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Erotika
Giochi Proibiti in Famiglia · Cap. 4
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Capitolo 4 di 9 24 min di lettura

Il barbecue in terrazzo

finalmente la serata in cui ale riponeva tante speranze e che federica aveva promesso di rendere speciale era arrivata, cosa riservava?

Asiadu01
1 anno fa · 1.2k letture · 5

Era il giorno dopo. Domenica pomeriggio.

La casa era silenziosa, invasa dalla luce calda che entrava dalle finestre e si rifletteva sul pavimento. Non c’era traffico, non c’erano rumori, solo il ticchettio del mio orologio e il rumore secco della bottiglia di vino che sistemavo nel secchiello col ghiaccio.

Il terrazzo era il mio regno, per quella sera.

Avevo già controllato la griglia due volte, spazzolato i bordi dell’idromassaggio, riordinato ogni minimo dettaglio.

Sembravo un padrone di casa modello.

Ma in realtà… mi stavo preparando a una guerra.

O almeno, così mi sentivo.

Una battaglia tra le mie fantasie e quella maledetta realtà che mi obbligava a comportarmi da bravo fratellino silenzioso.

Mi sistemai con più cura del solito: t-shirt nera, un po’ aderente, pantaloncini chiari, profumo leggero. Non era niente di esagerato, ma dentro sapevo di averlo fatto per loro. Per Gabriella.

E per Federica.

Ma soprattutto per Gabriella.

Continuavo a ripensare alla sera prima, a quella scena indecente sul suo letto, e al modo in cui Federica aveva gestito tutto. Ma… era Gabriella la protagonista dei miei pensieri più sporchi.

Quel corpo da sogno. Quella pelle chiarissima, liscia, morbida. Quelle curve che sembravano disegnate da un artista perverso.

E quel seno.

Dio, quel seno.

Era una fissazione.

Lo era sempre stato, fin da ragazzino, anche se non lo avevo mai confessato a nessuno.

Era una visione. Grosso, pieno, apparentemente morbido.

Lo avevo osservato per anni da lontano, attraverso scollature, accappatoi appena chiusi, costumi da bagno messi sempre troppo bene per essere casuali.

E ora… dopo quella foto in acqua, e quel contatto della notte precedente…

Non riuscivo più a togliermelo dalla testa.

Chiudevo gli occhi e mi immaginavo a pochi centimetri da quel paradiso proibito.

Immaginavo le mani su di lei, i baci, il modo in cui mi avrebbe fermato.

O forse no.

La brace era ancora spenta.

Ma io… ero già in fiamme.

Mi appoggiai alla ringhiera del terrazzo, prendendo fiato.

Federica mi aveva detto che quella sera avrebbe avuto “un’idea interessante”. E quando lo diceva lei, non era mai una frase buttata lì.

Quella domenica sembrava normale.

Ma sapevo che non lo sarebbe stata.

Stava per iniziare qualcosa.

E io, per la prima volta… non volevo tirarmi indietro.

Stavo sistemando le ultime cose sul tavolo quando sentii la porta d’ingresso chiudersi con uno scatto secco.

Mi girai di scatto, col cuore che accelerava.

Gabriella.

Entrò senza dire nulla, come una folata di vento caldo e disturbato. Il passo deciso, lo sguardo basso.

Indossava un vestito color sabbia, aderente, un po’ spiegazzato sul fianco come se si fosse appena alzata di fretta da un divano o… peggio, da un’auto.

I capelli erano raccolti alla meno peggio, due ciocche le scendevano ai lati del viso. Il trucco leggermente sbavato sotto gli occhi faceva sembrare tutto ancora più fragile, e allo stesso tempo, incredibilmente sexy.

Aveva qualcosa di stropicciato e vivo, come dopo una lunga giornata… o dopo una discussione.

Il suo sguardo incrociò il mio solo per un istante. Poi andò dritta verso il frigo, aprì lo sportello e si versò un bicchiere abbondante di vino.

Bevve tutto d’un fiato.

Silenzio.

«Tutto bene?» chiesi piano, cercando di suonare naturale.

Lei sollevò le spalle. «Sì, sì… solo stanca.»

Poi scrollò la testa e fece per andare verso la sua stanza. «Vado a cambiarmi, ho caldo da morire.»

La seguii con lo sguardo mentre scompariva nel corridoio.

Le gambe nude sotto quel vestito corto, il fondoschiena che si muoveva stanco ma sempre ipnotico, e la curva morbida del fianco che faceva intravedere quanto poco spazio ci fosse tra il tessuto e la pelle.

Il bicchiere vuoto era rimasto sul tavolo.

Così come il profumo che si era lasciata dietro.

Un misto di vaniglia, pelle, e qualcosa di amaro.

Aveva litigato con Matteo.

Lo sapevo. Lo si leggeva nei suoi occhi, in quella voce spezzata, in quel gesto nervoso mentre si chiudeva la porta alle spalle.

Avrei voluto chiederle di più.

Avrei voluto avvicinarmi, fermarla, abbracciarla, anche solo sfiorarle la mano.

Ma restai lì, fermo, come sempre.

E dentro… il conflitto.

L’attrazione. La colpa.

E quel segreto enorme che portavo cucito addosso come un peccato: Federica.

Gabriella, mia sorella.

Il mio sogno proibito.

Era a pochi metri da me, forse arrabbiata, forse fragile.

E io… non sapevo da che parte stare.

Gabriella uscì dal bagno dopo una doccia mentre io stavo sistemando i bicchieri sulla credenza.

Aveva ancora i capelli umidi, raccolti in un nodo disordinato. Indossava un top grigio chiarissimo, senza spalline, così sottile che si intravedevano le ombre dei capezzoli.

E un paio di shorts bianchi che sembravano parte della biancheria: aderenti, arricciati sotto il fondoschiena.

Senza reggiseno, senza intimo.

Lo capii subito. E fu come un colpo nello stomaco.

«Hai visto dove ho messo l’accendino per la brace?» chiese, mentre si avvicinava al mobile basso.

Fece per chinarsi davanti a me, a pochi centimetri, cercando dentro un cassetto. Io ero lì, in piedi, bloccato. Il suo petto si mosse piano, la stoffa si stirava appena a ogni respiro.

Poi, mentre si rialzava con il suo solito gesto veloce e deciso, urtò contro il bicchiere che avevo in mano. Il vino si rovesciò.

«Merda!» disse. Ma non era il bicchiere a preoccuparmi.

Era dove era caduto il vino.

Una goccia era finita dritta sul suo petto.

Proprio tra i seni.

Gabriella guardò in basso, sospirò e, senza pensarci due volte, infilò due dita nel top, aprendolo appena, e si asciugò con l’angolo del tovagliolo.

Il gesto fu naturale. Spensierato. Innocente.

Ma per me fu devastante.

Potei vedere per un attimo la curva piena del seno sinistro. La pelle bianchissima, il capezzolo appena più scuro. Solo un istante. Ma bastò.

«Ma che casino…» borbottò, tornando a guardarmi. «Tutto a posto? Ti sei bagnato anche tu?»

Non riuscii a rispondere.

Avevo la bocca secca, il cuore che mi batteva ovunque.

«Sembri strano…» rise. «Oh Dio, ti ho bagnato i pantaloni? Scusa!»

Fece per avvicinarsi e controllare.

Io mi ritrassi di un passo, d’istinto.

Perché no, non erano bagnati di vino.

E se lei se ne fosse accorta, non ci sarebbe stato modo di giustificarsi.

«Va tutto bene… davvero.»

Gabriella rise ancora, poi si voltò e tornò verso la sua stanza per sistemarsi.

Il profumo caldo che lasciò dietro di sé era come una scia dolce e pericolosa.

Mi appoggiai al tavolo, senza fiato.

Avevo la testa piena di quel seno, di quella goccia, di quelle dita.

Era solo un incidente, certo.

Un maledetto, dannato incidente.

Ma per me… era stato troppo.

Il rumore del campanello mi fece trasalire.

Avevo ancora negli occhi quell’immagine rubata del seno di Gabriella. Cercai di scacciare ogni pensiero dalla mente mentre aprivo la porta, e quando lo feci… tutto ricominciò da capo.

Federica era lì, in piedi davanti a me, bellissima come sempre.

Indossava un vestitino corto, estivo, svolazzante. Un tessuto leggero, a fiori, che lasciava intuire ogni curva quando il sole ci batteva sopra.

I capelli sciolti, le labbra lucide.

E quello sguardo.

«Ciao amore,» disse subito, allungando le braccia per abbracciarmi.

Non aspettò che rispondessi. Si avvicinò, mi baciò sulla guancia, e nel frattempo una mano si posò distrattamente sulla mia schiena… scivolando più in basso del dovuto. Un attimo. Un colpo secco. Un tocco quasi impercettibile sul fondoschiena.

Poi si staccò da me e sorrise, come se niente fosse.

«Gabri!» gridò entrando, mentre io ero ancora lì, congelato sullo zerbino.

«Sono arrivata, spero che ci sia del vino… perché oggi sono dell’umore giusto per farmi male!»

Gabriella uscì dal corridoio con un’aria stanca, ma quando vide Federica si aprì in un mezzo sorriso.

«Oh, finalmente qualcuno che mi capisce.»

Si abbracciarono strette. Fede la baciò sulla guancia, le accarezzò i capelli e poi, con tono affettuoso ma partecipe, chiese:

«Sempre quel coglione?»

Gabriella annuì senza parlare. Poi prese il bicchiere pieno e lo alzò.

«Brindiamo ai fidanzati assenti.»

«E ai fratellini silenziosi e teneri che ci sopportano,» aggiunse Federica, voltandosi verso di me con uno sguardo carico di sottintesi.

«Anche fin troppo, eh?»

Indice dei capitoli
5 Cap. 5

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