Giochi Proibiti in Famiglia
Capitolo 6 - la verginità che svanisce
Federica non scherzava. La sua promessa, sussurrata come una sentenza, era ora una realtà fisica, pressante. La punta del mio cazzo, dura e pulsante, si strofinava contro la sua figa, lì, sull'orlo. Sentivo il calore umido che emanava, un calore diverso, più profondo di quello dell'acqua e della sua bocca. Era il calore del centro di una donna. Era un varco.
Il suo sguardo era incollato al mio. Un sorriso, questa volta, non era più solo malizioso. Era di vittoria. Di possesso.
«Senti, Ale?» bisbigliò, la voce roca, rotta dal desiderio. «Senti quanto è pronta per te? E quanto sei pronto per me?»
Spostò i fianchi con una lentezza torturante. La punta mi scivolò lungo la sua fessura, bagnandomi completamente con la sua umidità. Un brivido mi percorse la schiena, così intenso che feci sobbalzare le mie anche, cercando, istintivamente, di entrare.
In quel momento non ero più un verginello sfigato. Quell'etichetta, che mi ero portato dietro per anni come una macchia indelebile, si era dissolta, bruciata dal calore del corpo di Federica. Ero un uomo. La sentivo attorno a me, profonda, avvolta attorno al mio cazzo con una forza che mi lasciava senza fiato.
Le mie mani non erano più più ferme, impotenti. Erano salde, affondate nella morbidezza perfetta del suo culo, sentendo i muscoli contrarsi a ogni spinta. E lei cavalcava. Non era solo un movimento, era una performance. Un'opera d'arte di sesso pura. Intensa, passionale, la schiena arcuata, il seno che ondeggiava al ritmo delle sue battute, i capelli neri che le si incollavano alla nuca sudata. Una vera troia, esattamente come l'avevo immaginata, ma mille volte meglio. Era realissima.
E poi i suoi occhi si posarono su Gabriella.
Gabriella era rimasta lì, pietrificata sul bordo del letto, una statua di marmo consumata da una tempesta interna.
Mi sentivo esplodere. Ero dentro di lei, e la sensazione era assordante. Calda, bagnata, incredibilmente stretta. Ogni singolo centimetro della mia pelle era in preda a un fuoco che non avevo mai conosciuto. Le mie mani serravano le sue natiche, sentendole contrarsi ad ogni spinta, guidandola, quasi pregandola di non fermarsi mai.
Federica si muoveva con un'energia animale. I suoi fianchi si dondolavano, schiantandosi contro i miei con un suono umido, schioccante, che riempiva la stanza. Era la colonna sonora della mia perdizione. E ogni volta che scendeva, il mio cazzo la trafiggeva più a fondo, raggiungendo parti di me che non sapevo esistessero.
Il suo respiro era affannoso, rotto da gemiti che non si sforzava di trattenere. Poi si chinò verso di me, i capelli che mi sfioravano il viso, e le sue labbra umide mi sfiorarono l'orecchio.
«Senti, Ale? Senti com'è essere dentro a una vera donna?», sussurrò, la voce un filo rauco. «Questo è solo l'inizio. Poi ti farò venire in gola, ti faro leccare il culo, ti insegnerò a usare la tua lingua come mai avresti immaginato. Ti faro diventare il mio uomo, la mia bestia.»
Si raddrizzò di scatto, i suoi occhi verdi che mi trafiggevano, ma per un istante deviarono verso Gabriella.
«Guarda, Gabry», le urlò, la voce carica di feroce trionfo. «Guarda cosa stai perdendo! Guarda come il tuo "fratellino" ora è un uomo! Guarda come mi prende, come mi desidera! Ti sei fatta scappare un cazzo così, così duro, così pieno di sperma solo per la tua paura!»
Gabriella sussultò come se l'avesse colpita. I suoi occhi erano lucidi, pieni di un conflitto terribile. Non riusciva a staccare lo sguardo da noi, dal punto in cui i nostri corpi si univano.
Cazzo. Il mondo era un vortice di carne e sudore. Ogni singolo spinta di Federica era un'onda che mi travolgeva, una forza che piegava la mia goffaggine fino a trasformarla in istinto. Ero dentro di lei, e le mie anche rispondevano, ora incerte, ora più decise, come un animale che impara a cacciare. Non sapevo cosa stessi facendo, ma il mio corpo lo sapeva. Stringevo il suo culo, cercavo di affondare più in fondo, spinto da una fame che non sapevo di avere.
Federica se ne accorgeva. Sentiva la mia inesperienza, la mia foga disperata, e se ne cibava.
«Ah... sì, Ale! Così! Dai! Fatti sentire!» gridò, la voce spezzata dal piacere, ma lo sguardo, ancora una volta, era una lama scagliata contro Gabriella. «Guarda, Gabry! Guarda il tuo piccolo porcello! Ci crederesti che è la sua prima volta? È già una bestia! Sa già come si scopa una femmina!»
Gabriella emise un suono soffocato, un piccolo lamento che si perse nel frastuono dei nostri corpi. Le sue ginocchia si piegarono leggermente, e si portò una mano alla gola, come se le mancasse l'aria. Le sue guance erano infuocate, e vedei le sue labbra aprirsi, umide, tremanti. Il suo sguardo era incollato al mio cazzo che spariva e riappariva nella figa di Federica, lustro e bagnato dei nostri succhi. Stava soffrendo, lo leggevo nei suoi occhi. Un dolore dolce, un'agonia di desiderio che si mescolava alla gelosia.
E Federica, crudele, infierì.
«Mentre tu stai lì a morire di noia con il tuo cazzo di fidanzato che non sa nemmeno dove ti sta toccando... io sto godendo come una pazza!» urlò, piegandosi all'indietro, il seno teso verso il cielo, per darmi ancora più profondità. «Questa è una figa vera, Ale! Non è quella secchiona e riempita di frustrazioni che hai sognato per anni! Questa è figa da uomini, da veri arrapati!»
Le sue parole mi colpirono come pugni. Mi vergognavo, mi sentivo umiliato, ma allo stesso tempo mi sentivo un dio. Ero al centro di tutto. Ero il motivo della sofferenza di Gabriella e del piacere di Federica.
«Dimmi che mi vuoi! Dimmi che non tornerai mai più a sognare quella frigida!» esigé Federica, afferrandomi per i capelli e costringendomi a guardarla negli occhi. «Guarda me! Io sono qui! Sono io quella che ti sta facendo diventare un uomo!»
Spostò lo sguardo verso Gabriella, un sorriso diabolico sulle labbra.
«Vedi? Lui è mio adesso. L'ho cresciuto io, nella maniera giusta. Ho sverginato tuo fratello, Gabry. E l'ho fatto sotto i tuoi occhi.»
Rimanemmo in silenzio per un attimo, solo il rumore del nostro respiro affannoso a riempire la stanza.
«Basta Così! basta!»
Il grido di Gabriella squarciò l'aria, spezzando l'incantesimo carnale che ci avvolgeva. Era un urlo straziato, carico di rabbia e frustrazione. Si alzò di scatto dal letto, le gambe tremanti, come se avesse appena ricevuto una scarica elettrica. Voleva scappare, fuggire da quella scena che la stava consumando viva. Il suo volto era una maschera di dolore, gli occhi pieni di lacrime che non riusciva a trattenere.
Fece un passo verso la porta, poi un altro. Ma si bloccò. Il suo corpo, traditore, la costrinse a voltarsi. A guardare ancora. Il suo sguardo si posò su di me, su di noi. Vide i miei fianchi che rispondevano ora con una sicurezza quasi bruta, vide il mio cazzo scivolarto fuori dalla figa di Federica, lucido, gonfio, vivo. Vide la bestia. E non riuscì a distogliere lo sguardo. Era ipnotizzata, terrorizzata e affascinata da quella creatura che non riconosceva, che non avrebbe mai pensato potesse nascere da me.
Federica, che non aveva mai smesso di muoversi, lentamente, sentendo il mio cazzo palpitare dentro di lei, vide la sua indecisione. Vide il suo conflitto. E le diede il colpo di grazia. Con un sorriso trionfante, la voce dolce e velenosa come il miele, le sussurrò:
«Dai, Gabry... non fare la stupida. Vieni...»
Fece una pausa, lasciando che la frase si posasse nell'aria come una verità inconfutabile. Poi, guardandola dritta negli occhi, aggiunse:
«Almeno a prenderti le briciole.»
Le briciole. La frase le implose nella testa come un proiettile. Gabriella si gelò. Non era più solo rabbia, era umiliazione pura. Le briciole. Cosa significava? La mia bocca? Le mie dita? Il sudore che ancora imperlava la mia pelle? O era qualcosa di più infame? La possibilità di assaggiarmi solo dopo che lei, Federica, si era saziata?
Le briciole. La frase le implose nella testa come un proiettile. Gabriella si gelò. Non era più solo rabbia, era umiliazione pura. Le briciole. Cosa significava? La mia bocca? Le mie dita? Il sudore che ancora imperlava la mia pelle? O era qualcosa di più infame? La possibilità di assaggiarmi solo dopo che lei, Federica, si era saziata?
Il suo sguardo, prima solo pieno di dolore, si indurì. Ma non si voltò. Non se ne andò. La porta era lì, a pochi metri, un'uscita facile, ma i suoi piedi erano incollati al pavimento. Fissava me, ma più di ogni altra cosa, fissava il mio cazzo. Ancora duro, ancora avido, ancora dentro a Federica.
«Cosa aspetti, Gabry?» insisté Federica, la voce un sibilo serpentino. Non si fermò di cavalcare, anzi, accentuò il movimento, più lento, più profondo, per farmi sentire ancora di più e per farle vedere cosa stava perdendo.
Poi, all'improvviso, Federica impazzì. Con un urlo che era metta godimento metta rabbia, si alzò di scatto, lasciandomi vuoto, esposto. Il mio cazzo si eresse, solitario, pulsante, la cappella violacea e luccicante. Ero al limite, un filo dalla rottura.
«Guarda! Gridò Federica, agitando una mano verso di me, come se mostrasse un trofeo. Guarda il cazzo pulsante del tuo fratellino, Gabry! Guarda! Adesso farà una sborrata mai vista!»
Non diede tempo a Gabriella di reagire. Si lanciò contro di lei, un felino affamato. Le sue mani si aggrapparono ai fianchi di Gabriella, con un gesto violento. Gabriella reagì, si ribellò, urlando di shock e rabbia. Ma Federica era un uragano, una forza data da un'eccitazione così intensa da sembrare sovrannaturale. La spinse contro il letto, la costrinse a cadere all'indietro sui cuscini.
nude, una contro l'altra. Due corpi perfetti che si scontravano. Si menarono, si graffiarono, si mordero. Non era un gioco. Era una lotta brutale e primordiale, un balletto di violenza e desiderio. Le loro tette si scontravano, le loro gambe si intrecciavano in una lotta per il dominio. Gabriella, più forte, riuscì a ribaltare la situazione per un istante, cercando di fuggire, ma Federica la bloccò, le afferrò i polsi e li spinse sopra la sua testa, immobilizzandola.
Erano lì, al petto a petto, il respiro affannoso, i corpi sudati che si sfioravano.
«Ale! Vieni!» urlò Federica, la voce carica di un trionfo feroce. «Aiutami a darle quello che vuole! Che lei lo voglia o no!»
Mi alzai, come attratto da una forza magnetica. Ero confuso, spaventato, ma anche elettrizzato. Vidi Gabriella sotto Federica, gli occhi pieni di lacrime, ma anche di un desiderio che non riusciva più a nascondere. Vidi il suo corpo teso, le tette dure, le gambe leggermente divaricate in un invito involontario.
Mi avvicinai, il mio cazzo duro e pulsante come un sasso. Federica mi guardò, un sorriso diabolico sul volto. «Senti che bagnata è, Ale. Senti.»
Mi prese la mano e la portò tra le gambe di Gabriella. La sentii. Calda, bagnata, pronta. Gabriella emise un lamento, un suono di sconfitta e di resa.
«Ora è tua», sussurrò Federica. «Prendila.»
Lei mantenne i polsi di Gabriella bloccati, ma con l'altra mano mi aiutò, mi guidò. Mi portò la punta del mio cazzo all'ingresso della figa di Gabriella.
«Senti, Ale? È questo che volevi da sempre, no?»
Non risposi. Non potevo.
Gabriella si lamenta. Un suono straziato che nasce in fondo alla gola. «No... Ale, no... Fermati, ti prego...» Le sue parole sono frammentate, piagnucolanti, rotte dai singhiozzi. Il suo corpo si contorce, una lotta disperata sotto il peso di Federica. Le sue gambe si agitano, calci deboli e impotenti che cercano di spingermi via, di fermare l'inevitabile. La punta del mio cazzo, calda e dura, preme contro la sua entrata, un promessa di ciò che sta per accadere.
Poi, lo schiaffo.
Il suono secco e violento risuona nella stanza, più forte delle sue grida. Federica le ha sferrato una schiaffata così forte che la testa di Gabriella si è girata di lato. Sulla sua guancia rosea appare subito il segno rosso delle dita di Federica.
«Ma che cazzo sei, una demente?!» la sgrida Federica, la voce carica di una rabbia fredda e tagliente. «Ti lamenti da mesi che non hai un cazzo che ti scopa! Che sei stanca di quel coglione del tuo fidanzato che non ti tocca nemmeno più!»
Federica le afferra i capelli, costringendola a guardarla negli occhi. «Adesso hai un cazzo, Gabry! Un cazzo duro e pulsante, solo per te! E tu cosa fai? Lo prendi a calci?!»
Un altro schiaffo, dall'altra parte. Più forte. Gabriella emette un lamento, più di sorpresa che di dolore. Le lacrime le rigano il viso, ma i suoi occhi... i suoi occhi sono cambiati. Qualcosa si è rotto dentro di lei. La vergogna, la rabbia, l'umiliazione... tutto si è fuso in una singola, devastante consapevolezza.
Federica ha ragione.
La situazione, con la sua violenza e la sua crudeltà, l'ha illuminata. Si è resa conto di quanto fosse patetica la sua vita, le sue lamentele, la sua frustrazione. E si è resa conto di quanto desiderasse...
Con una forza disperata, un urlo che le strappò la gola, Gabriella si divincolò. Un calcio violento, ben assestato, mi colpì leggermente alla coscia, mentre un altro spinse via Federica. Riuscì a rialzarsi, tremante, i capelli un velo arruffato sul viso contorto, la guancia ancora rossa per gli schiaffi. Si tirò indietro, contro il muro, come un animale braccato.
«Siete impazziti! Siete tutti impazziti!» urlò, la voce spezzata dal pianto. Poi lo sguardo si fissò su di me, un misto di terrore e accusa. «È mio fratello! È incesto, cazzo!»
La parola "incesto" rimase sospesa nell'aria, pesante, innaturale. Ma era solo la prima crepa. Subito dopo, la diga crollò del tutto.
«Sì, vorrei scopare! Ammetto!» urlò, come se le parole le uscissero contro la sua volontà. «Cazzo, ammetto tutto! Odio il mio fidanzato! Odio la sua faccia da deficiente, le sue carezze da bambino, il suo cazzo che non sa cosa farsene! Vorrei scopare! Vorrei tornare a essere la selvaggia di qualche anno fa! Vorrei succhiare quel cazzo...» il suo dito mi indicò, tremante, «...fino a farmi venire in gola! Ma non lo faccio! Non lo faccio perché ho un cervello! Ho buon senso!»
Stava urlando, confessando, distruggendosi. E io ero lì, in piedi, con il cazzo duro che pareva sul punto di esplodere, un martello di carne pulsante tra le gambe, testimone e causa della sua disintegrazione.
Federica si rialzò lentamente, senza rabbia. Un sorriso, triste e comprensivo, le increspò le labbra. «Finalmente. Sono felice che tu l'abbia ammesso, quantomeno a te stessa.»
Si avvicinò a Gabriella con passo lento, non più da predatrice, ma da un'amica che capisce. Le allungò una mano, non per afferrarla, ma per accarezzarle il braccio. «Mi dispiace per gli schiaffi, Gabry. Lo giuro. Ma capisci solo così... a te non bastano le parole. Ti servono i fatti. Ti serve qualcuno che ti spezzi per farti vedere quello che desideri davvero.»
Gabriella non si ritrasse. Si lasciò toccare, le lacrime che continuavano a scendere, il respiro ancora affannoso. Fissava il vuoto, forse elaborando la verità che aveva appena urlato, forse sentendo, per la prima volta, il peso insopportabile delle sue stesse menzogne.
E io lì, fermo, immobile. Il mio cazzo era ancora lì, un monumento di carne alla mia eccitazione, al mio desiderio, a questa situazione folle e meravigliosa. Era un promemoria costante che la guerra non era finita. Era solo cambiata.
Federica mi guardò, un lampo complice nei suoi occhi verdi. Un cenno quasi impercettibile del capo. Un invito. E io, come un burattino i cui fili erano stati finalmente mossi, mi avvicinai. Entrai in quell'abbraccio rotto, unendo il mio corpo sudato e tremante al loro. La mia erezione si premette contro la coscia di Gabriella, un'argomentazione silenziosa e inequivocabile.
«Gabry...» la mia voce era un roco sussurro, quasi inaudibile. «Non sto scherzando. Ti amo... te l'ho sempre detto, ma non sai cosa intendevo davvero. Fin da piccolo, da quando ho iniziato a capire certe cose. E cavolo, questo... questo è il mio sogno nel cassetto, quello che non ho mai detto a nessuno.» Le presi il viso tra le mani, costringendola a guardarmi. I suoi occhi erano un oceano di lacrime e confusione. «Ti prego. Siamo qui. L'eccezione di una volta. È notte fonda, abbiamo bevuto, facciamo questa cazzata. Questa una volta nella vita.»
Federica si strinse più forte a lei, sfiorandole la guancia con le labbra. «Fagliela provare, Gabry. Solo una volta. Che male c'è? Glielo concedi. Conceditelo a te.»
Per un attimo, il mondo si fermò. Gabriella sembrò cedere, il suo corpo si rilassò contro il nostro, un sospiro le sfuggì dalle labbra, come una resa. Poi, con uno sforzo visibile, si distaccò. Si asciugò il viso con il dorso della mano.
«Voglio... voglio stare un attimo da sola», disse, la voce fragile ma ferma. Non guardò nessuno dei due, fissò il pavimento.
Federica sospirò, ma non insisté. Mi prese per la mano. «Andiamo. Le diamo il suo tempo.»
Mi guidò fuori dalla stanza, verso la camera matrimoniale, quella del compagno di mia madre e di mia madre. Il letto era enorme, un regno di lenzuola bianche e disordinate.nostri corpi illuminati appena dalla luce della luna che entrava dalla finestra.
Federica si sdraiò accanto a me sul letto enorme, il suo corpo morbido e caldo contro il mio. Per un momento ci limitammo a respirare, il silenzio rotto solo dai nostri cuori che battevano all'impazzata. Poi si girò su un fianco, i suoi occhi verdi che mi scrutavano nell'oscurità, lucidi e penetranti.
«Quando tua sorella arriverà...» mormorò, la voce un filo carico di promesse e minacce, «...dovrai stravolgerla. Dovrai scoparla in un modo che non dimenticherà mai. Deve ricordare il tuo cazzo per il resto della sua vita.»
Si alzò, con una grazia felina, e si mise a pecorina nel mezzo del letto, rivolgendo verso di me il suo fondoschiena perfetto, le cosce slightly divaricate. La sua figa, ancora umida e gonfia dal nostro precedente incontro, si apriva come un fiore notturno.
«Ma prima...» aggiunse, guardandomi di sfuggita sopra la spalla, un sorriso diabolico sulle labbra, «...ora ti insegno come si scopa una vera cagna.»
Mi fece cenno di avvicinarmi. Ero goffo e timido, il mio cazzo duro come il marmo ma la mente un vortice di incertezza. Mi posizionai dietro di lei, le mie mani che tremavano leggermente mentre le appoggiavo sui suoi fianchi.
«Non entrare subito, Ale. Prima senti», mi guidò, la voce un sussurro perverso. Prese la mia mano e la portò tra le sue gambe, facendomi sentire il calore, l'umidità. «Sentila come trema? È tutta per te. È affamata.»
Mi prese il cazzo e lo guidò, facendolo scorrere lentamente su e giù per la sua fessura, bagnandolo completamente. «Giocaci. Fallo impazzire. Fallo desiderare di entrare.»
Obbedii, i miei movimenti iniziali goffi e incerti, ma presto la sua guida esperta e la sua eccitazione contagiosa mi resero più audace. Il mio cazzo scivolava su e giù per la sua fessura, sfiorando il suo clitoride ad ogni passata, facendola gemere.
«Dai... entra...» sibilò, spingendo indietro i suoi fianchi. «Ma fallo piano. Voglio sentire ogni singolo centimetro che mi riempie.»
Spinsi lentamente, la mia cappella che superava la sua resistenza iniziale, entrando in quel caldo abbraccio. Un gemito profondo le uscì dalle labbra. La sua figa era incredibilmente stretta, una morsa calda e bagnata che mi avvolgeva, quasi mi soffocava di piacere.
«Così... sì...» mormorò, la voce rotta dal desiderio. «Adesso scopa, Ale. Scopami come se volessi distruggermi. Fallo vedere a Gabry, quando arriverà, cosa le manca.»
Mi mossi, le mie spinte iniziali incerte, presto diventarono più decise, più confidenti, guidate dalle sue parole, dai suoi gemiti, dal movimento dei suoi fianchi.Ogni colpo era più profondo del precedente, ogni movimento un atto di ribellione contro la mia timidezza, un'affermazione della mia virilità.
«Più forte... più profondo...» urlò, la voce un lamento di puro piacere. «Sì, così... stai imparando... stai imparando a essere un uomo... a essere quello di cui ho bisogno... quello di cui ha bisogno tua sorella.»
Le sue parole erano una spinta, un incitamento a superare ogni limite. Non ero più il ragazzino timido che spiava la sorellona. Ero un uomo, una bestia che stava imparando a godere, a dominare, a prendere quello che voleva.
«Adesso prendi i miei capelli...» mi ordinò. «Tirali. Fammi sentire che mi possiedi.»
Obbedii, mi aggrappai a quella folta chioma nera, la strattonai, costringendola a piegare la schiena, a offrirmi ancora di più. La vedevo da dietro, la schiena curvata, il collo teso, il suo fondoschiena che si schiantava contro le mie ossa del bacino ad ogni spinta. Era una visione selvaggia, una scena di pura, brutale lussuria.
Lei si godeva ogni momento, ogni mia incertezza, ogni mio atto di dominio. Era la mia maestra, la mia guida, la mia ninfomane.
«Adesso mettici un dito nel culo...» mi sussurrò, la voce un sibilo carico di perversione. «È un altro buco, Ale. Un altro buco che puoi riempire. Un altro piacere che puoi dare.»
Fui titubante per un istante, ma la sua insistenza fu più forte. inumidì il mio indice con la mia bava, poi lo pressai lentamente contro il suo piccolo buco nero. Federica gemette, spingendo indietro, accogliendolo. Lo sentii stringersi intorno al mio dito, un altro anello di carne calda e stretta.
«Sì... così... adesso senti... senti come sei dentro di me... senti come mi riempi dappertutto...» gemeva, il suo corpo che si contorceva sotto il doppio assalto.
Il mio dito la riempiva, un caldo, stretto anello di carne che pulsava in sincrono con il suo cuore. Sentivo il mio cazzo, dall'altra parte di quella sottile parete, scorrere dentro di lei, e la sensazione era quasi insopportabile. Ero pieno di lei, e lei era piena di me.
«Senti, Ale? Senti come sei dentro di me? Senti come mi stai riempiendo dappertutto?» gemette, il suo corpo che si contorceva sotto il doppio assalto. «Ora scopa, stronzo. Scopa come se volessi farmi venire la cervicale.»
Obbedii, le mie spinte diventarono più profonde, più violente. Ero un macchina, un pistone di carne e desiderio, spinto dai suoi gemiti, dalle sue parole. Il mio cazzo la riempiva, il mio dito la stendeva, e lei la godeva, una cagna in calore, una ninfomane insaziabile.
«Adesso... adesso mettici un altro dito...» mi ordinò, la voce rotta dal desiderio. «Allargami, Ale. Voglio sentirmi strabordare.»
Con la mano libera, mi bagnai l'indice e il medio, poi li spinser entrambi nel suo culo, sentendola aprirsi per me, accogliendoli con un gemito che era pura lussuria. Era un vulcano, un vortice di piacere, e io ero al centro di tutto, il causa e il effetto del suo godimento.
«Mmmh... sì... così...» mormorò, spingendo indietro i suoi fianchi. «Ora muovili, Ale. Muovili dentro di me mentre mi scopi. Voglio sentirmi piena, voglio sentirmi un'unica cosa con te.»
Obbedii, muovendo le dita dentro di lei in sintonia le mie spinte. La sentii gemere, sentii il suo corpo contrarsi, sentii la sua figa stringere il mio cazzo in una morsa che mi tolse il fiato. Era vicina, molto vicina.
«Cazzo, Ale... il tuo cazzo...» ansimò, la voce un sussurro rauco. «È meraviglioso... è perfetto... mi stai scopando come nessuno mai...»
Le sue parole mi esaltarono, mi diedero la forza di continuare, di spingere ancora più a fondo, di renderla mia. Ero un uomo, una bestia, e lei era la mia preda.
«Adesso... adesso vieni con me...» mi supplicò, la voce un lamento di puro desiderio. «Vieni dentro di me, Ale. Riempimi tutto. Voglio sentire il tuo sperma che mi scorre dentro.»
Non potevo più trattenermi. Con un urlo che le strappò la gola, sentii il mio cazzo esplodere, un fiume di sborra calda che la riempì, che la inondò. Gridai il suo nome, ancora e ancora, mentre il mio corpo si contorceva in uno spasmo di puro piacere.
Lei venne con me, il suo corpo che si arcuò in una posizione innaturale, un urlo che riempì la stanza. Le sue pareti vaginali si contrassero intorno al mio cazzo, spremendolo, succhiandolo fino all'ultima goccia.
Crollai su di lei, il peso del mio corpo che la schiacciava contro il materasso. Eravamo un ammasso di arti e sudore, i nostri respiri affannosi che si mescolavano nell'aria umida della stanza. Il mio cuore martellava nel petto, un tamburo selvaggio che sembrava voler scoppiare. Sentivo il mio cazzo, ancora pulsante, sfilarsi lentamente dalla sua figa, un filo della nostra unione che ci legava ancora.
Ma Federica non si era mossa. Era lì, sotto di me, immobile, il suo corpo che tremava leggermente. Poi, con un movimento che mi lasciò senza fiato, si girò, scivolando da sotto di me come un'anguilla. I suoi occhi verdi mi fissarono, famelici, avidi. Videro il mio cazzo, sporco del nostro sesso, ancora duro, ancora coperto dei nostri succhi.
«Lascia fare a me», mormorò, la voce un sussurro roco di desiderio.
Si chinò, i suoi capelli neri che mi sfioravano le cosce. Poi la sua lingua mi colpì, un sibilo bagnato e caldo che mi fece tremare da capo a piedi. Iniziò a pulirmi, leccando ogni centimetro del mio cazzo, con un lentezza studiata, una perversione che mi lasciò senza parole. Leccò la mia sborra, i suoi succhi, assaporandoli come se fossero il nettare degli dei. Era una dea della lussuria, una sacerdotessa del piacere, e io il suo fedele.
«Mmmh...» mormorò, sollevando lo sguardo verso di me, le sue labbra lucide e gonfie. «Sembri un teenager, Ale. Ma il tuo sapore... il tuo sapore è da uomo.»
Mi prese il cazzo tra le sue dita, stringendolo, sentendolo pulsare ancora. «Voto? Sette e mezzo. Un bel discreto. Per un debutto, non c'è male.»
Rise, una risata bassa e vibrante che mi fece vibrare le palle. «Ma si può fare meglio, sai? Molto, molto meglio.»
Si rialzò, con un movimento felino, e si strinse contro di me. I suoi seni, caldi e morbidi, si premero contro il mio petto. Il suo fiato era caldo sul mio collo.
«Torna», mi sussurrò all'orecchio, la sua voce un veleno dolce. «Non abbiamo finito.»
Mi spinse delicatamente sul letto, facendomi sdraiare sulla schiena. Poi si mise sopra di me, le sue gambe che mi accoglievano, la sua figa che si premeva contro il mio cazzo, ancora sensibile. Iniziò a segarmi, i suoi fianchi che si muovevano con una lentezza studiata, una sensualità che mi faceva impazzire.
«Sentilo, Ale? Sentilo come si risveglia?» mi sussurrò, i suoi occhi che mi fissavano, carichi di promesse. «Voglio prepararti per il secondo round. Voglio renderti duro come il marmo. Voglio che mi scopi fino a farmi dimenticare il mio nome.»
I suoi fianchi si muovevano con un ritmo incantevole, la sua figa che mi accarezzava, che mi stuzzicava, che mi portava sull'orlo del baratro. Il mio cazzo era meraviglioso, e lei lo sapeva.
«Voglio sentirti gridare il mio nome, Ale. Voglio che tu mi scopi come se volessi possedermi, come se volessi distruggermi. Voglio che tu mi faccia tua.»
Le sue parole erano un incantesimo, una preghiera che mi legava a lei, che mi rendeva suo schiavo. Ero suo, e lei lo sapeva.
«Mmmh... sì... così...» mormorò, spingendo indietro i suoi fianchi. «Senti come ti sto preparando? Senti come ti sto rendendo perfetto?»
Mi sentivo esplodere, sentivo il mio corpo che si contorceva sotto il suo, sentivo la mia eccitazione che saliva come un'ondata. Ero pronto, pronto per il secondo round, pronto per essere suo, pronto per possederla.
Poi, la porta si aprì.
Era Gabriella. Indossava una vestaglia di seta bianca, leggera, trasparente. Il suo corpo era una silhouette nella luce della stanza, una visione di purezza e desiderio. I suoi occhi ci fissavano, pieni di imbarazzo, di paura, ma anche di una curiosità che non poteva nascondere.
Federica si fermò, i suoi fianchi che si immobilizzarono. Mi guardò, poi guardò Gabriella. Un sorriso, triste e comprensivo, le increspò le labbra.
«Cosa ci fai qui, Gabry?» le chiese, la voce un sussurro carico di complicità.
Gabriella si avvicinò, i suoi piedi nudi che non facevano rumore sul pavimento. Si fermò accanto al letto, il suo sguardo che scendeva su di me, sul mio cazzo, ancora duro, ancora coperto dei nostri succhi.
«Posso... posso unirmi per questo round?» le chiese, la voce un filo debole e tremante. Era imbarazzata e spaventata, ma c'era anche una determinazione, una voglia di vivere, di sentirsi viva, di godere, di perdere il controllo.
Generi
Argomenti