, che danzava intorno alla cappella, che leccava il frenello, che mi spingeva sull'orlo del baratro in pochi secondi.
Usava tutto. La saliva, che la faceva sembrare bagnata e sporca nel modo più eccitante possibile. Le labbra, che la stringevano e la succhiavano come se volesse succhiarmi l'anima attraverso il cazzo. E la lingua, quella lingua bendata che sapeva esattamente dove toccarmi per farmi impazzire.
Alzò lo sguardo verso di me, i suoi occhi che mi fissavano, pieni di malizia e di una fame che mi spaventava e mi eccitava allo stesso tempo. Si tolse il cazzo dalla bocca per un istante, un filo di saliva che ci collegava ancora.
"Ti piace, eh? Ti piace come lo succhio, fratellino?" mi disse con la voce rauca.
Poi tornò a ingoiarmelo, più a fondo di prima. Sentii la mia cappella premere contro la sua gola, e lei non si tirò indietro. Anzi, inghiottì, e la contrazione dei suoi muscoli intorno alla mia testa fu quasi la mia fine.
"Gabri... cazzo... sto per venire," riuscii a dire, le parole che mi uscivano a fatica.
E lei, invece di fermarsi, accelerò. La sua testa si muoveva su e giù, sempre più veloce, la sua bocca che mi stava uccidendo e mi stava facendo nascere in un nuovo mondo di piacere.
Sentii la pressione crescere, un calore che partiva dalle mie palle e si propagava per tutto il corpo. Le mie mani affondarono nei suoi capelli, non per spingerla via, ma per tenerla lì, per sentire la sua bocca su di me fino alla fine.
"Gabri... adesso..." gemetti.
E poi venni.
Un'ondata esplosiva che mi scosse tutto. Scaricai tutto dentro la sua bocca, un fiume caldo che lei inghiottì senza esitazione, continuando a succhiarmi, a leccarmi, a vuotarmi fino all'ultima goccia.
Quando finii, ero esausto, il cuore che mi batteva all'impazzata nel petto.
"Mh, con la bocca vieni velocemente," commentò con un tono quasi scientifico, mentre la sua lingua continuava a pulire il mio cazzo in modo approfondito, leccando via ogni residuo del mio piacere. Fece un ultimo, lungo passaggio lungo tutta l'asta, poi si sollevò, le labbra lucide e gonfie.
Non le diedi il tempo di parlare. La presi per il collo e la trassi a me. Le nostre bocche si scontrarono in un bacio che era più una lotta che una carezza. Era un limone violento, selvaggio. Le sue labbra erano ancora umide di me, e il sapore della mia sborra sulla sua lingua mi feva tornare duro in un istante. Eravamo animali, divorandoci a vicenda, i denti che si scontravano, le lingue che si combattevano per il dominio.
Mi staccai un attimo, solo per sussurrarle all'orecchio il mio respiro bollente. "I nostri genitori... sono di là."
Lei gemette, un suono basso e pieno di foga.
"E tu," aggiunsi, mordicchiandole il lobo, "ora non dovrai urlare."
La spinsi di lì, con forza e violenza. Cadde di schiena sulle lenzuola, il corpo malleabile, già pronto per me. Aprii le sue gambe con un gesto deciso e lei non oppose resistenza, anzi, le allargò ancora di più, un invito esplicito. Mi misi in ginocchio tra le sue cosce, il mio cazzo di nuovo duro come il marmo, la cappella che pulsava, violacea e impaziente.
La presi e iniziai a strusciarla sulla sua fica. Su e giù, lentamente, facendola impazzire. La cappella scivolava sulle sue labbra carnose, bagnate e calde, sfiorando il suo clitoride ad ogni passata. Lei si contorceva sotto di me, il bacino che si inalzava per cercare più contatto.
"... Ale... ti prego... smettila di torturarmi," ansimava, la voce spezzata. "Scopami... scopami come si deve! Adesso!"
Non me lo feci ripetere due volte.
Posizionai la mia asta all'ingresso della sua fica e, con un solo colpo secco, entrai dentro di lei. La mia cappella superò le sue labbra, la mia asta si tuffò in quella calda strettezza. Gememmo entrambi, un coro di dolore e piacere. Era stretta, incredibilmente stretta, bagnata e accogliente.
Il mio corpo calò sul suo, il peso che la schiacciava sul materasso. Iniziai a scoparla, con forza e violenza, come mi aveva chiesto. Ogni colpo era profondo, una spinta che la faceva sbattere contro il letto. Il mio cazzo la riempiva, la possedeva, la dominava.
Mentre la scopavo, mi abbassai e le succhiai le tettone. Le afferrai con le mani, le strinsi, le strizzai, poi la mia bocca si chiuse su un capezzolo duro. Lo succhiai con forza, mordicchiandolo, sentendola contrarsi e gemere sotto di me. Le mie labbra e i miei denti leccavano e masticavano il suo seno abbondante e pieno, lasciando segni rossi sulla sua pelle chiara.
"Ah... sì... Ale... più forte... più forte!" urlò, ricordandosi all'istante la mia avvertenza e trasformando l'urlo in un gemito soffocato nel cuscino.
Le sue unghie mi graffiarono la schiena, lasciando dei solchi roventi sulla mia pelle. Il suo corpo si muoveva sotto il mio, non passivamente, ma rispondendo a ogni mia spinta con un contraccolpo, in un ballo primordiale e selvaggio.
Mi alzai un po', le mie mani che si appoggiarono al materasso ai lati della sua testa. La guardai negli occhi mentre la scopavo, il viso contorto per il piacere, la bocca aperta, i capelli un sudato disordine sul cuscino.
"Guardami, sorellona," sussurrai, la voce roca. "Guardami mentre ti scopo. Guardami mentre ti possiedo."
I suoi gemiti crescevano, sempre più alti, più disperati. Ogni colpo del mio cazzo dentro di lei era una scossa, un ondata di piacere che la costringeva a urlare. Il solo fatto di chiamarmi "fratellino" mentre io la chiamavo "sorellona" la stava distruggendo dall'eccitazione.
"Zitta," sibilai, ma fu inutile. I suoi suoni di piacere stavano diventando troppo rumorosi, troppo rischiosi.
Mi fermai per un istante, il cazzo ancora sepolto in fondo alla sua fica. Lei protestò, un lamento lamentoso, il bacino che si muoveva cercando di nuovo la mia spinta.
I miei occhi caddero per terra, accanto al letto. Lì, in un mucchio di vestiti, c'erano le sue mutandine. Il pezzo di stoffa sottile che aveva coperto quella fica che ora stava scopando.
Un'idea. Un'idea da Federica. Un'impulso selvaggio e dominante.
Mi staccai da lei, uscii dalla sua fica calda e bagnata con un bagnato schiocco. Lei emise un lamento di protesta, ma io non ascoltai. Mi chinai, afferrai le sue mutandine. Erano ancora calde, umide del suo stesso desiderio. Tornai su di lei, il mio viso duro come la pietra.
"Ti avevo detto di stare zitta," dissi.
Prima che potesse reagire, le aprii la bocca e le infilai dentro le sue stesse mutandine. L'intimo di seta le riempì la bocca, soffocando i suoi suoni. I suoi occhi si spalancarono, un misto di shock e di un'eccitazione ancora più profonda che mi trasudava da ogni poro.
Poi la mia mano si chiuse attorno al suo collo.
Non per strangolarla. Ma per dominarla. La presa fu ferma, decisa. Le mie dita si sigillarono sulla sua gola, sentendo le vibrazioni dei suoi gemiti soffocati. Il pollice premette contro l'osso ioideo, un punto di controllo e di piacere.
"Adesso non puoi urlare, sorellona," sussurrai, il mio volto a pochi centimetri dal suo. "Adesso puoi solo gemere per me."
E con questo, la scopai ancora più forte. Tropo forte.
Rientrai in lei con una violenza che fece tremare il letto. Ogni colpo era un pugno, un'affermazione di potere. Il mio cazzo la riempiva, la dilatava, la possedeva fino in fondo. Le sue mutandine in bocca trasformavano i suoi urli in gemiti soffocati, suoni primitivi che mi eccitavano ancora di più.
Il mio corpo si muoveva con un ritmo bestiale, senza pietà. La presa sulla sua gola si fece più forte, non per toglierle il fiato, ma per farle sentire chi comandava. Lei era mia. Mia cazzo, mia sorella, la mia troia.
I suoi occhi mi fissavano, sgranati, pieni di lacrime di piacere.
Dentro la sua fica era un'altra dimensione. Era calda, stretta, incredibilmente viva. Ogni centimetro del mio cazzo era avvolto da una pressione umida e avvolgente che mi succhiava dentro, che mi stringeva ad ogni mia spinta. Era una sensazione animalesca, un piacere così grezzo e potente che cancellava ogni altro pensiero. C'era solo il mio cazzo, la sua fica, e il ritmo che li univa.
E il dominio. Quello era l'ingrediente segreto, la droga che mi faceva impazzire. Guardare quella troia di mia sorella, con le sue mutandine in bocca e la mia mano stretta attorno al suo collo, era la visione più eccitante che avessi mai avuto. Era mia. La stavo possedendo, distruggendo, trasformando in quella puttana che avevo sempre desiderato in segreto.
Sentii il suo primo orgasmo. La sua fica si contrasse in una serie di spasmi potenti, che strinsero il mio cazzo in una morsa quasi dolorosa. Un gemito soffocato le sfuggì dalle labbra, il suo corpo si tese tutto, le gambe che mi strinsero con violenza.
Ma io non mi fermai.
Ignorai il suo piacere. La continuai a scopare, con la stessa forza, la stessa violenza. E ne arrivò un secondo. E poi un terzo. Ondate di piacere che la travolgevano, uno dopo l'altro, senza tregua. Era così sensibile, così eccitata, che ogni mia spinta le provocava un nuovo orgasmo. Impazziva sotto di me, il corpo che si contorceva in un'orgia incontrollabile di piacere.
Cercò di protestare, un suono lamentoso che cercava di liberarsi dalle mutandine.
"Eh no, sorellona, non ti sei mica stancata, vero?" le sibilai, stringendo ancora di più la mano sul suo collo, tappandole la bocca con il palmo. "Stai zitta e prendi tutto."
La portai al limite. Le sue contrazioni divennero più deboli, i suoi gemiti più flebili. I suoi occhi iniziarono a girare, la pelle del suo viso a scurirsi. Era sul punto di svenire, travolta dal piacere e dalla mancanza d'aria.
Fu allora che sentii la mia fine avvicinarsi.
Mi tiri fuori da lei con un ultimo, umido schiocco. La sua fica era un buco rosso e pulsante, aperto e vuoto. Mi alzai, il cazzo che tremava in mano, puntato dritto verso di lei.
Lei era lì, stesa sul letto, le cosce ancora aperte, il corpo sudato che tremava debolmente. I suoi occhi erano a metà tra il cosciente e l'inconscio.
"Ahi, Gabriella," gemetti.
E venni.
Un getto potentissimo che le colpì il seno, un fiocco bianco e caldo sulla sua pelle chiara. Poi un altro, e un altro ancora. La coprii di sborra, le sue tette grandi, il suo stomaco, il suo collo. Fu una sborrata esplosiva, un fiume che la inondò, la marchiò come mia proprietà.
Quando finii, crollai su di lei.
Il mio corpo esausto si adagiò sul suo, entrambi sudati e appiccicati. Le mie labbra cercarono la sua pelle, leccando via la mia stessa sborra dal suo seno.
Restammo così per un po', un groviglio di arti e sudore, con il mio peso che la schiacciava dolcemente sul materasso. La sentivo respirare sotto di me, il suo petto che si alzava e si abbassava con un ritmo lento e stanco. Il mio cazzo, ancora sensibile, era premuto contro la sua coscia. Le mie labbra si posarono sulla sua spalla, leccando via un sapore salato. Ci coccolammo, le mie dita che le accarezzavano i fianchi, le sue mani che mi passavano dolcemente tra i capelli.
ci volle un po' prima di recuperare le energie dopo quello che le avevo fatto, Poi si mosse, un lieve scuotimento sotto di me.
"Sporca," sussurrò, la voce roca. "Tutta sudata... e sporca della tua passione." Fece una pausa, il respiro ancora affannoso. "Devo fare una doccia."
Le sue parole, sebbene dolci, mi pugnalarono come un rifiuto. Feci il bambino offeso. Le diedi le spalle, rotolando via da lei, la mia faccia dura, il broncio stampato sulle labbra.
"Voglio stare con la mia sorellona," mormorai, guardando il muro, la voce che tradiva un pizzico di vera tristezza.
Sentii un suo sospiro, poi la sua mano calda sulla mia schiena.
"E chi ti ha detto di no?" disse, e nella sua voce c'era un sorriso. "Puoi fare la doccia con me."
Mi voltai di scatto, il cuore che ripartì a mille. Lei mi stava già guardando, gli occhi lucidi, un sorriso malizioso sulle labbra.
"Vieni, fratellino," mi disse, porgendomi la mano.
La presi e la seguii.
Il bagno era immerso nella penombra, solo una luce fioca sopra lo specchio. Entrammo, i nostri piedi nudi sul freddo pavimento. Lei andò dritta alla doccia, aprì la porta di vetro e accese l'acqua. Un getto caldo iniziò a cadere, creando una cortina di vapore che ci isolava dal resto del mondo.
Lei si voltò, il suo corpo bellissimo illuminato dalla luce soffusa dell'acqua, i suoi capelli neri già leggermente umidi. Mi fece cenno con un dito, un invito silenzioso.
Entro nella doccia con lei.
L'acqua calda mi colpì la schiena, un brivido di piacere mi percorse tutto. Ero così vicino a lei che potevo sentire il calore del suo corpo, l'odore della sua pelle bagnata. Era bellissima. L'acqua le scivolava lungo le spalle, lungo la schiena, lungo il fondoschiena perfetto. Le sue tette erano ancora segnata dai miei morsi e dalle mie succhiate, i capezzoli duri che mi chiamavano. non riuscivo a non pensare a quando la spiavo sotto la doccia e ora, sono qui, pronto a scoparla di nuovo.
Mi avvicinai, le mie mani che le presero i fianchi. Lei si accostò, il suo corpo che si appoggiò al mio. Era tutto così diverso da prima. La furia era svanita, sostituita da un'intimità profonda, quasi sacra.
La baciai, un bacio lungo, dolce, pieno di un'affetto che non avevo mai provato prima. Le nostre lingue si danzavano lentamente, un ballo sensuale sotto il getto dell'acqua.
Il bacio si fece più profondo. Non c'era più rabbia, solo un bisogno disperato l'uno dell'altra. Le mie mani scivolarono lungo la sua schiena bagnata, affondando nella morbidezza della sua pelle, fino a raggiungere il suo sedere perfetto, teso e sodo. Lo strinsi, la sollevai da terra. Lei capì e avvolse le gambe attorno alla mia vita.
Il suo peso mi spinse indietro, fino a quando le mie spalle non si appoggiarono al freddo delle piastrelle del muro della doccia. Il mio cazzo, duro e impaziente, si trovava esattamente all'ingresso della sua fica, bagnata non solo dall'acqua, ma dalla voglia.
"Guardami," le sussurrai.
I suoi occhi, pieni di un'emozione che non riuscivo a decifrare, mi fissarono. "Sei tutto quello che ho sempre voluto, Ale. Tutto."
Con un movimento lento, la feci scendere. La mia cappella le aprì le labbra, entrò in lei di un centimetro, poi due. Entrammo in contatto e fu come se due pezzi di un puzzle finalmente si incastrassero. Lei era stretta, incredibilmente calda. Non la scopai. Entrai in lei. Lentamente, fino a quando il mio cazzo non fu tutto dentro, fino in fondo.
"Ti amo, fratellino," gemette, la sua voce che si mescolava al rumore dell'acqua. "Ti amo, ti amo, ti amo."
E io capii. Capii che tutto quello che era successo non era solo sesso. La rabbia, la gelosia, la possessività... erano solo manifestazioni di qualcosa di più profondo, di più grande. La scopata violenta di prima non era un atto di odio, ma una dichiarazione d'amore. Cazzo non era un mezzo per trarre piacere, era il linguaggio che avevamo trovato per dirci quello che le parole non riuscivano a esprimere.
"Anch'io ti amo, sorellona," risposi, la voce rotta dall'emozione. "Ti ho sempre amato."
Iniziai a muovermi, lentamente. Era una scopata diversa. Non più violenta, ma intensa. Ogni colpo era una carezza, una promessa. L'acqua calda ci cadeva addosso, scivolando sui nostri corpi uniti, un fiume che ci lavava, ci purificava. Le mie mani le carezzavano la schiena, i suoi capelli. Le sue mani mi stringevano le spalle, le unghie che mi graffiavano dolcemente.
"Eri sempre lì," sussurrai tra un colpo e l'altro. "Sempre. In casa. In camera tua. Non potevo non guardarti. Non potevo non desiderarti."
"E io ho provato a ignorarti, Ale," rispose lei, il viso nascosto nella mia spalla. "Ho provato a odiarti per questo desiderio. Pensavo fosse sbagliato, sporco. Ma non riuscivo a smettere di pensarti. Di notte... a volte mi toccavo pensando a te."
La sua confessione mi distrusse e mi ricostruì allo stesso tempo.
usci da dentro di lei per vivere con calma questo Momento romantico.
"E ora?" le chiesi. "Cosa facciamo adesso?"
Lei si staccò da me, il suo viso a pochi centimetri dal mio.
"ora per prima cosa ti farò venire di nuovo" con un sorriso mi disse mentre mi scivolava via, si inginocchiava e il mio cazzo scompariva nella sua bocca calda, un nuovo mondo di sensazioni travolgenti, la sua lingua era un'artista, che dipingeva il mio piacere con tratti veloci e decisi.
Mi appoggiai al muro, le gambe che tremavano. "Gabriella... cazzo... sei incredibile..."
Lei alzò lo sguardo verso di me, gli occhi che brillavano di complicità e di orgoglio. "Lo so," rispose, la voce rauza. "E so anche che stai per venire."
E aveva ragione.
La pressione crebbe, un calore che mi esplose nelle palle e mi si propagò per tutto il corpo. "Gabriella... adesso..."
E venni di nuovo, nella sua bocca, un'onata meno potente della prima, ma più intima, più personale. Lei inghiottì tutto, poi si alzò, mi baciò, facendomi assaggiare il mio stesso sapore.
"adesso è il mio turno," mi disse lei, la voce che tremava di voglia.
Prese il mio cazzo, ancora sensibile, lo guidò verso la sua fica e si spinse contro di me, facendolo entrare in leinuovamente con un sospiro. Iniziammo a scopare, con passione, con amore. L'acqua continuava a cadere, un muro invisibile che ci separava dal mondo. Non c'era più nulla, solo io e lei. Solo noi.
I nostri corpi si muovevano all'unisono, una danza antica e sacra. Le mie mani le massaggiavano le tette, i suoi capezzoli duri sotto i miei pollici. La sua bocca mi mordicchiava il collo, lasciando piccoli segni rossi. Ogni suo gemito era una carezza, ogni mio respiro una promessa.
"Ti amo," le dissi.
"Ti amo," rispose lei.
E fu tutto ciò che serviva.
Il suo secondo orgasmo la travolse, una marea che la strinse in una morsa e non la lasciò andare. Gridò, una lunga, dolce, urla di piacere che l'acqua non riuscì a soffocare.
Finimmo la doccia.
Il calore dell'acqua era svanito, ma non quello tra di noi. Presi il sapone liquido, versai un po' sul palmo della mia mano. L'odore era dolce, quasi vanigliato. Iniziai a lavarla. Non era un atto di pulizia, ma di venerazione. Le mie mani scivolarono sulle sue spalle, lungo le sue braccia, massaggiando con movimenti lenti e circolari. Lasciai che la schiuma si formasse, una barriera bianca e morbida sulla sua pelle. Poi scesi, seguendo le curve del suo corpo, il sapone che le leccava i fianchi, il sedere perfetto che ancora sentivo tra le mie mani.
Lei si donò a me, gli occhi chiusi, il capto all'indietro, sotto il getto dell'acqua. "Lavami tutta, fratellino," mi sussurrò.
E io lo feci. Mi inginocchiai, le mia mani che le lavavano le cosce, le ginocchia, i polpacci. Poi risalii, verso il centro del suo piacere. Con delicatezza, con rispetto, le lavai la fica, le mie dita che la pulivano, che le massaggiavano, ma senza cercare altro piacere se non quello di prendermi cura di lei.
Poi fu il suo turno.
Prese il sapone e mi lavò con la stessa devozione. Le sue mani su di me erano diverse da prima. Erano carezze, non aggressioni. Mi lavò il petto, l'addome, le mie braccia. Poi si inginocchiò e mi prese il cazzo tra le mani morbide e saponate. Lo lavò con lentezza, con un'attenzione quasi religiosa. Sentii la sua lingua che mi leccava le palle, poi l'asta, un gesto di puro affetto.
Rimanemmo ancora un po', sotto l'acqua, in silenzio, abbracciati.
Poi, finalmente, la chiudemmo.
Ci asciugammo, con asciugamani grandi e morbidi. Lei mi asciugò la schiena, io i suoi capelli. Eravamo calmi, sereni. Eravamo noi.
"Ognuno in camera sua a mettersi il pigiama," disse lei, con un sorriso stanco.
Annuii.
Ma appena cinque minuti dopo, lei bussò alla mia porta. Non disse nulla, entrò e si strisciò sotto le coperte con me. Si mise di spalle, io la avvicinai a me, il mio petto contro la sua schiena, le mie braccia attorno alla sua vita, il mio cazzo morbido premuto contro il suo sedere.
Mettemmo la sveglia. Per dividerci prima dell'alba.
Da quella notte, iniziammo a scopare in ogni momento della nostra quotidianità. Era un gioco pericoloso, un segreto che ci dava un'adrenalina incredibile.
La mattina, in cucina, mentre la nostra madre era in camera sua e il compagno di lei già al lavoro, lei preparava il caffè. Io mi avvicinavo da dietro, le mie mani che le sfilavano i pantaloncini del pigiama, le mani che le stringevano le tette. Lei si appoggiava al bancone della cucina, un sospiro di piacere. "Ale, i nostri genitori..."
"Non si svegliano ancora per un'ora," rispondevo, la mia voce un sussurro caldo contro il suo orecchio. E la scopavo lì, in piedi, lentamente, il mio cazzo che la riempiva, i suoi gemiti soffocati nel braccio che usava per appoggiarsi. Venivamo quasi sempre insieme, un orgasmo rapido e furtivo che ci dava la carica per affrontare la giornata.
Oppure nel pomeriggio, sul divano del salotto, fingendo di guardare la TV. Lei si metteva la coperta addosso. Io, seduto accanto a lei, le infilavo una mano sotto il pigiama, le mie dita che le entravano nella fica bagnata. Lei si muoveva appena, cercando di sembrare normale, ma i suoi occhi mi tradivano. "Smettila, Ale," mi sibilava, ma il suo corpo mi urlava di continuare.
"E se ti faccio venire qui, sotto la coperta, davanti a tutti?" le chiedevo, un sorriso malizioso sul volto.
"Sei un bastardo," rispondeva lei, ma poi si abbandonava al mio tocco, le mie dita che la masturbavano con ritmo veloce fino a farla venire, il suo corpo che tremava sotto la coperta, un piccolo, silenzioso urlo di piacere.
E fu in quel periodo che lei lasciò finalmente Matteo. Fu una cosa tranquilla, quasi insignificante. Un giorno era lì, il giorno dopo non lo era più. E la nostra relazione diventò a tutti gli effetti una relazione, se pur aperta a una terza persona.
Perché a noi spesso si univa Federica.
Federica era la scintilla, il fuoco che trasformava il nostro amore in un'orgia. Era lei a proporlo, a volte con un messaggio, altre volte con una battuta a sproposito.
"Cari piccolini, stasera mi sento sola," ci scrisse un giorno su WhatsApp. Mi trovai a leggere il messaggio insieme a Gabriella, il telefono in mezzo a noi, sul letto.
"Se ne andrà a puttane come sempre," commentò Gabriella, con un tono finto-indifferente.
"Forse," risposi io, ma il mio cazzo disse il contrario.
Gabriella lo sentì. Mi mise una mano sopra i pantaloni. "Vuoi scoparla, vero?"
Annuii, la gola secca.
"Va' allora," mi disse lei, e nel suo occhi vidi un'emozione complessa, un misto di gelosia e di eccitazione. "Ma porta anche me."
E quella sera, andammo da Federica.
La sua casa era un mondo diverso dal nostro. Luci soffuse, musica ambientale, un profumo d'incenso e di sesso che fluttuava nell'aria. Federica ci accolse con una vestaglia di seta nera, completamente aperta sul davanti. Il suo corpo era un capolavoro di perfezione e di provocazione. Ci baciò entrambi, le sue labbra che sapevano di vino e di voglia.
"Siete venuti a consolarmi, piccoli miei?" ci disse, conducendoci in salotto.
Non c'era bisogno di parole. Ci spogliammo, i nostri corpi che si univano al suo in un ballo di carne e di desiderio.
Federica ci guidò. Ci mostrò come amarci di più, come esplorare ogni centimetro dei nostri corpi. Fu lei a farmi venire in bocca mentre Gabriella mi leccava le palle. Fu lei a fare sesso orale con Gabriella, mentre io la scopavo da dietro.
"ahh, gabry..." sibilò Federica, la sua voce rauza e sensuale, mentre la sua lingua le leccava il clitoride. "è così bello farsi scopare da tuo fratello! mi sta distruggendo" disse leccandole la figa con ancora più intensità.
Io, sentendo quelle parole, sentii l'eccitazione schizzare alle stelle. Afferrai i fianchi di federica, le mie dita che vi si affondavano, e la scopai con una rabbia che avevo già provato, ma che ora era amplificata dalla presenza di Federica.
E fu solo l'inizio.
Divenne la nostra normalità. A volte era Federica a venire da noi, di notte, dopo che i nostri genitori si erano addormentati. Si intrufolava nella mia stanza, come un fantasma sexy, e si univa a noi nel letto.
"Shhh," ci sussurrava, le sue mani che ci accarezzavano sotto le coperte. "Non svegliate i vostri genitori."
E lì, nel buio della mia stanza, i tre corpi si fondevano in un'unica entità di piacere. Era un caos di membra, di lingue, di dita. Scopavo Gabriella mentre Federica mi leccava il culo. Poi invertivamo, io le leccavo la fica a lei mentre Gabriella mi succhiava il cazzo. Era un vortice di sesso senza regole, senza limiti, dove ogni desiderio, ogni fantasia, poteva diventare realtà.
Gabriella, di solito così dolce e riservata, si trasformava in quelle occasioni. Diventava audace, dominante. Mi ordinava cosa fare, come farlo.
"Leccale il culo, Ale," mi comandava una volta, mentre Federica era a quattro zampe sul letto, il suo culo perfetto offerto a me. "Leccaglielo come sai fare. Voglio sentirla gemire."
E io obbedivo, la mia lingua che le scivolava tra le chiappe, che le leccava il buco stretto, sentendola contorcersi e gemere di piacere.
Ma il nostro gioco preferito, il nostro peccato segreto, era scopare durante il giorno, quando c'era il rischio di essere scoperti.
Un giorno, Gabriella stava facendo la doccia. Fui preso da un impulso improvviso, una voglia irrefrenabile di lei. Entro in bagno senza bussare. Il vetro della doccia era appannato, ma potevo vedere la sua silhouette danzare sotto l'acqua.
"Chi è?" chiese lei, la sua voce che rimbombava sulle piastrelle.
Non risposi. Mi spogliai in fretta, aprii la porta della doccia e entrai.
Lei si voltò, un lampo di sorpresa e di paura nei suoi occhi. "Ale! Cosa ci fai? tua Mamma è in casa!"
"Non ci vedrà," le risposi, prendendola in braccio e spingendola contro il muro. "E anche se ci vedesse, non mi importa, voglio provare una cosa!"
E la scopai lì, nel culo per la prima volta, sotto l'acqua calda, con la porta del bagno aperta.
La sua protesta si trasformò presto in un gemito di piacere quando sentì la mia cappella premerle contro il buco stretto. Era una nuova frontiera, una nuova forma di dominio. La preparai con le dita, sentendola tremare sotto il mio tocco, un misto di timore e di desiderio. Poi, lentamente, entrai in lei.
Il suo corpo si tese, un gemito soffocato le uscì dalle labbra.
"fa male?" le chiesi, fermandomi.
"un po' " rispose lei, la voce rotta. "Continua. Non fermarti."
E io continuai. La scopai lentamente, con delicatezza, ma con una forza che non le dava scampo. La sentii cedere, il suo corpo che si apriva a me. I miei colpi divennero più sicuri, più profondi. Era una sensazione diversa, più stretta, più primitiva. Era un possesso totale, una conquista definitiva.
"Ehi, Gabriella, è tutto a posto? Chi c'è con te?" La voce della nostra madre, dal di fuori della porta.
Sentii Gabriella irrigidirsi, il panico negli occhi.
"nessuno, Mamma!" urlò lei, la voce che tremava. "Sto finendo!"
"Ciao tesoro, va bene," rispose mia madre, i suoi passi che si allontanavano.
Il rischio ci diede una carica pazzesca. La scopai con più forza, più rabbia. La mia mano le chiuse la bocca, per soffocare i suoi gemiti.
"Vieni, sorellona," le sussurrai. "Vieni mentre ti scopo il culo!"
E lei venne, un orgasmo così intenso che le sue gambe cedettero, se non fosse stato per le mie braccia che la sorreggevano.
Quell'atto suggellò il nostro legame. Non eravamo solo amanti, eravano complici. Eravamo un'unica entità contro il mondo.
E Federica era la nostra alta sacerdotessa.
e così si conclude la nostra strana, incestuosa e meravigliosa storia d'amore passionale, finalmente eravamo insieme e soprattutto scopavamo tutti insieme.
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