Federica non scherzava. La sua promessa, sussurrata come una sentenza, era ora una realtà fisica, pressante. La punta del mio cazzo, dura e pulsante, si strofinava contro la sua figa, lì, sull'orlo. Sentivo il calore umido che emanava, un calore diverso, più profondo di quello dell'acqua e della sua bocca. Era il calore del centro di una donna. Era un varco.
Il suo sguardo era incollato al mio. Un sorriso, questa volta, non era più solo malizioso. Era di vittoria. Di possesso.
«Senti, Ale?» bisbigliò, la voce roca, rotta dal desiderio. «Senti quanto è pronta per te? E quanto sei pronto per me?»
Spostò i fianchi con una lentezza torturante. La punta mi scivolò lungo la sua fessura, bagnandomi completamente con la sua umidità. Un brivido mi percorse la schiena, così intenso che feci sobbalzare le mie anche, cercando, istintivamente, di entrare.
In quel momento non ero più un verginello sfigato. Quell'etichetta, che mi ero portato dietro per anni come una macchia indelebile, si era dissolta, bruciata dal calore del corpo di Federica. Ero un uomo. La sentivo attorno a me, profonda, avvolta attorno al mio cazzo con una forza che mi lasciava senza fiato.
Le mie mani non erano più più ferme, impotenti. Erano salde, affondate nella morbidezza perfetta del suo culo, sentendo i muscoli contrarsi a ogni spinta. E lei cavalcava. Non era solo un movimento, era una performance. Un'opera d'arte di sesso pura. Intensa, passionale, la schiena arcuata, il seno che ondeggiava al ritmo delle sue battute, i capelli neri che le si incollavano alla nuca sudata. Una vera troia, esattamente come l'avevo immaginata, ma mille volte meglio. Era realissima.
E poi i suoi occhi si posarono su Gabriella.
Gabriella era rimasta lì, pietrificata sul bordo del letto, una statua di marmo consumata da una tempesta interna.
Mi sentivo esplodere. Ero dentro di lei, e la sensazione era assordante. Calda, bagnata, incredibilmente stretta. Ogni singolo centimetro della mia pelle era in preda a un fuoco che non avevo mai conosciuto. Le mie mani serravano le sue natiche, sentendole contrarsi ad ogni spinta, guidandola, quasi pregandola di non fermarsi mai.
Federica si muoveva con un'energia animale. I suoi fianchi si dondolavano, schiantandosi contro i miei con un suono umido, schioccante, che riempiva la stanza. Era la colonna sonora della mia perdizione. E ogni volta che scendeva, il mio cazzo la trafiggeva più a fondo, raggiungendo parti di me che non sapevo esistessero.
Il suo respiro era affannoso, rotto da gemiti che non si sforzava di trattenere. Poi si chinò verso di me, i capelli che mi sfioravano il viso, e le sue labbra umide mi sfiorarono l'orecchio.
«Senti, Ale? Senti com'è essere dentro a una vera donna?», sussurrò, la voce un filo rauco. «Questo è solo l'inizio. Poi ti farò venire in gola, ti faro leccare il culo, ti insegnerò a usare la tua lingua come mai avresti immaginato. Ti faro diventare il mio uomo, la mia bestia.»
Si raddrizzò di scatto, i suoi occhi verdi che mi trafiggevano, ma per un istante deviarono verso Gabriella.
«Guarda, Gabry», le urlò, la voce carica di feroce trionfo. «Guarda cosa stai perdendo! Guarda come il tuo "fratellino" ora è un uomo! Guarda come mi prende, come mi desidera! Ti sei fatta scappare un cazzo così, così duro, così pieno di sperma solo per la tua paura!»
Gabriella sussultò come se l'avesse colpita. I suoi occhi erano lucidi, pieni di un conflitto terribile. Non riusciva a staccare lo sguardo da noi, dal punto in cui i nostri corpi si univano.
Cazzo. Il mondo era un vortice di carne e sudore. Ogni singolo spinta di Federica era un'onda che mi travolgeva, una forza che piegava la mia goffaggine fino a trasformarla in istinto. Ero dentro di lei, e le mie anche rispondevano, ora incerte, ora più decise, come un animale che impara a cacciare. Non sapevo cosa stessi facendo, ma il mio corpo lo sapeva. Stringevo il suo culo, cercavo di affondare più in fondo, spinto da una fame che non sapevo di avere.
Federica se ne accorgeva. Sentiva la mia inesperienza, la mia foga disperata, e se ne cibava.
«Ah... sì, Ale! Così! Dai! Fatti sentire!» gridò, la voce spezzata dal piacere, ma lo sguardo, ancora una volta, era una lama scagliata contro Gabriella. «Guarda, Gabry! Guarda il tuo piccolo porcello! Ci crederesti che è la sua prima volta? È già una bestia! Sa già come si scopa una femmina!»
Gabriella emise un suono soffocato, un piccolo lamento che si perse nel frastuono dei nostri corpi. Le sue ginocchia si piegarono leggermente, e si portò una mano alla gola, come se le mancasse l'aria. Le sue guance erano infuocate, e vedei le sue labbra aprirsi, umide, tremanti. Il suo sguardo era incollato al mio cazzo che spariva e riappariva nella figa di Federica, lustro e bagnato dei nostri succhi. Stava soffrendo, lo leggevo nei suoi occhi. Un dolore dolce, un'agonia di desiderio che si mescolava alla gelosia.
E Federica, crudele, infierì.
«Mentre tu stai lì a morire di noia con il tuo cazzo di fidanzato che non sa nemmeno dove ti sta toccando... io sto godendo come una pazza!» urlò, piegandosi all'indietro, il seno teso verso il cielo, per darmi ancora più profondità. «Questa è una figa vera, Ale! Non è quella secchiona e riempita di frustrazioni che hai sognato per anni! Questa è figa da uomini, da veri arrapati!»
Le sue parole mi colpirono come pugni. Mi vergognavo, mi sentivo umiliato, ma allo stesso tempo mi sentivo un dio. Ero al centro di tutto. Ero il motivo della sofferenza di Gabriella e del piacere di Federica.
«Dimmi che mi vuoi! Dimmi che non tornerai mai più a sognare quella frigida!» esigé Federica, afferrandomi per i capelli e costringendomi a guardarla negli occhi. «Guarda me! Io sono qui! Sono io quella che ti sta facendo diventare un uomo!»
Spostò lo sguardo verso Gabriella, un sorriso diabolico sulle labbra.
«Vedi? Lui è mio adesso. L'ho cresciuto io, nella maniera giusta. Ho sverginato tuo fratello, Gabry. E l'ho fatto sotto i tuoi occhi.»
Rimanemmo in silenzio per un attimo, solo il rumore del nostro respiro affannoso a riempire la stanza.
«Basta Così! basta!»
Il grido di Gabriella squarciò l'aria, spezzando l'incantesimo carnale che ci avvolgeva. Era un urlo straziato, carico di rabbia e frustrazione. Si alzò di scatto dal letto, le gambe tremanti, come se avesse appena ricevuto una scarica elettrica. Voleva scappare, fuggire da quella scena che la stava consumando viva. Il suo volto era una maschera di dolore, gli occhi pieni di lacrime che non riusciva a trattenere.
Fece un passo verso la porta, poi un altro. Ma si bloccò. Il suo corpo, traditore, la costrinse a voltarsi. A guardare ancora. Il suo sguardo si posò su di me, su di noi. Vide i miei fianchi che rispondevano ora con una sicurezza quasi bruta, vide il mio cazzo scivolarto fuori dalla figa di Federica, lucido, gonfio, vivo. Vide la bestia. E non riuscì a distogliere lo sguardo. Era ipnotizzata, terrorizzata e affascinata da quella creatura che non riconosceva, che non avrebbe mai pensato potesse nascere da me.
Federica, che non aveva mai smesso di muoversi, lentamente, sentendo il mio cazzo palpitare dentro di lei, vide la sua indecisione. Vide il suo conflitto. E le diede il colpo di grazia. Con un sorriso trionfante, la voce dolce e velenosa come il miele, le sussurrò:
«Dai, Gabry... non fare la stupida. Vieni...»
Fece una pausa, lasciando che la frase si posasse nell'aria come una verità inconfutabile. Poi, guardandola dritta negli occhi, aggiunse:
«Almeno a prenderti le briciole.»
Le briciole. La frase le implose nella testa come un proiettile. Gabriella si gelò. Non era più solo rabbia, era umiliazione pura. Le briciole. Cosa significava? La mia bocca? Le mie dita? Il sudore che ancora imperlava la mia pelle? O era qualcosa di più infame? La possibilità di assaggiarmi solo dopo che lei, Federica, si era saziata?
Le briciole. La frase le implose nella testa come un proiettile. Gabriella si gelò. Non era più solo rabbia, era umiliazione pura. Le briciole. Cosa significava? La mia bocca? Le mie dita? Il sudore che ancora imperlava la mia pelle? O era qualcosa di più infame? La possibilità di assaggiarmi solo dopo che lei, Federica, si era saziata?
Il suo sguardo, prima solo pieno di dolore, si indurì. Ma non si voltò. Non se ne andò. La porta era lì, a pochi metri, un'uscita facile, ma i suoi piedi erano incollati al pavimento. Fissava me, ma più di ogni altra cosa, fissava il mio cazzo. Ancora duro, ancora avido, ancora dentro a Federica.
«Cosa aspetti, Gabry?» insisté Federica, la voce un sibilo serpentino. Non si fermò di cavalcare, anzi, accentuò il movimento, più lento, più profondo, per farmi sentire ancora di più e per farle vedere cosa stava perdendo.
Poi, all'improvviso, Federica impazzì. Con un urlo che era metta godimento metta rabbia, si alzò di scatto, lasciandomi vuoto, esposto. Il mio cazzo si eresse, solitario, pulsante, la cappella violacea e luccicante. Ero al limite, un filo dalla rottura.
«Guarda! Gridò Federica, agitando una mano verso di me, come se mostrasse un trofeo. Guarda il cazzo pulsante del tuo fratellino, Gabry! Guarda! Adesso farà una sborrata mai vista!»
Non diede tempo a Gabriella di reagire. Si lanciò contro di lei, un felino affamato. Le sue mani si aggrapparono ai fianchi di Gabriella, con un gesto violento. Gabriella reagì, si ribellò, urlando di shock e rabbia. Ma Federica era un uragano, una forza data da un'eccitazione così intensa da sembrare sovrannaturale. La spinse contro il letto, la costrinse a cadere all'indietro sui cuscini.
